“Testa di Donna (frammento)”, di Virgilio Guidi

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    “Testa di Donna (frammento)”, di Virgilio Guidi
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    “L’arte alla radio, con il direttore del Museo Novecento Sergio Risaliti “Testa di Donna (frammento)”, di Virgilio Guidi (olio su tela, 1934 ca.)

    Nella Collezione Alberto della Ragione sono conservati ben dodici dipinti di Virgilio Guidi, segno di un interesse sincero e prolungato per l’artista da parte del collezionista.  Queste opere coprono uno spettro molto largo della carriera di Guidi, a cominciare da un quadro insolito, una figura di Cavallo del 1912, dei primissimi esordi del pittore, quando frequentava l’Accademia di Belle Arti sotto il magistero di Aristide Sartorio; fino all’ultimo del 1954 che rappresenta una figura di Donna con la sciarpa trasfigurata dalla luce; quell’inconfondibile luce eterea che metamorfizza le donne di Guidi in essere alieni, abitanti di spazi siderei.

    Nella grande figura della Donna solitaria del 1938 altresì si nota come a Guidi interessasse immortalare gesti e pose piuttosto che azioni, con le figure immerse in una atmosfera di luce lieve dolce e diffusa, con una stesura di superficie e l’attenzione sensibilissima ai valori tonali. Quello che è stato riconosciuto come lirismo di luce-colore che giunge a trasfigurare la realtà oggettiva annullando la percezione prospettica dello spazio, la sua profondità, immergendo corpi e ambiente in una dimensione in cui tutto è materialmente luce.

     

    Testa di donna è un frammento, un ritratto anonimo di giovane donna idealizzata, voltata di fianco, tagliato alle spalle, e mostra un profilo perfettamente tornito su volumi geometrici, una sfera per la testa e un cilindro per il collo; il tutto costruito con pensieri rivolti alla grande tradizione rinascimentale, tanto da sembrare una moderna meditazione su Piero della Francesca e su Giovanni Bellini, in particolare evoca una delle sante figure della Pala di San Zaccaria, conosciute e studiate dall’artista a Venezia, città in cui visse praticamente tutta la sua vita. Nella tela di Guidi si respira lo stesso sentimento di quelle sante donne, la stessa concentrazione spirituale riconosciuta in una fanciulla del tempo dell’artista, una giovane modella in posa nello studio. O forse, siamo davanti a un’esercitazione artistica, tutta giocata sul registro della memoria e dell’immedesimazione in quella cultura figurativa quattrocentesca. Il volto è modernamente antico, l’aria è quella del mondo di Bellini ma riportata nel moderno. I colori sono quasi di pastello, giocati su azzurro-carta, rosa, la capigliatura è come dorata. Il volto esprime un candore e una purezza. Più che rappresentare, l’artista vuol far emergere la dimensione della sensibilità e della spiritualità che collega l’umano con il trascendentale.

    Il miracolo è la luce, che ammorbidisce e porta elementi di sensibilità spirituale a rivestire di grazia e dolcezza la cognizione geometrica dei volumi, il senso plastico delle forme, che qui subiscono una sorta di transustanziazione dalla materia all’immaterialità senza però perdere il contatto con la sensibile fisicità, senza perdersi nell’astratto e nella rigida traduzione metafisica.  Questa piccola testa ha una forza di attrazione sul riguardante perché immediatamente lo induce a un atteggiamento contemplativo e di meditazione sulla vera essenza della realtà, e soprattutto sulla natura della nostra presenza al modo, della natura trascendentale dello sguardo. E tutto questo si deve fondamentalmente alla natura della luce, che Gudi appunto trova in un pensiero, in un’immaginazione cosmica.  Una luce che è diversa dal mondo di prima. Non poteva essere altrimenti dopo le scoperte fisiche del primo novecento e le nuove avventure dell’umanità nello spazio. Come amava ripetere Guidi, si era verificato il trapasso dalla luce meridiana a quella cosmica.  Ma a differenza di Fontana che scelse di sperimentare la dissoluzione dello spazio di rappresentazione classica, per un’apertura a dimensioni immense e infinite oltre la superficie della tela e perfino nell’ambiente, Guidi rimase fedele a una concezione umanistica. Spazio e luce hanno avuto per lui sempre un significato anche morale, tanto quanto la sua resistenza di pittore figurativo, disposto a continuare la sua ricerca dell’assoluto nei limiti prescritti del quadro, tra i profili della cornice.

    Copyright Sergio Risaliti
    Immagine: Museo Novecento, Raccolta Alberto Della Ragione. Fototeca dei Musei Civici Fiorentini.
    Montaggio video: Antonella Nicola

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