In Toscana il paradosso delle residenze universitarie riqualificate con il denaro pubblico: le stanze rinnovate costano più di prima. E il diritto allo studio diventa un privilegio per pochi.
Mentre le piazze universitarie toscane continuano a essere ciclicamente solcate dalle proteste dei fuorisede contro il caro-affitti, l’ultima inchiesta sui nodi della residenzialità studentesca scoperchia un paradosso intollerabile. Risorse pubbliche ingenti, stanziate attraverso i canali dei finanziamenti europei con il tassativo mandato di abbattere le barriere d’accesso all’istruzione superiore, hanno finito per produrre l’effetto diametralmente opposto. Gli studentati recentemente ristrutturati o realizzati ex novo sul territorio regionale presentano infatti tariffe d’affitto sensibilmente maggiorate rispetto al passato, tracciando il perimetro di una beffa strutturale che colpisce la popolazione studentesca meno abbiente. Il meccanismo della distorsione risiede nell’anello di congiunzione tra le erogazioni pubbliche e i modelli di gestione, spesso delegati a soggetti o logiche di mercato che tendono a monetizzare i criteri di efficienza energetica e di ammodernamento tecnologico imposti dall’Europa. Il risultato è una ricalibratura verso l’alto dei canoni mensili incompatibile con le reali capacità di spesa di chi si sposta a Firenze, Pisa o Siena per frequentare gli atenei. In sostanza il costo delle stanze ristrutturate con i soldi pubblici sono più alti di quelli a libero mercato, in Toscana pari al 6 per cento in più. Si consolida così la figura dello “studentato di lusso”, un ibrido ricettivo che drena fondi comunitari ma si rivolge di fatto a una platea selezionata, lasciando insoluta la piaga delle camere da sei metri quadri e dei canoni fuori controllo nel mercato privato.


