Pioniere ed artefice della più innovativa epoca della musica alternativa, mostrò che era possibile essere “internazionali” e fedeli alla propria ricerca sonora, lontani dalle logiche del mercato.
È morto a soli 48 anni nella sua casa di Bologna Matteo Agostinelli, frontman degli Yuppie Flu e co-fondatore (con Daniele Rumori e Giacomo Fiorenza), della Homesleep Music, etichetta di punta dell’indie rock italiano tra la fine degli anni ’90 e i primi 2000. Originario di Ancona, Agostinelli – insieme agli Yuppie Flu – è stato uno dei protagonisti della primissima ondata indie rock-pop italiana: dopo il debutto con Automatic but Static nel 1997, la formazione – tornata in attività con un EP nel 2021, aveva pubblicato in tutto cinque album.
Il suo merito principale è stato quello di importare e rielaborare l’estetica lo-fi e anti-folk americana (quella dei Pavement, Guided by Voices o Mercury Rev e le melodie ariose dei Grandaddy) fondendola con un’elettronica povera e “vintage”.
Negli anni in cui la nuova musica italiana si confrontava con le realtà internazionali con etichette come Gammapop, S.H.A.D.O. Records, Unhip, Suiteside o Snowdonia, la Homesleep definiva il suono “indie” prima che il termine diventasse una categoria di marketing. Fedele all’estetica del “do iy yourself”, come produttore e mente tecnica nel suo studio di Ancona Matteo seppe trasformare l’attitudine lo-fi di matrice americana in un pop elettronico colto e malinconico, rendendo dischi come At the Zoo e Days Before the Day dei riferimenti riconosciuti ben oltre i confini nazionali, dischi che non suonavano “italiani” nel senso tradizionale del termine, suonavano universali, tanto da guadagnarsi attenzioni reali dalla stampa estera e tour europei che all’epoca sarebbero stati impensabili per il resto dei gruppi italiani. Dopo un lungo periodo di silenzio, nel 2021 gli Yuppie Flu erano tornati con l’EP digitale, “Hold On”.
Musicista schivo (di lui esistono pochissime foto) e produttore meticoloso, ha influenzato un’intera generazione con un uso pionieristico di strumentazioni vintage analogiche e una scrittura melodica raffinata, preferendo sempre la ricerca sonora della sua “cameretta” marchigiana alle luci del mainstream. La sua eredità resta quella di un artista che ha dimostrato come la provincia italiana potesse dialogare alla pari con il panorama indie globale attraverso sensibilità e l’innovazione.
Con la sua scomparsa, l’indie italiano perde non solo un pioniere, ma un artista che ha dimostrato che si poteva essere “internazionali” restando fedeli alla propria ricerca sonora, lontano dalle logiche del mercato. Una scommessa ormai data definitivamente per perduta da una scena che non riesce più a guardare oltre i propri confini.


