Un imprenditore cinese, titolare attraverso prestanome di tre ditte di abbigliamento a Prato, con produzioni destinate anche a brand italiani, è finito agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico.
La lotta allo sfruttamento lavorativo, specie quello che si verifica nel distretto di Prato, conosce spesso molti ostacoli tecnici che vanificano il tentativo di contrasto da parte della giustizia. Il caso emerso a Prato oggi rappresenta, secondo gli investigatori, un esempio di queste criticità. Un imprenditore orientale destinatario della misura cautelare, dopo essere stato interrogato e aver appreso gli elementi di accusa nei suoi confronti, si è sottratto all’esecuzione del provvedimento e per diversi giorni non è stato rintracciato. Successivamente ha deciso di presentarsi spontaneamente alle autorità, ma avrebbe potuto continuare a darsi alla latitanza. Le accuse contro di lui sono molto gravi. Sedici ore al giorno di lavoro, sette giorni su sette, pagati pochi centesimi a capo. In alcuni casi, gli operai erano persino chiusi dentro le fabbriche per evitare controlli e impedire che se ne andassero. È il quadro emerso dall’inchiesta della Procura di Prato che ha portato agli arresti domiciliari, con braccialetto elettronico, un imprenditore cinese residente in città.
L’uomo è accusato di sfruttamento del lavoro, caporalato e impiego di manodopera clandestina. L’indagine è partita dalle denunce di due lavoratrici cinesi e ha ricostruito un sistema di sfruttamento che, secondo gli investigatori, andava avanti da oltre un anno. L’imprenditore, già condannato in passato per fatti analoghi, avrebbe gestito attraverso prestanome tre aziende di abbigliamento che producevano capi per il circuito del pronto moda. Nel mirino degli inquirenti le condizioni di circa venti operai stranieri, molti dei quali irregolari e arrivati in Italia attraverso canali di immigrazione clandestina. Vivevano in dormitori accanto ai laboratori e lavoravano senza tutele previdenziali e assicurative. Secondo la Procura, le retribuzioni, ricostruite attraverso i quaderni del cottimo, erano ben al di sotto dei minimi contrattuali. L’inchiesta ha inoltre fatto emergere presunte irregolarità fiscali e rapporti commerciali con diversi committenti, tra cui anche alcuni importanti marchi italiani della moda. Dunque anche a brand italiani. Per rendere più efficace l’azione di contrasto al caporalato e allo sfruttamento del lavoro, sarebbe importante che per il reato di intermediazione illecita e sfruttamento lavorativo, previsto dall’articolo 603 bis del codice penale, venisse introdotta una deroga al preventivo interrogatorio prima dell’applicazione della misura cautelare da parte del giudice per le indagini preliminari. L’attuale disciplina, infatti, può consentire all’indagato di conoscere in anticipo gli elementi raccolti a suo carico e di sottrarsi all’esecuzione del provvedimento restrittivo. Un rischio particolarmente concreto in alcuni contesti, come quello della comunità cinese, dove è più agevole mimetizzarsi all’interno della Chinatown o trasferirsi rapidamente all’estero.
L’imprenditore era stato denunciato da una lavoratrice cinese che avrebbe aggredito perché gli aveva chiesto “una giusta retribuzione”. L’input per la nuova inchiesta è arrivato dalla “richiesta di aiuto di due lavoratrici cinesi”.

