“Nudo giallo”, di Felice Casorati

    1
    Logo Controradio
    www.controradio.it
    "Nudo giallo", di Felice Casorati
    Loading
    /

    “L’arte alla radio, con il direttore del Museo Novecento Sergio Risaliti.“Nudo giallo”, di Felice Casorati (Olio su tela, 1945).

    Alla metà del XX secolo, l’arte figurativa ha sperimentato di tutto. Nature morte cubiste, città travolte dalla velocità secondo i futuristi, macchine celibi e rady made, ritorno all’ordine e metafisica, lente osservazioni di valori plastici, scacchiere astratte e dipinti elaborati in rapporto alla musica dodecafonica e al jazz, repertori di nuove immagini surreali eccetera. Dopo tutte queste esperienze alcuni artisti tendono a cristallizzare in un proprio stile meditazione e sperimentazione, aspirando a un linguaggio classico, in cui l’elaborazione lenta di più logiche ed espressioni figurative abbia modo di riposare in immagini e composizioni soddisfacenti e per più di una stagione. Questi quadri ricordano esperienze passate, battaglie tra avanguardie, scoperte e approdi a nuovi lidi espressivi, per poi concludersi in un racconto a rebour, aggiustando gli episodi, le citazioni, in una immagine finale in cui tutto si ricompone in unità stilistica e di discorso. Quello che stiamo commentando è uno di questi quadri: un esercizio di memoria, un’opera già concettuale, per più ragioni. L’opera si intitola Nudo Giallo, l’autore si chiama Felice Casorati, nato a Novara nel 1883 e poi vissuto quasi sempre a Torino fino al 1963.

    Poco interessa sapere se questo nudo, dove si riconosce la modella nello studio, sia stato realizzato davanti alla donna oppure se sia solo una costruzione intellettualistica, appunto concettuale, elaborata a tavolino, ripensando a pezzi di immagini precedenti, a modelli e modi di costruire il quadro già sperimentati tante volte. Quadro di maniera. Potrebbe anche essere. Sennonché il carattere che lo anima – la stimmung, l’umore – sembra rispondere all’atmosfera, al clima di un preciso momento, di certi giorni. A un prima e a un dopo svolti nel presente della montatura (come si monta un marchingegno e una farsa) figurativa. Un quadro giallo, dunque, anche misterioso, da leggere e decifrare.

    Guardiamo l’opera. In un angolo dello studio del pittore la donna modello si è seduta su un gracile sgabello. Sembra patire freddo. Prova disagio. La sua magrezza è indice di una sofferenza patita a lungo. Gli anni della guerra. La ragazza è inscatolata, prigioniera tra tele, dipinti, fogli di carta, tutti molto colorati e senza immagini, astratti. Poggia perfino i piedi su alcuni lavori iniziati, o scartati. Di fatto sembra in una gabbia, in cui le pareti sono realizzate con l’incastro di piani di colore, di taglio e di forma geometrica variata. La tavolozza usata è sintetica, rosso, giallo, azzurro, arancio. Quella scelta ha, però, qualcosa di forte, i colori sono molto accesi, toccano anche i nervi. Già da queste prime note si comprende che il pittore lavora su più registri, oltre a quello astratto, si affida ancora a valori plastici e metafisica, assieme alla cromia espressionistica.  Anche il corpo nudo e smagrito della giovane è giallo limone. Contrario alla sensazione di freddo ormai interiorizzato nel corpo – si badi alla mano destra che stringe il braccio opposto in modo da ripararsi dal gelo e dagli sguardi- la figura tutta gialla sprigiona luce e calore. Luce nel quadro e luce propria del dipinto.

    La composizione, se consideriamo gli incastri di piani colorati, è costruita come un quadro astratto. Anzi come una vetrata astratta. L’opera si regge sul filo della rappresentazione tradizionale figurativa. Qualche ultimo residuo di prospettiva a reggere l’inganno spaziale. Qualche tela, messa di sbieco, di taglio. La posizione di fianco della donna. Lo sgabello costruito con certezza geometrica. Una profondità dello studio allusa con il sovrapporsi di linee e una seconda figura che sbuca da una tela, o forse specchio, alzato dietro la modella.  Di quella presenza si vedono solo le mani e la testa. La seconda modella, nascosta dietro, sorregge il quadro azzurro, che ripetiamolo potrebbe essere un vetro colorato, o uno specchio, e poggia il mento sul bordo della tela. Il suo volto ha qualcosa di strano. Osservandolo comprendiamo l’inganno. Tutta la scena è forse un teatrino, un gioco della mente costruito dal pittore per il piacere degli occhi, per innescare un’esperienza mentale e mnemonica.  La testolina che fa capolino è quella di un manichino. Di donne manichino, con teste-uovo di manichino. Hanno il naso di burattino, definito geometricamente come un blocchetto piramidale. Burattini dolcissimi, malinconici, muti, la cui vita illusoria ci inquieta.

    Casorati è un esperto di cose e giochi come questi. Nel Nudo Giallo anche la modella in primo piano è automa, replicante. Soprattutto dal busto in su ci avvediamo che braccia e testa sono oggetti di legno tornito, elementi volumetrici su cui affiora una natura ancora riconoscibile di donna. L’ovale della testa poi ci ricorda la passione di Casorati per la pittura di Piero della Francesca. Paolo Fossati ci viene utile a questo punto per ancor meglio precisare l’intellettualismo espressivo di Casorati. L’analisi verte su la Natura Morta con manichini del ’24 già ricordata, ma si adatta anche all’opera conservata al Museo Novecento: “Il gran lavoro di incastri spaziali che vi leggiamo, gli allineamenti di figure dirette e immagini riflesse, la regia tutta letteraria nella disposizione degli oggetti parlano di un intellettuale raffinato capace di fantasie capziose e complicate, di un pittore elegante e colto, non di un artigiano o di un esecutore. E il quadro nella tranquilla intimità dell’interno silenziosamente laborioso quasi fosse una tela fiamminga, esalta qualità intellettuali di immagini, una costruzione minutamente architettata di elementi di pittura e una lenta luce allusiva”.

    Restiamo ancora un attimo su Nudo giallo per sciogliere ancora un dilemma. Sul fondo, dietro le figure, la parete che si innalza come ultima quinta del nostro teatrino è di un colore rosso sangue. La malinconia, l’introverso sentimento di mitezza dolorosa che palesano i due volti di donne burattino, è qualcosa di più e di diverso, allora. Una silenziosa meditazione al femminile sulla inutilità del sangue versato, sulla vita fatta a pezzi e il desiderio raggelato. Se poi comunque sorge il sole. Allora anche la liberazione, in quel 1945, è una triste giornata, una funerea vittoria.

    Copyright Sergio Risaliti
    Immagine: Museo Novecento, Raccolta Alberto Della Ragione. Fototeca dei Musei Civici Fiorentini.

    1 commento