Prima assoluta al Fabbrichino, con Gioia Via Crucis per Simulacri

gioia

In prima assoluta, prodotto dal Teatro Metastasio di Prato in collaborazione con Teatro Metropopolare, da domani a venerdì 30 marzo, alle ore 20.45, al Teatro Fabbrichino debutta Gioia via crucis per simulacri, uno spettacolo scritto, diretto e interpretato da Livia Gionfrida.

Livia Gionfrida è una regista, drammaturga e attrice di origine siciliana che vive da anni a Prato. Formatasi con Luca Ronconi, Elena Bucci, Carlo Boso, Pepe Robledo, Emma Dante, Davide Iodice, ha alternato il suo lavoro solo come attrice con diversi artisti della scena italiana e europea (con Vladimira Cantoni, Elena Bucci, Compagnia Laminarie, gruppo Libero-Teatro San Martino, Angela Malfitano, Marian Zhunin, Pippo Delbono, Pietro Lassandro, Ricardo Bartìs, Bottega Apocrifi, Viktor Alimpiev, Sandro Mabellini) a quello con il collettivo Teatro Metropopolare, fondato nel 2007 insieme a artisti provenienti dal mondo dell’arte, del teatro e del cinema. Con Metropopolare ha messo in scena come drammaturga, regista e attrice diversi spettacoli presentati in importanti festival e selezionati finalisti in prestigiosi premi nazionali. Da anni dirige un gruppo di ricerca teatrale formato da attori-detenuti e artisti del collettivo nel Laboratorio Metropopolare della Dogaia, all’interno della Casa Circondariale La Dogaia di Prato.

Gioia via crucis per simulacri è un monologo pieno di sofferenza di una madre che ricostruisce la storia del figlio, un ragazzo ‘testa di legno’ che decide giovanissimo di intraprendere la cattiva strada e di lanciarsi in una grande Impresa che lo condurrà tra le braccia di un ingiusto e paradossale destino.

Un racconto in cui, in un ribaltamento finale di personaggi buoni e cattivi, lui ‘tutto sbagliato’ passa da colpevole a vittima. La rappresentazione, il racconto, sono per la madre l’unico strumento per cercare di capire, per ricostruire i fatti e farsi una ragione della perdita e dell’ingiustizia subita.

In scena dialetto siciliano e animazioni video si alimentano di suggestioni letterarie e simboli provenienti dall’immaginario religioso, fatti di cronaca e interviste realizzate in carcere. Ne viene fuori una singolare drammaturgia originale che parla d’amore universale, del mistero della vita e della morte e della sua rappresentazione.

Note di regia:

Da qualche anno ho nella testa l’idea di fare uno spettacolo che parli di morti ammazzati per mano dello Stato. Non è un argomento facile per me. Lavoro in carcere, dove da molto tempo conduco una singolare esperienza di ricerca teatrale. Ho conosciuto in questi anni molti detenuti e conosco il duro impegno di chi, agenti e operatori, opera all’interno degli istituti di pena, ma per mia stessa natura non sono interessata a tracciare un confine netto tra buoni e cattivi e amo semmai interrogarmi intorno alla natura umana. Chissà, forse è proprio per questo che faccio teatro, ed è ancora per questa ragione che negli ultimi anni ho scelto come residenza artistica ideale, un istituto penitenziario.

Non ho mai pensato né prodotto spettacoli del genere che viene definito ‘sociale’, né tantomeno mi sono mai occupata del cosiddetto genere ‘civile’, anche se conosco e stimo alcune importanti esperienze che si definiscono così. Ci sono però alcune storie che sento maturare dentro di me e che ho bisogno di trasformare in domande, in immagini e carne.

Le storie di Stefano Cucchi e di altri che come lui hanno attraversato insieme alle loro famiglie un terribile calvario, le vicende e i crimini commessi lungo la cattiva strada che alcuni detenuti mi hanno raccontato in questi anni, hanno acceso in me la necessità di provare a scrivere questo monologo. Che non vuole essere ‘civile’ ma che spero diventi, semplicemente ‘teatro’.

Il lavoro qui proposto fa parte di un fecondo progetto che ha dato vita a studi autonomi e molto distanti tra loro. Gioia ne rappresenta lo sviluppo, il punto estremo senza ritorno, in cui nascita e morte si incrociano e perdono i contorni.

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