Esplosione Eni di Calenzano: nove indagati, Procura chiude inchiesta

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    Esplosione Eni di Calenzano: nove indagati, Procura chiude inchiesta
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    A quasi un anno e mezzo dall’esplosione al deposito Eni di Calenzano – che causò 5 morti e molti feriti – la procura di Prato chiude le indagini e parla di errori “gravi e inescusabili”. Nove le persone indagate per la tragedia del 9 dicembre 2024.

    IL SERVIZIO DI GIORGIO BERNARDINI

    PRATO La procura chiude l’inchiesta sull’esplosione del deposito Eni di Calenzano e individua precise responsabilità per quella che viene definita una tragedia evitabile.
    Sono nove le persone indagate, sette appartenenti a Eni e due alla società appaltatrice Sergen, l’azienda che quel mattino stava eseguendo lavori di manutenzione sulle linee di rifornimento del deposito. Per tutti le accuse sono pesanti: omicidio colposo plurimo, disastro colposo e lesioni colpose.
    L’esplosione del 9 dicembre 2024 provocò cinque morti, ventisette feriti e danni enormi non solo all’impianto industriale ma anche ai capannoni e alle abitazioni vicine. Secondo quanto emerso dall’incidente probatorio, durato tredici mesi, quella mattina erano in corso contemporaneamente due attività che non avrebbero mai dovuto sovrapporsi: da una parte il normale rifornimento di carburante alle pensiline, dall’altra un intervento tecnico per convertire una vecchia linea di benzina in una linea destinata all’olio vegetale idrotrattato.
    Proprio durante quei lavori ci fu una fuoriuscita di benzina durata oltre trenta secondi. Da lì l’innesco, probabilmente causato dal motore di un carrello elevatore utilizzato dai tecnici presenti nell’area. Poi le quattro esplosioni in rapida sequenza, con la seconda particolarmente devastante. Il procuratore Luca Tescaroli parla di incidente prevedibile ed evitabile. Secondo la procura sarebbe mancata un’adeguata analisi dei rischi e non sarebbero state rispettate le procedure di sicurezza obbligatorie.
    Tra gli elementi più gravi contestati dagli inquirenti c’è la presenza di possibili fonti di innesco in un’area classificata erroneamente come “Zona 2” a rischio esplosione, quando invece avrebbe dovuto essere considerata “Zona 1”, con misure di sicurezza molto più stringenti. Contestato inoltre anche il danno ambientale per lo scarico di acque reflue industriali nel fosso Tomerello. Ora, dopo la chiusura delle indagini, la vicenda si avvia verso la richiesta di rinvio a giudizio.