Round Midnight Top 2021

Round Midnight

Round Midnight Top 2021

Round Midnight Top – Side 1 / Prima Parte: Internazionali

1) Tim Berne / Chris Speed / Reid Anderson / Dave King: “Broken Shadows” (Intakt)
I Broken Shadow sono nati originariamente come side project dei Bad Plus dedicato al songbook di Ornette Coleman. Ora, dopo la dipartita di Ethan Iverson il gruppo approda ad un classico pianoless quartet con due dei migliori sassofoni in circolazione: Tim Berne e Chris Speed.  In scaletta la musica di Ornette fa ancora la parte del leone (7 brani) ma ci sono anche, portati in dote da Tim Berne, tre pezzi di Julius Hemphill, poi la Song for Che di Charlie Haden e un brano di un altro colemaniano doc, anche lui proveniente dalla texana Fort Worth come Ornette ed Hemphill: Dewey Redman. I brani vengono giocati sulla breve distanza, quasi tutto tra i 2 e i 4 minuti, con interventi solistici brevi e concisi, un evidente divertimento nell’affrontare un territorio musicale così amato e ben conosciuto da tutti e quattro ed un grande affiatamento. Buona la prima. https://www.youtube.com/watch?v=oN8xdl0VFxc

2) Steve Coleman & Five Elements: “Live at The Village Vanguard Vol.Ii (Mdw Ntr)” (Pi Recordings)
Secondo doppio Cd dal vivo al Village Vanguard da parte dei Five Elements di Steve Coleman. Le registrazioni, come nel caso del primo volume, risalgono a un ingaggio settimanale del sassofonista al leggendario club newyorkese nel maggio del 2017, ma per questa registrazione nel quintetto troviamo (al posto della chitarra)  Kokayi, un rapper per il quale il termine è persino riduttivo: è un improvvisatore a tutti gli effetti a fianco degli altri due strumenti a fiato. Al loro fianco la tromba di Jonathan Finlayson e la ritmica travolgente di Anthony Tidd e di Sean Rickman. Il gruppo gira che è una meraviglia con un affiatamento che solo una lunga frequentazione può regalare,le atmosfere sono infuocate, le  registrazioni ottime: serve altro? https://www.youtube.com/watch?v=Ai7_M_dSbqI

3) Ethan Iverson & Umbria Jazz Orchestra: “Bud Powell In The 21st Century” (Sunnyside) 
Ethan Iverson, pianista per quasi vent’anni del trio dei Bad Plus, ora in veste di solista. In questo caso gli è stato affidato un progetto dedicato a Bud Powell che, oltre ad essere stato uno dei pianisti più straordinari del jazz moderno, ha anche composto alcuni dei brani più belli degli anni del be-bop. A fianco del quintetto di Iverson, per rileggere quelle musiche formidabili c’è anche un ensemble orchestrale, l’Umbria Jazz Orchestra, che riunisce 11 giovani ma già ben rodati talenti del jazz italiano. Il tutto è registrato dal vivo nel corso di Umbria Jazz Winter 2018, con l’obbiettivo di rendere omaggio al genio di Bud Powell, e di traghettare le sue musiche verso il XXI° secolo e svilupparle in un contesto orchestrale. Missione compiuta.
https://www.youtube.com/watch?v=yjpVEv2KAQI

4) Vijay Iyer / Linda May Han Oh / Tyshawn Sorey: “Uneasy” (Ecm)
Se il pluripremiato trio di Vijay Iyer con Stephan Crump e Marcus Gilmore, rimasto attivo per una quindicina di anni, era già considerato come uno dei migliori del jazz contemporaneo, qua, se possibile, si alza ulteriormente l’asticella. Iyer aveva già incrociato  in passato il suo percorso musicale sia con Linda May Han Oh che con Tyshawn Sorey, ma separatamente. L’idea di mettere su un trio con questi due fuoriclasse si rivela vincente e Uneasy, l’album uscito per l’ECM, si segnala sicuramente come una delle uscite discografiche più eccitanti dell’anno .
https://www.youtube.com/watch?v=6lzgOHbdGWs

