‘Per tre giorni, Firenze si autopropone come la città della pace. Quasi a voler ripercorrere le orme di Giorgio La Pira senza, però, porsi le domande cruciali. Cosa significa “pace”, tra chi e con chi si fa la pace, su quali basi’. Inizia così il comunicato diffuso da L’Ultimo Giorno di Gaza con l’Associazione 11 Agosto in merito alla tre giorni di Re-Imagine Peace a Firenze, ideata da Noa.
Di seguito il testo integrale:
Non è ovviamente in discussione la perfetta buona fede di alcune delle persone invitate ad intervenire (tra le quali l’imam palestinese di Firenze, l’abate di San Miniato al Monte, l’arcivescovo di Firenze…), ma il senso complessivo di una operazione che nasconde la verità: di fatto allontanando la possibilità di una pace fondata sulla giustizia. Re-imagine Peace fa intravvedere che siano israeliani e palestinesi i protagonisti e i destinatari di una kermesse di tre giorni, sino al 12 luglio. Come molti dei nomi presenti nel programma disponibile online, a partire dalle figure di punta, Noa (Achinoam Nini) e Mira Awad. Israeliana ebrea la prima, palestinese con cittadinanza israeliana la seconda. Il loro duetto sul palco di Sanremo – nel febbraio del 2025 – è rimasto famoso per aver normalizzato quello “Stop al genocidio” sussurrato da Ghali nell’edizione precedente del festival della canzone italiana. Noa e Mira Awad, dunque, si fanno promotrici di un tentativo – affermano sul loro stesso sito – di “creare spazi in cui la complessità possa esistere senza dover essere immediatamente semplificata; spazi in cui dolore e speranza possano convivere; spazi in cui l’incontro umano venga prima delle appartenenze e delle definizioni ideologiche. Non proponiamo risposte facili. Proponiamo un reale spazio di ascolto, immaginazione e condivisione, perché oggi immaginare la pace è già di per sé un atto radicale.” Encomiabile iniziativa, a prima vista, che ha ricevuto il patrocinio del Parlamento europeo, la “benedizione” della presidenza del consiglio dei ministri, e il cofinanziamento dell’Unione Europea. Peccato che di complessità non si vede l’ombra, e che per “immaginare la pace” bisogna proprio essere “radicali” non nelle risposte, ma anzitutto nelle domande. E di domande non ve ne è nessuna. Cosa sta succedendo, anzitutto, in Palestina e in Israele? Cosa sta avvenendo a Gaza? Chi sta compiendo cosa? Re-imagine Peace non lo dice. Come se “re-immaginare la pace” non dovesse partire dai dati di fatto. L’occupazione israeliana della Palestina che la Corte internazionale di giustizia ha dichiarato illegale. E la violenza indicibile in atto. Dove? A Gaza, anzitutto, che però viene omessa. Gaza viene omessa, censurata, nascosta. E’ nominata difatti solo una volta, quando si cita en passant la “guerra a Gaza” parlando in un concerto. Guerra a Gaza? Il genocidio che Israele commette ogni maledetto giorno – come affermato dalla Commissione di inchiesta dell’ONU – è la “guerra a Gaza”? Proprio in questi stessi giorni, Yuli Novak, israeliana ebrea, direttrice della più stimata organizzazione di difesa dei diritti umani in Israele, B’Tselem, fa l’operazione opposta. Spiega pubblicamente il genocidio con la complessità necessaria, e si mette nei panni di chi, come lei e come Noa, fa parte del popolo che il genocidio lo sta compiendo contro i palestinesi. A Firenze, invece, tutto viene igienizzato, edulcorato. Si omettono le parole che metterebbero a rischio un palcoscenico che deve andare oltre: non occuparsi di genocidio, di violazione delle convenzioni internazionali, di una volontaria e politica rottura del sistema delle regole. A essere di nuovo protagonisti, sono i duetti. Una israeliana e una palestinese (ma mai di Gaza, guardacaso). Un israeliano e un palestinese. Basta metterli insieme, su un palco, e la nostra coscienza occidentale è salva. Peccato che non ci sia nessuno, da parte palestinese, di coloro che – tra Gaza, la Cisgiordania, Israele, il rifugio e la diaspora – sia un reale e autorevole protagonista del dibattito in corso a livello globale… E lo stesso vale per gli israeliani. Né Yuli Novak, né Noura Erakat, né Omer Bartov, né Raji Sourani solo per fare qualche nome. pag. 2 Se poi su questa operazione di maquillage si appone la benedizione delle religioni, il prodotto si digerisce molto meglio. Perché le religioni, quelle del Libro? Perché consentono di scavalcare la questione che è tutta e solo politica. Le religioni benedicono. Perché non sono stati invitati i rappresentanti di Kairos, il movimento ecumenico dei cristiani di Palestina, che in un solenne documento hanno affermato: «Coloro che negano il genocidio commesso contro il popolo palestinese a Gaza – nonostante le prove schiaccianti, le testimonianze e persino le dichiarazioni degli stessi sionisti – negano l’umanità stessa del popolo palestinese. Abbiamo quindi il diritto di chiedere: come si può parlare di fratellanza o comunione cristiana mentre si nega, si sostiene, si giustifica o si tace di fronte al genocidio, specialmente quando tali atti sono commessi in nome di Dio e delle Scritture?» Forse perché proprio questa domanda rende inagibile la retorica delle religioni pacificatrici in assenza di verità? Ma c’è un’assenza ancora più grave, proprio a Firenze e in Toscana: dove sono i palestinesi di Gaza che vivono qui, o che qui sono arrivati per curarsi, per accompagnare i propri figli, per studiare e cercare salvezza? Dove sono le famiglie dei bambini ricoverati al Meyer? Quelle persone di cui il Comune di Firenze ha rivendicato a gran voce l’accoglienza? Dove sono le persone che Gaza potrebbero raccontarla non come metafora, non come sfondo di un duetto, ma come esperienza diretta di distruzione, lutto, sopravvivenza? Se “ascolto” deve essere, perché non ascoltare loro? L’infanzia palestinese, in particolare l’infanzia di Gaza, è la grande assente. Eppure è proprio sui corpi dei bambini, sulla loro fame, sulle amputazioni, sui lutti, sulle cure impossibili, che oggi si misura la verità di ciò che sta accadendo. Una pace che non sa nominare i bambini di Gaza, e non li ascolta nemmeno quando sono qui, nella stessa città o nella stessa regione, non sta re-immaginando la pace: sta praticando una gigantesca opera di rimozione. Lo “spazio comune” è quello di una città lontanissima dalla vera complessità, tutta politica, di Giorgio La Pira, il sindaco santo. E lo show può andare avanti. Ma la pace, dov’è, se non affronta la realtà? La Pira ha detto con forza che «gli stati non hanno il diritto di uccidere le città». Opponendo governi e popoli, egli argomentava: «nessuno ha il diritto di distruggerle: devono essere custodite, integrate e ritrasmesse: non è cosa nostra, è cosa altrui… Nessuno, senza commettere un crimine irreparabile contro l’intiera famiglia umana, può condannare a morte una città». Omettendo questo, nessuna pace è possibile. Come è infatti possibile ragionare sulla pace senza prima affrontare il genocidio, giudicare e condannare e semmai dopo perdonare e riconciliare? Oppure pensano, gli organizzatori italiani e internazionali, che Gaza si può cancellare e mettere in archivio, e sulle sue macerie costruire una pace che è solo ratificare la vittoria dei criminali?

