La Liberazione nel racconto di Ormano Fallani, 97 anni, di Badia a Settimo, Scandicci. I tedeschi ed i repubblichini uccisero sua madre Ofelia Mangini ed un bambino Vittorio Masiani, durante i rastrellamenti della ritirata. A pochi mesi dal 25 aprile.
Per comprendere il significato della Festa della Liberazione abbiamo chiesto ad Ormano Fallani di raccontarci la sua storia.
Nella mia qualità di cittadino scandiccese vissuto in buona parte negli 1921-1946 (fui) purtroppo protagonista in negativo, anche se involontario, di un fatto per me incancellabile che attraverso i peggiori fatti di una barbara guerra, non voluta dalla maggioranza del popolo italiano, fu causa della uccisione di mia madre da parte delle famigerate SS tedesche coadiuvate dai fascisti repubblichini di Salò… triste episodio, forse da molti scandiccesi non conosciuto (mi auguro che sia così, visto che l’unico ricordo che Scandicci ha di questa sua concittadina è una piccola lapide con data di nascita (errata) e di morte collocata in una cumulativa base cementificata del cimitero di Badia a Settimo).
La vicenda si svolse nel primo pomeriggio (ore 13.30 circa) caldo e assolato di quel 18 luglio 1944. I tedeschi delle SS ai quali facevano da spalla alcuni repubblichini di Salò, erano scesi in forze a bordo di alcuni camion militari nel paese di Badia a Settimo, fermandosi nella piazza antistante le scuole elementari. Dividendosi in piccole pattuglie iniziarono subito a rastrellare uomini giovani ed anche meno giovani che si trovavano più o meno nascosti nel paese. Fra i meno nascosti, anzi in buona evidenza all’esterno dell’ufficio postale, si trovavano due uomini (da me conosciuti) non più giovani, i quali però alla vista di una di queste pattuglie si diedero a precipitosa fuga, riuscendo a nascondersi in una casa non loro, la cui porta era stata lasciata aperta forse per permettere una maggiore aerazione in modo da poter attenuare il caldo torrido di quel luglio. Da quella stessa porta entrarono anche i due soldati, che si saprà poi fossero un SS tedesco ed un milite fascista, uscendone in una piccola corte posta sul retro, ove un muretto alto circa 1 metro e mezzo gli divideva dalla mia e dalla tua abitazione nella quale vivevano, oltre al sottoscritto, mio padre Valente Fallani, mia madre Ofelia Mangini e mio fratello Luciano di 9 anni. Nel mentre i citati soldati si apprestavano a saltare questo ostacolo furono visti da mia madre, la quale preoccupata della mia incolumità mi gridò testualmente: ”Ormano scappa ci sono i tedeschi!”. E poi chiuse la porta di cucina, per darmi il tempo necessario a nascondermi.
Feci appena in tempo a portarmi nella camera dei miei genitori, ove esisteva un particolare nascondiglio, quando udii una scarica di colpi di arma da fuoco. Dopo un attimo di silenzio la voce molto flebile di mia madre mi chiamò per nome, aggiungendo: “ci hanno sparato addosso, siamo tutti colpiti”. Tornai subito in cucina, ove trovai nel luogo esatto ove pochi attimi prima mi ero trovato io, mia madre distesa in terra, in un lago di sangue, colpita da ben otto proiettili che erano poi finiti nella parete, ma ancora in vita, ed il piccolo Vittorio Masiani, compagno di giochi di mio fratello Luciano, già morto. Per uccidere Vittorio erano stati sufficienti due soli proiettili, uno dei quali l’aveva colpito al cuore. Nel mentre mi chinavo per aiutare mia madre, sentii scalciare la porta e vidi entrare con il mitra spianato e forse ancora fumante il responsabile di quella strage: un SS biondo, il quale dopo una rapida occhiata in giro, uscì nuovamente così come era entrato. Forse anche gli assassini hanno un loro limite, infatti non sparò ancora per completare l’opera appena compiuta ed ebbi salva la vita, unitamente a mio fratello, salvatosi miracolosamente perché non entrato in casa nel momento in cui mia madre aveva chiuso la porta. Il primo ad accorrere alle grida di aiuto di mio fratello, fu il nonno di Wolfango Mecocci (bonariamente chiamato “il Coccolo”) che mi aiutò a sollevare da terra mia madre per collocarla sul divano del salotto.
Mia madre morì dopo circa due ore completamente dissanguata, all’Ospedale S Giovanni di Dio, sotto gli occhi ancora il momento in cui mia madre aveva chiuso la porta. Il primo ad accorrere alle grida di aiuto di mio fratello, fu il nonno di Wolfango Mecocci (bonariamente chiamato “il Coccolo”) che mi aiutò a sollevare da terra mia madre per collocarla sul divano del salotto. Mia madre morì dopo circa due ore completamente dissanguata, all’Ospedale S Giovanni di Dio, sotto gli occhi ancora increduli del sottoscritto, di mio padre Valente e di mio zio, fratello di mia madre, Fioravante Mangini e fondatore a Badia a Settimo del Partito Socialista. Per quanto si riferisce al milite repubblichino fascista, non sono in grado di poterti confermare o meno la sua partecipazione all’eccidio, posso solo dirti che nell’immediato dopoguerra venne processato un fascista di Mantignano tornato dal Nord Italia, ritenuto il partecipante all’episodio, ma in mancanza di precise accuse e di testimoni oculari venne assolto. Tornando ai fatti, posso ancora testimoniare che appena sparsa la notizia in paese, tutte (o quasi) le donne del paese stesso si resero protagoniste di un coraggioso e riuscito episodio. Forse (ed è questo il pensiero che ha attenuato il dolore della perdita di mia madre), la morte di mia madre e di Vittorio fece scattare quella molla definita “forza della disperazione” nelle solitamente pacifiche donne di un normale paese quale Badia, che guidate dal Parroco Don Chellini affrontarono le stesse SS tedesche ed i fascisti costringendoli a ritirarsi, come si suol dire in buon ordine, ed a liberare i loro uomini nel frattempo catturati.


