Qualche milione di anni fa, quando i due grandi oceani erano un solo grande mare e le due Americhe grandi isole, la zolla sottomarina del Pacifico scivolò verso la placca Caraibica. Come in un colossale autoscontro le due placche s’accartocciarono una sull’altra e nell’immane collisione il magma sgorgò da centinaia di fessure e s’innalzò verso il cielo formando il grande arco vulcanico del Centroamerica. Terremoto dopo terremoto, eruzione dopo eruzione i vulcani s’abbracciarono e formarono una barriera, una striscia di terra lunga settecento chilometri che divise gli oceani e collegò le enormi isole dei due emisferi in un unico grande e lunghissimo continente.
Il centroamerica emerse dalle acque, come Venere e ai padri vulcani, milioni di anni dopo, gli indigeni diedero nomi bellissimi come Yeguada, Mombacho, Chiltepe, Momotombo, Conchagua, Chinameca, Chingo…
Nella giungla, tra quei vulcani, il Guatemala è una ferita che pulsa. Un paese che ha l’odore del mais bruciato e il suono dei tamburi delle processioni. La capitale è un nodo caotico, ma basta salire verso l’altopiano e il tempo rallenta e le facce si fanno antiche. A Chichicastenango si vendono ancora maschere e santi di legno, tra fumi d’incenso e galli sgozzati, Nella laguna di Atitlán i pescatori ci vedono dentro la bocca degli déi.
Il Guatemala è come un’iscrizione maya, intrecciata, incomprensibile, piena di codici e simboli che nessuno ha ancora mai decifrato.
Un viaggio in compagnia di Rossana Mamberto.
Info e iscrizioni: http://www.

