Disco della settimana: Black Stone Cherry, “Family Tree”

“Family Tree” è il titolo del nuovo album dei Black Stone Cherry uscito il 20 aprile tramite Mascot Records. Il disco nel quale il trademark del southern rock è sempre più presente è stato anticipato online da un trailer dell’album e da un lyric video del brano “Burnin‘”.

I Black Stone Cherry (spesso abbreviati in BSC) sono un gruppo rock statunitense formatosi nel giugno del 2001 a Edmonton nel Kentucky (USA) , approdati molto velocemente alla notorietà mondiale, sono molto amati anche in Italia, dove continuano a riempire venue con costanti sold out. La musica dei Black Stone Cherry è spesso paragonata a quella dei Lynyrd Skynyrd e dei Black Crowes, ma nel loro bagaglio è impossibile non itravedere il lascito di band come Led Zeppelin, Soundgarden, AC/DC, ZZ Top o dei Metallica degli anni ’90. Benché le loro influenze si facciano sentire sono riusciti comunque a sviluppare un loro personalissimo stile, molto potente e diretto. Le loro canzoni sono spesso supportate da ottimi testi con contenuti non banali.
La loro etichetta discografica è la Roadrunner Records.

La band ha già annunciato un ritorno in Italia, a giugno, a Bolzano e una data in novembre all’Alcatraz di Milano.

Di seguito le reazioni della stampa di settore.

La recensione di Spaziorock:

Se si cerca una sicurezza nel mondo del rock non si può che trovarla nei Black Stone Cherry. Alla loro sesta prova in studio, i ragazzi del Kentucky sfornano un album, “Family Tree”, che è solido come una roccia, di facile ascolto, impregnato di blues, whiskey e polvere del sud degli Stati Uniti.  In queste 13 tracce c’è tutto il sound che è diventato ormai un marchio di fabbrica per i Black Stone Cherry e non può essere che una garanzia di qualità. La voce graffiante e profonda del cantante Chris Robertson, le ottime chitarre del consolidato duo Robertson-Ben Wells e la sezione ritmica messa in piedi da Jon Lawhon e John Fred Young, con i loro 17 anni di avventura insieme, dimostrano tutta la personalità e la capacità della band di creare uno stile che è altamente riconoscibile ma mai stantio o noioso. Ad aprire le danze i due brani già rilasciati in anteprima “Burnin” e “Bad Habit”, un vero e proprio concentrato del sound della band del Kentucky, con le chitarre e la voce al massimo del rock blues per un inizio col botto, ad annunciare a gran voce il ritorno dei Black Stone Cherry. Pezzi come “New Kinda Feelin'” o “Southern Fried Friday Night” provano che la band statunitense si è ormai conquistata e meritata un posto come punto di riferimento per il rock blues moderno e non ha nessuna intenzione di lasciarlo. I riff accattivanti, il groove sempre presente e la base ritmica incalzante sono una ricetta sempre vincente e che promette di riuscire ancora meglio negli adrenalinici live della band.  L’unica pecca che si può trovare al nuovo disco dei Black Stone Cherry è una produzione, in molti punti, troppo pulita e levigata per il loro stile a cui sarebbe stato più adatto un suono più grezzo e ruspante. Gli elementi che compongono il disco riassumono tutto il retaggio musicale del gruppo, come loro stessi hanno dichiarato, la spinta alla base di “Family Tree” è proprio portare avanti la tradizione in una chiave del tutto nuova e questo è evidente nel tocco anni 50 del riff di “Ain’t Nobody” o nella patina r’n’b su “James Brown” e “Get Me Over You”.