5) Anthony Joseph: The Rich Are Only Defeated When Running For Their Lives (Heavenly Sweetness)
Nativo di Trinidad, Anthony Joseph è approdato a Londra poco più che ventenne e da allora si è affermato come uno dei più importanti poeti, scrittori ed intellettuali militanti del panorama britannico. Da più di 15 anni, come estensione della sua attività accademica e letteraria, ha fondato un gruppo jazz che accompagna la sua spoken poetry con ottimi risultati, pubblicando otto album. Questo è l’ultimo, uscito a primavera per l’etichetta francese Heavenly Sweetness. Ancora una volta liriche importanti, impegnate e conscious, supportate da un’ottima band. Accanto a Joseph nel sestetto che lo accompagna troviamo il sassofonista Jason Yarde, suo vero e proprio braccio destro, che dirige la band e cura anche tutti gli arrangiamenti dei brani. Della partita anche alcuni ospiti d’onore tra cui i sassofoni di Shabaka Hutchings e di Colin Webster, già fiancheggiatori da tempo del poeta caraibico. “Come with the Hard Bop / and catch the vision / Jazz is a river of vigorous spirits..”
https://www.youtube.com/watch?v=XJ0buwtg1SA&list=PLfvylfGiJc11fEpii_ayNlqdiPc9jmi0w&index=7

6) James Brandon Lewis: “Jesup Wagon” (Intakt)
James Brandon Lewis è stato designato nel 2020 dalla prestigiosa rivista Down Beat come miglior sassofonista tenore emergente. Questo disco segna l’esodio del Red Lily Quintet, dove al suo fianco troviamo un peso massimo come il veterano bassista William Parker, la cornetta di Kirk Knuffke, la batteria di Chad Taylor ed il violoncello di Chris Hoffman.
https://www.youtube.com/watch?v=1jqa00PHdRI


7) Charles Lloyd & The Marvels: “Tone Poems” (Blue Note)
La seconda giovinezza artistica di Charles Lloyd, ripartita dopo anni di ritiro dalle scene grazie alla caparbietà di Michel Petrucciani, sembra ormai non avere più fine e continua a stupire. Negli ultimi anni poi le uscite con il suo quintetto si alternano a quelle del progetto parallelo dei The Marvels in cui, alla ritmica di Ruben Rogers e di Eric Harland, si uniscono le chitarre di Bill Frisell e la pedal steel di Greg Leisz. Al solito in scaletta qualche cover (ad esempio due classici di Ornette Coleman, un Leonard Cohen e un Monk’s Mood che da soli varrebbero già il biglietto) e un paio di originali. Stavolta, contrariamente ai due album precedenti dei Marvels, nessun ospite alla voce. La voce del sassofono di Lloyd rimane una delle più personali e riconoscibili di tutto il panorama del jazz, difficile rimanere insensibili.
https://www.youtube.com/watch?v=b9WYL6Ov12g

8) Makaya Mccraven: “Deciphering The Message” (Blue Note)
Torna un’altro dei nomi di punta della scena contemporanea, Makaya McCraven, batterista, ma soprattutto produttore ed inventore di nuovi sentieri musicali, nuovi orizzonti in cui le sessions che vengono registrate spesso non sono che la prima tappa di un processo in cui la post produzione e la manipolazione dei nastri sono momenti altrettanto importanti. In questo caso risponde a una proposta a cui era difficile rimanere indifferenti: la storica etichetta Blue Note mette a disposizione di Makaya il suo prezioso archivio sonoro, a cui poter attingere. Lui non si fa pregare e si concentra su 13 brani, pescando, accanto a classici più famosi, anche alcune gemme più oscure, soprattutto tratte dagli album degli anni 60. Da questi ha campionato una serie di estratti, per lo più brevi passaggi, da mettere poi in loop e su cui poter risuonare trasformando i pezzi originali in qualcosa di molto diverso. Il tutto si trasforma in una cavalcata all’interno di uno dei più formidabili cataloghi discografici di tutta la storia del jazz, un viaggio in cui McCraven è affiancato da giovani e limpidi talenti del calibro di Joel Ross, Jeff Parker, Greg Ward o Marquis Hill.
https://www.youtube.com/watch?v=455XYATOln4&list=PLEz_mLoNZMeTfbQ8tV8IoeEug5wvfeAO

