Disco della settimana: Mavis Staples “We Get By”

“Ho quasi 80 anni. Ma non sono pronta per andare in pensione. Questo è ciò che Dio vuole che io faccia. La mia voce è più forte che mai!”. We Get By è il dodicesimo album di Mavis Staples, vera l’icona soul statunitense attiva fin dal 1948 con gli Staple Singers.

Per il lavoro di studio successore di If All I Was Was Black, per il quale era stato chiamato in cabina di regia Jeff Tweedy, la scrittura e la produzione dei brani è affidata a Ben Harper, presente nella title track: «La scrittura espressiva e consapevole di Harper e la sua produzione attenta – si legge nella nota stampa – accompagnano la Staples mentre offre amore, speranza e storia in un periodo politicamente diviso». Staples e Harper avevano già precedentemente collaborato al brano Love And Trust, apparso sull`album del 2016 della Staples. Il risultato pulsa di gospel, spiritual, blues, rhythm and blues, impegno sociale e una voce unicaa guidare brani intensissimi, crudi, taglienti, ruvidi, essenziali.

Mavis Staples aveva già pubblicato un album Live In London all’inizio di quest`anno e in precedenza ha annunciato una serie di concerti per celebrare il suo prossimo 80° compleanno.

Per la copertina del disco, pubblicato da ANTI- Records, è stata utilizzata la foto Outside Looking In di Gordon Parks, a suo tempo inserita in un servizio fotografico di Life intitolato The Restraints: Open and Hidden che tratta il tema della della segregazione razziale.

In questa pagina la stessa Mavis presenta il suo lavoro.

Così l’album viene accolto da Sentireascoltare:

“Oggi Ben Harper, come ieri Jeff Tweedy. E prima ancora – tra i tanti – M.Ward, Ry Cooder e perfino Prince. C’è sempre stata la gara a seguire in studio Mavis Staples e sedersi dietro la consolle quando incideva nuovo materiale, ma tutte le volte è sempre stata lei a prendersi una scena che, in ogni caso, le spetterebbe di diritto, dall’alto di una figura a dir poco eminente per la musica (e la cultura) americana non solo del XX secolo ma anche di quello in corso, visto che la Nostra, imperterrita, continua a fare musica nonostante i suoi quasi ottant’anni (li compirà a luglio). Stavolta, appunto, con Harper in cabina di regia. La Staples vanta una carriera lunghissima iniziata alla tenerissima età di undici anni, allorquando il padre la scrutinò per il gruppo di famiglia, che non poteva che chiamarsi The Staple Singers. Come diceva qualcuno, essere cantanti soul significa rivelare anzichè nascondere, e lei non solo non si è mai nascosta ma si rivela – ancora oggi – capace di graffiare. Proprio come una black panther, volendo ricollegarne la figura a quelle lotte per i diritti civili degli anni Sessanta che artisticamente la videro in prima fila. E oggi che quei diritti non sembrano più tanto scontati, lei che fa? Registra un (altro) album in studio e risponde con la musica nell’unico modo che conosce: pretendendo “respect”, per dirla alla Aretha Franklin. Rispetto che, questa volta, si guadagna il quattordicesimo album in studio di una carriera iniziata negli anni Sessanta: un perfetto concentrato soul/gospel/R&B old style che, in questo frangente, trova le sue punte d’eccellenza nel bluesaccio stropicciato dell’opening Change, nella bella Brothers And Sister – nel suo scalcinato dinoccolare che ricorda i Temptations di Papa Was A Rolling Stone – e nella title-track, che si avvale del contributo dello stesso Harper con un feat. che sostiene la leggendaria cantante dell’Illinois «mentre offre amore, speranza e storia in un periodo politicamente diviso». In effetti, che in tempi di trumpismo sia una quasi ottantenne a cantare l’orgoglio nero fa un certo effetto. Non sfugge – d’altra parte – che come copertina del disco sia stata utilizzata la foto Outside Looking In di Gordon Parks, inserita in un servizio fotografico di Life intitolato The Restraints: Open and Hidden che tratta il tema della segregazione razziale. Ma è la musica che deve guidare le coscienze, o almeno così vorrebbe chi – come la Staples – nella sua vita ha sempre preferito costruire ponti tra le culture, anche oggi che vanno di moda i muri.”

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