Così ne parla Truemetal:

Si è sempre avuta l’impressione che nei Black Stone Cherry la componente heavy manifestata dal suono moderno adottato fosse un po’ di troppo. La band del Kentucky possiede da sempre una gradazione southern rock e blues di classe che li rende perfetti eredi della tradizione americana forgiata dai vari Lynyrd Skynyrd, Montrose e ZZ Top, in parte tarpata p roprio dal voler incanalare il suono nella corrente dell’attuale hard rock metallizzato. Con una serie di cinque album di qualità, i ragazzotti si sono comunque guadagnati una popolarità sempre più crescente, timbrando numerosi show infuocati e riempendo le arene anche in Inghilterra, e quindi l’arrivo di un nuovo lavoro crea notevoli aspettative.Come il precedente “Kentucky”, i Black Stone Cherry hanno scelto di autoprodurre il nuovo “Family Tree” al Barrick Recording di David Barrick, e di registrare quasi in presa diretta, puntando sull’immediatezza del momento senza troppe sovra-incisioni, mentre il chitarrista e cantante Chris Robertson si è occupato in prima persona del mix. Un approccio casalingo che punta sull’atmosfera familiare proprio come suggerisce il titolo e come è nella natura stessa della band. Si diceva della componente pesante e moderna che forse andava snellita, ebbene “Family Tree” è un album sì di rock moderno, ma fortemente basato su un carnoso blues e che tira fuori tutto lo spirito southern della band, dove non si risparmiano le sezioni fiati, pianoforti, organi gospel del sud, passaggi di sintetizzatori atmosferici e incursioni nel funk e nel country.
Già l’iniziale “Bad Habit” mostra questo approccio più retro dove non viene risparmiato il groove, la voce piena di Robertson la fa subito da padrone e viene piazzato un bel assolo scintillante. “Burnin” ha un riff stile Aerosmith e in effetti il pezzo non starebbe male in mano a Steven Tyler e soci, ma palesa anche l’ombra dei The Black Crowes con quel gusto pastoso e da prateria.
Il pianoforte boogie spinge la frizzante “New Kinda Feelin’” gravitando nella parte centrale in sostegno dell’assolo così da restare in piena atmosfera ‘70’s. “Carry Me On Down The Road” è un’elegante esempio di rock americano, qualcosa che si poteva sentire uscire a tutto volume da una Chevy El Camino del 1972. Le melodie sono sempre incisive e il lavoro di chitarra mischia il timbro blues con il wah wah in maniera sapiente.
La solarità e il rilassamento che si percepisce in tutto “Family Tree” viene ben rappresentato dall’elegantemente rustica “My Last Breath”, un’ode southern ai legami indissolubili della famiglia fatto di slide e cori soul femminili che accarezzano l’interpretazione calda di Robertson. Uno di quei momenti musicali in cui la luce risplende attraverso gli altoparlanti e sai che tutto andrà bene.
La voce e la chitarra del re delle jam Warren Haynes (Gov’t Mule, Allman Brothers) compaiono sul delta stomp di “Dancing In The Rain” in un tripudio di chitarre che si scambiano gustosi botta e risposta che vorresti proseguissero ancora per un bel po’, dando proprio quel senso di registrazione istintiva tipica del blues. L’integrazione delle voci femminili si ripete in maniera ottima con la classica e festosa “Ain’t Nobody”, dove nella coda finale troviamo bei vocalizzi neri offerti dalla donzella di turno, e nel successivo numero, un momento sorprendente ma che da soddisfazione dal titolo “James Brown”, un bel funk pieno di chitarre wah-wah e voci gospel femminili.
Si può affermare con certezza che i Black Stone Cherry non abbiano sbagliato una singola melodia lungo queste tredici nuove tracce, ogni momento è scolpito con naturalezza ed efficacia, e la band risulta più calda e viscerale rispetto al precedente lavoro. Il concetto di famiglia viene ribadito nel rock muscoloso e spavaldo di “You Got The Blues”, dove Chris Robertson tira in mezzo per il coro il figlio di 5 anni, tanto per dimostrare che buon sangue non mente e insegnargli le buone maniere. Tre numeri hard rock chiudono il lotto, soprattutto l’efficace titletrack finale, piena di pathos e con un assolo davvero vibrante (accompagnato dall’hammond che dona sempre quel sapore vintage), un ottimo sigillo a un album maturo e denso di armonie dove i Black Stone Cherry raccolgono finalmente la bandiera di un’eredità di per sé pesante, ma necessaria.
Perché il tempo passa, i trend e i suoni spingono verso la modernità, vengono ciclicamente ripescati dal passato e rielaborati nei muri delle produzioni attuale, ma c’è e ci sarà sempre bisogno del sano rock classico proposto con il giusto calore. Non si recupererà mai la magia di un epoca troppo lontana, ma con dischi come “Family Tree” se ne può riassaporare l’idea e l’atmosfera.