9) Pharoah Sanders & Floating Points: Promises (Luaka Bop)
L’album di cui si è più parlato nel corso dell’anno, eletto a status symbol da tutta una bella fetta dell’Olimpo musicale? Sicuramente questo. D’altronde mettendo insieme: un sassofonista che è leggenda allo stato puro ed ex discepolo e collaboratore di John (ma anche di Alice) Coltrane, un dj / produttore/ musicista che è tra gli emergenti in vista della scena internazionale e l’etichetta discografica di David Byrne era difficile sbagliare il bersaglio.
I risultati sono andati (complici anche atmosfere pandemiche, bisogno di relax e un certo spirito dei tempi) ben oltre le più rosee aspettative: prima edizione in vinile sold out in 24 ore, tam tam mediatico a valanga, disco in vetta alle preferenze di molte playlist di fine anno etc etc.
Noi sicuramente non è tra i dischi che consiglieremmo, dovendo compilare una ipotetica lista di ascolti per far capire a qualcuno chi è Pharoah Sanders e perché il suo suono ed il suo universo musicale sono così importanti nel jazz moderno.
Le sequenze musicali approntate da Floating Points assommano a una sequenza sonora che si dipana spalmata su otto movimenti, con poche variazioni. Tutto molto zen, tutto molto “massimo risultato col minimo sforzo”. E anche l’orchestra (e sono gli archi della London Simphony, mica bruscolini) interviene a enfatizzare le atmosfere in modo più evidente solo in un paio di sezioni della suite di Promises. Se c’è una cosa a cui Pharoah ci ha abituati da sempre è che in qualsiasi contesto sonoro lo metti, lui non fa mai tappezzeria e si prende la scena. Stavolta (ma la collaborazione pare sia stata innestata proprio da un suo desiderio) entra nel ruolo di coloritura, smussa gli angoli, il fiato e la passione e sta al gioco diretto da Floating Points. Rilassante la parola chiave. Inevitabile comunque segnalarvelo. Da un punto di vista di botteghino e di clamore mediatico sicuramente il disco più importante dell’anno.
https://www.youtube.com/watch?v=dkpD_PBuAWo&list=PLloMpDDjUdyMr6ews6hNLt_tCIrA5DCM8&index=1

10) Irene Schweizer & Hamid Drake: Celebration (Intakt)
Lei è una pianista svizzera che fa parte di diritto di quel manipolo di musicisti europei che hanno rifondato il jazz e l’improvvisazione continentale con un nuovo vocabolario più consapevole delle proprie radici. Lui è uno dei migliori e più creativi batteristi del jazz moderno, un musicista sempre a suo agio in qualsiasi situazione musicale e che fa la differenza e dona un apporto insostituibile in qualsiasi situazione sonora sia coinvolto. Registrati dal vivo a Nicklesdorf, durante uno dei più importanti festival europei dedicati all’avanguardia, i due danno un bel saggio di quello che si può ricavare di positivo e stimolante da una formula, quella del duo pianoforte e batteria, che ha sempre avuto in Irene Schweizer un’accanita sostenitrice (Han Bennik, Luois Moholo, Andrew Cyrille, Pierre Favre, Joey Baron sono solo alcuni dei partecipanti alle sue precedenti incisioni a due), ma che aveva già un antecedente illustre nella carrellata di incisioni di Cecil Taylor per l’FMP con questa combinazione. In scaletta momenti frenetici si alternano ad altri più riflessivi, a una dedica a Johnny Dyani e, perché no, anche a sapori blues.
https://www.youtube.com/watch?v=1IRVXsUhg6Y

