Bimbo ucciso a Firenze, padre condannato a 20 anni di carcere

condannato

Il gup di Firenze ha condannato a 20 anni di reclusione l’uomo per l’omicidio del figlio di un anno, durante una lite in famiglia, il 17 settembre 2018 a Scarperia. Condannato anche per il tenato omicidio della moglie, rimasta ferita a seguito dell’aggressione che ha causato la morte del figlio.

Il gup ha invece assolto il 34enne dall’accusa di tentato omicidio della figlia di 7 anni, “perche il fatto non sussiste”. La procura aveva chiesto per l’indagato, difeso dagli avvocati Federico Bagattini e Caterina Manni, la condanna all’ergastolo. Il gup ha riconosciuto l’attenuante della seminfermità mentale, equiparata alle aggravanti dell’aver agito per futili e abietti motivi, della crudeltà, dell’aver commesso il fatto a danno di un minore e davanti all’altra figlia minorenne.

La pena finale, calcolata in 30 anni, è stata ridotta a 20 con lo sconto di un terzo previsto dal rito abbreviato. Disposta anche una provvisionale di 180.000 nei confronti delle parti civili. “Non ci può essere soddisfazione quando si parla della morte di un essere umano, a maggior ragione se si tratta di un bambino. Riteniamo tuttavia che sia stata una sentenza equilibrata, e che ha fatto buon governo delle risultante processuali”, è il commento dei legali.
“I familiari non vedranno un euro a causa dell’incapienza dell’imputato, lo Stato italiano si faccia carico del risarcimento”, è il commento dell’avvocato Massimiliano Annetta, legale della madre e dei familiari del bimbo. A seguito dell’aggressione infatti la donna ha perso l’uso di un braccio nel tentativo di difenderlo dalle coltellate, e per questo non potrà più lavorare. Tuttavia, afferma sempre il legale, a causa dell’incapienza del 34enne non potrà ricevere il risarcimento previsto dal gup.
“Lo Stato italiano non facendosi carico del risarcimento viola una normativa comunitaria – aggiunge il legale – che prevede che in caso di incapienza dell’imputato debba provvedere lo Stato”. Prosegue dunque l’iter del ricorso presso la Corte europea dei diritti dell’uomo presentato dall’avvocato Annetta contro lo Stato italiano.
Inoltre, in base a quanto emerso dagli accertamenti eseguiti dopo l’omicidio del bambino, in una perizia che era stata disposta dal gip di Firenze nell’ambito di una precedente inchiesta per maltrattamenti sempre ai danni della moglie, era scritto che l’uomo era socialmente pericoloso e per questo doveva curarsi, ma poteva essere controllato coi farmaci.
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