60 anni fa l’alluvione di Firenze segnò una ferita indelebile nella memoria dei fiorentini ma, nella mobilitazione popolare, rappresentò anche un momento di grande partecipazione civile. Con persone che da tutto il mondo vennero a salvare lo straordinario patrimonio artistico.
Fu il crollo del ponte dell’Anchetta alle Sieci a far capire che questa volta le piene non sarebbero state contenute. Era la mezzanotte del 4 novembre, Firenze sonnecchiava in attesa delle celebrazioni per la Festa dell’unità d’Italia. Si sarebbe risvegliata in uno scenario da incubo. Tra strade allagate. scantinati sommersi. piazze melmose dove l’acqua limacciosa del fiumicello, come lo chiamava Dante, si mescolavano alla nafta delle cisterne. E nel mezzo auto. masserie, mobili, tutto l’armamentario di una vita a bagno. Drammaticamente. in un silenzio irreale rotto solo dallo scorrere tumultuoso delle acque. Alla fine. lungo tutta l’asta dell’anno, fino a Pisa si contarono 35 morti e un numero imprecisato di feriti. Poi venne l’epoca degli angeli del fango, con migliaia di volontari da tutto mondo a celebrare un inedito protagonismo civile. Sono passati 60 anni da quella tragica mattina e la domanda che ci facciamo tutti è: potrà ricapitare? Il. Rischio zero non esiste dicono giustamente i tecnici, ma siamo messi meglio. Molte opere sono state fatte altre arriveranno a breve. Ma il tema del cambiamento climatico impone prudenza. Di certo con la tecnologia che abbiamo oggi si spera di non aspettare il crollo di un ponticino alla Sieve per capire l’irreparabile