11) Archie Shepp & Jason Moran: “Let My People Go” (Archieball)
A ottant’anni suonati il vecchio Archie non ruggisce più da diversi annetti, con problemi alla dentatura e malfermo sulle gambe, ma interpreta, con passione, e rilegge la storia del jazz, i grandi maestri ed il proprio passato. Al suo fianco Jason Moran, un compagno di avventure che ha quasi quarant’anni meno di lui e che è comunque uno dei migliori pianisti statunitensi. Let my People Go riporta le registrazioni di due concerti dal vivo di pochi anni fa, tra Francia e Germania, e vede Shepp cimentarsi con pagine di Billy Strayhorn, Monk, Coltrane, un paio di spiritual, particolarmente ad adatti ad una situazione così raccolta, ed un pezzo originale di Moran.
https://www.youtube.com/watch?v=NzeSGFDp7xc

12) Ches Smith / We All Break: “Path Of Seven Colors” (Pyroclastic) 
Che Ches Smith avesse preso da vent’anni una sbandata per le musiche e la mistica legate ai rituali Voodoo era cosa che si è scoperto solo recentemente. Niente di segreto, ma non sentiva ancora evidentemente il bisogno di esternare questa sua passione iniziata per caso a San Francsco nel 2000, quando una improvvisa telefonata lo convocò a sostituire uno dei percussionisti le cui musiche dovevano accompagnare una classe di danzatrici Voodoo. Da allora una illuminazione immediata che, dopo anni di pratica e di studio, viene ora coronata da questa seduta di incisione. Con lui e i suoi maestri e confratelli dei riti Voodoo, impegnati alla voce ed allle percussioni, troviamo anche tre notevoli improvvisatori come il sassofonista Miguel Zenon, il pianista Matt Mitchell e il bassista  Nick Dunston, chiamati da Ches Smith per tentare questo innesto tra tradizioni religiose ancestrali e jazz. Con risultati sorprendenti.
https://www.youtube.com/watch?v=wi_FybdXdXo


13) Wadada Leo Smith: “Sacred Cerimonies” (Tum)
Anno importante il 2020 per Wadada Leo Smith, che a metà dicembre ha compiuto 80 anni. Ma i festeggiamenti sono iniziati ben prima e per l’occasione sono usciti a suo nome 11 cd, suddivisi in quattro tra album e cofanetti. Tra i quattro, tutti meritevoli di segnalazione, scegliamo Sacred Cerimonies, un triplo cd in cui Wadada è affiancato dal basso elettrico di Bill Laswell e dalla batteria del compianto Milford Graves. La tromba di Wadada duetta con ciascuno dei due singolarmente nei primi due cd, poi nell’ultimo va in scena un gran finale in cui è in azione il trio al completo. Negli altri album, tutti usciti per la finlandese TUM, un cofanetto di soli della sua tromba, un omaggio a Billie Holiday con Jack DeJohnette e Vijay Iyer, ed una celebrazione dedicata alla città di  Chicago, alla sua musica, al suo spirito ed i suoi protagonisti, inciso insieme al suo Great Lakes Quartet insieme ad Henry Threadgill.
Buon compleanno, Wadada !!
https://www.youtube.com/watch?v=01R4J292bYg

14) Sons Of Kemet: “Black To The Future” (Impulse!)
Tre progetti musicali diversi impegnano Shabaka Hutchings in una attività con ben poche pause. E ogni annata, anche se questo periodo di pandemia ha scompaginato un po’ le carte, viene dedicata a uno dei tre, con nuovo album in uscita e tour conseguente. Quindi se il 2019 è stato l’anno dell’electro/ funk/ dance del trio The Comet is Coming e l’anno successivo quello del secondo disco del progetto afro-jazz con i sudafricani The Ancestors, nel 2021 è stata la volta del ritorno dei Sons of Kemet, giunti al quarto album dopo che il precedente aveva inaugurato il contratto di Shabaka con la storica etichetta Impulse! . La formazione è quella che ha attirato la curiosità sin dal suo esordio: a fianco del sassofonista, in questo atipico quartetto, il basso tuba di Theon Cross e due batteristi: Tom Skinner ed Edward Wakili-Hick.
I testi poetici conscious e corrosivi (nell’album precedente si dava di rettiliana alla regina Elisabetta) sono composti, recitati e cantati dagli ospiti: Moor Mother, Angel Bat Dawid, Joshua Idehen, Kojey Radical e D Double E.  E’ Shabaka uno dei nomi su cui l’attenzione del pubblico e degli addetti ai lavori si accentrano per individuare lo stato del jazz e dove potrà andare nel prossimo futuro.
https://www.youtube.com/watch?v=tjuc1tWy-EY