Questa la reazione di Metallus.it:

“One – Two – Three – Four” e la canzone parte con un riff deciso, rotondo e decisamente “americano”. I Black Stone Cherry scelgono di ripresentarsi ai propri fan in maniera sfacciata, “aggredendo” chi ascolta in maniera decisa. “Bad Habit” è infatti la migliore traccia d’apertura desiderabile, carica di energia, melodica e vibrante: un deciso pezzo di bravura per i 4 del Kentucky. Southern rock ed impressioni hard rock venate a tratti da un certa melancolia “grunge” (prendete questo termine nel senso più ampio possibile): questi gli ingredienti del cocktail servito da Chris Robertson e soci. Una miscela che la senti potente quando con “Burnin’” le notte penetrano nelle orecchie, quando il sound delle chitarre incalza ed inchioda alla sedia di chi ascolta per intensità e dinamismo. Qualche spruzzata Aerosmith qua e là, ma non saremo certo noi a lamentarci di questo perché la canzone centra decisamente il suo obbiettivo. “New Kinda Feelin’” invece gioca molto sulle note di un pianoforte che raccordano chorus e strofa con un bel basso in evidenza. Una canzone carica di groove, divertente per essere suonata dal vivo.  “Carry Me On Down The Road” invece è 110% sourthern rock: con richiami alle varie leggende a stelle e strisce. Qui su tutti i Lynyrd Skynyrd. Bella “My Last Breath”, che ricalca lo spirito di quelle canzoni rock tipicamente americane dove il blues diventa fiume potente che travolge l’ascoltatore. Una ballad, dove il chorus avvolgente viene accompagnato da un coro gospel che non può far altro che emozionare. Forse studiata a tavolino? Poco male, perché in questo caso la canzone funziona davvero bene e resta incollata alla pelle e perfezione. Da segnalare “Dancin’ In The Rain” dove oltre a Robertson c’è la presenza della leggenda Warren Hayes, direttamente dai The Allman Brothers Band e Gov’t Mule alla voce ed alla chitarra. Una canzone prevedibile dal primo all’ultimo secondo, ma è proprio questa la sua forza: ogni riff di chitarra, ogni crescendo emozionale e nota del solo è lì dove dovrebbe essere. L’esempio perfetto di come “nuovo e vecchio” si comprenitino a dovere, dove ogni traccia di quello che è stato rimane radice viva, nutrita dalla passione di una band che pur non rischiando vince la sfida di una tradizione rock tipicamente americana. Ed è forse questa è stata la vera scommessa vinta dai 4 di Edmonton. Bella anche “You Got The Blues” dove, all’età di 5 anni, debutta il figlio del cantante Chris Robertson introducendo con la sua voce un blues carico di groove. Chiusura con hammond con la title track, dove l’ispirato singer Chris Robertson canta “The southern blood is thick as mud”. Un pezzo di bravura che mischia southern rock ed attitudine rock più “moderna”, e con un verso finale del chorus a ricordare l’orgoglio di una band per la propria terra e le propria terra: “Bury me beneath the family tree, you know I never really wanted to leave”. Amore per la propria terra, per le proprie radici ( qualunque esse siano) e per la propria famiglia: una miscela di orgoglio e musica che parla a tutto il mondo. La cavalcata heavy della title track “Family Tree” è esempio di come i quattro musicisti sappiano unire con gusto e attenzione i loro elementi caratterizzanti e le idee nuove per creare un mix efficace, piacevole da ascoltare, senza troppe pretese ma non privo di spunti. Da segnalare il cameo d’eccezione di Warren Haynes degli Allman Parson Brothers e dei Gov’t Mule, nel brano “Dancing In The Rain” e quello, meno celebre ma che evidentemente guarda al futuro, del figlio di Chris Robertson nei cori di “You Got The Blues”. L’intento dei Black Stone Cherry è di portare avanti un genere che è parte integrante e fondamentale della storia musicale degli Stati Uniti ed è ormai chiaro che ci stiano riuscendo alla grande.

 

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