Dalle feste di partito di fine estate va in scena il riposizionamento interno al Campo largo. Conte sfila la Schlein invocando primarie subito, in vista delle prossime elezioni politiche. La Schlein dice «prima affiniamo il programma, poi decideremo con gli alleati».
La lotta per il posizionamento interno rischia di trasformare il Campo largo in un campo di battaglia, dove l’affermazione delle identità diventa sottoscrizione delle incompatibilità. Un buon modo per arrivare alle elezioni più divisi e meno credibili di prima. Giuseppe Conte, il leader del Movimento 5 stelle, dalla festa del Fatto quotidiano a Marina di Pietrasanta torna ad impuntarsi sulle primarie. Non possiamo affidarci mani e piedi ad un altro partito, dice. Accarezzando e compiacendo il suo pubblico sul fatto che il M5s voterà no all’invio di armi a Kiev e sul militarismo – vero o presunto – della leader del Partito democratico. Ed altre amenità del genere che fanno chiedere al normale elettore che credibilità può avere una coalizione del genere. Conte invoca i Gazebo e la Schlein risponde: «prima affiniamo il programma, poi decideremo con gli alleati. O si arriverà a un’intesa o faremo le primarie. E se le faremo le vinceremo. Non abbiamo nessuna paura del voto, mai, perché siamo il Pd». Nel frattempo Avs scalpita, lo vediamo ad esempio da noi in regione, per cercare di definire la propria identità nella coalizione. Alessandro Onorato presenta un nuovo partito civico di ispirazione centrista. E Matteo Renzi sta a guardare aspettando (si fa per dire) che gli altri si azzuffino tra di loro prima di esprimersi. Deflagrante la mossa di insinuare un terzo nome, quello della sindaca di Genova Salis, che ha già annunciato che in caso di eventuali primarie non andrà al voto. Un bel tutti contro tutti, nel nome dell’unità.