15) John Zorn: “New Masada Quartet” (Tzadik)
Non è più un fanciullo John Zorn, ma l’ex enfant terrible dell’avanguardia mantiene un’attitudine semi punk e rimane inguaribilmente iper-produttivo e bulimico. Tra i suoi album usciti nel corso dell’anno scegliamo obbligatoriamente questo, in cui esordisce una nuova versione del quartetto dei Masada, il veicolo d’assalto con cui Zorn rifondava e rinnovava la musica klezmer agli inizi degli anni 90, fondendo la musica di Ornette Coleman con atmosfere sefardite ed insaporendo il tutto con spezie di oriente e stridori dissonanti. Per questa nuova edizione di Masada, di cui a suo tempo uscirono 10 album in studio e svariate registrazioni live, cambia la strumentazione e al posto della tromba di Dave Douglas troviamo Julian Lage, uno dei più dotati e ammirati chitarristi del jazz di oggi. Al contrabbasso un virtuoso come Jorge Roeder, alla batteria un musicista che ha già spesso lavorato con Zorn ed i suoi vari progetti musicali:  Kenny Wollesen. La formula cambia di poco ma acquista sapori diversi ed il risultato è ancora una volta eccitante.
https://www.youtube.com/watch?v=8pNbhaQcyZY

 

Round Midnight Top – Side 2 / Seconda Parte:    Italia

1)  Paolo Angeli: Jar’a (Rer Megacorp)
2)  Francesco Bearzatti: Portrait Of Tony (Parco Della Musica)
3)  Giovanni Benvenuti: Paolina And The Android (Wow)
4)  Danilo Blaiotta Trio: White Nights Suite (Filibusta)
5)  Alberto Braida/S.Bolognesi/C.Calcagnile: Cats In The Kitchen (We Insist!)
6)  Francesco Colonna: Offering-Playing The Music Of John Coltrane  (Niafunken/Setola Di Maiale)
7)  Dinamitri Jazz Folklore: Mappe Per L’eden (Felmay)
8)  Paolo Fresu: P60lo Fr3su (Tük)
9)  Giovanni Guidi: Ohos De Gato (Cam Jazz)
10) Alessandro Lanzoni & Erman Mehari: Arc Fiction (Mirr)
11) Nexus: The Call: For A New Life (Felmay)
12) Gianluca Petrella & Pasquale Mirra: Correspondence (Tük)
13) Rope: The Music Of Charlie Haden (Hora)
14) Giancarlo Tossani Big Monitors: Knots And Notes (Auand)
15) Unscientific Italians: Play The Music Of Bill Frisell (Hora)
Bonus Track : Miglior Esordio Discografico Dell’anno:
16) Francesca Remigi Archipelagos: Il Labirinto Dei Topi (Emme)

Round Midnight Top – Side 3 / Terza Parte: Historical & Live Inediti

1)  Gary Bartz Ntu Troop: “Live in Bremen 1975” (Moosicus)
2)  Art Blakey and Jazz Messengers: “First Flight To Tokio: The Lost 1961 Recordings” (Blue Note)
3)  Roy Brooks W.Woody Shaw: “Understanding” (Reel To Real)
4)  Don Cherry:” Organic Music Theatre Chateauvallon 1972 “(Blank Forms Editions)
5)  John Coltrane: “A Love Supreme Live in Seattle” (Impulse!)
6)  Bill Evans: “Behind The Dykes- The 1969 Neatherland Recordings” (Elemental)
7)  Hal Galper 5t: “Live at The Belin Philarmonic 1977” (Origin)
8)  Julius Hemphill: “The Boyé Multi-National Crusade for Harmony” (New World)
9)  Hasaan Ibn Ali:” Methaphysics: The Lost Atlantic Album” (Omnivore)
10) Sheila Jordan: “Comes Love – Lost Session 1960” (Capri)
11) Lee Morgan. “The Complete Live at The Lighthouse” (Blue Note)
12) Nina Simone: “The Montreaux Years” (Bmg)

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