Riceviamo e pubblichiamo la testimonianza di un nostro ascoltatore in occasione del sessantesimo anniversario dell’Alluvione di Firenze.
Il 4 novembre per Firenze è la data del fango, del dolore e della rinascita. Ma per la mia famiglia è il giorno in cui il destino ha scritto un miracolo, permettendomi di essere qui oggi a raccontarlo.
I miei genitori, sposati da appena cinque mesi, erano scesi dal Casentino e si erano stabiliti a fare i portieri in Corso dei Tintori al civico 6, a due passi dall’Arno. La sera del 3 novembre, Babbo Gino era tornato stanco e spossato dal lavoro. “Luisa, fuori diluvia, ceniamo presto e andiamocene a letto”. Quella spossatezza e quel pigiama messo in anticipo sono stati la loro prima, inconsapevole salvezza.
All’alba del 4 novembre, la luce non si accendeva. Babbo accese un fiammifero nel buio e vide l’acqua che gli arrivava già alle caviglie. Pochi istanti dopo, un boato tremendo: la forza dell’Arno sfondò una feritoia che i muratori avevano aperto nel muro della camera per i lavori della caldaia condominiale. Il pesante armadio venne scaraventato a terra come un ramoscello e la stanza si riempì di acqua e fango fino a superare i quattro metri d’altezza.
Completamente sommersi, al buio, si aggrapparono all’istinto di sopravvivenza. Riuscirono a galleggiare in quel pochissimo spazio d’aria rimasto sotto il soffitto, trovando incredibilmente la fuga proprio attraverso quel buco nel muro lasciato dai muratori. Raggiunta una tettoia esterna, con le mani nude e sanguinanti spaccarono il vetro di una finestra del piano superiore, mettendosi in salvo e dando l’allarme per il resto del palazzo.
Ogni volta che sento questo racconto, guardo i loro occhi vivi e mi vengono i brividi. Mamma non era ancora incinta di me (sarei nato nel 1969). Se ci fosse stato un neonato o un pancione, in quei quattro metri di fango non ce l’avrebbero mai fatta.
Era scritto da qualche parte che doveva andare così. Oggi stringo le mani di Babbo Gino e Mamma Luisa, quelle stesse mani che hanno artigliato il futuro in una delle notti più buie di Firenze. I ricordi sono vivi in eterno. Grazie a Dio per questo miracolo.

