“Maschera e cilindro” di Mario Mafai

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     "Maschera e cilindro" di Mario Mafai
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    “L’arte alla radio, con il direttore del Museo Novecento Sergio Risaliti. Maschera e cilindro” di Mario Mafai (olio su tela, 1940)

    La natura morta non muore mai, verrebbe da dire. Neppure durante le più agguerrite avanguardie all’inizio del novecento. E può arrivare a raccontare allegoricamente anche gli aspetti salienti della vita famigliare e in società, del mondo fuori dalla tela che entra nella realtà separata del dipinto. Che siano non del tutto esplicitati i nessi logici, i significati, lo dicono certi quadri che si danno l’aria di raccontare per enigmi, formule, allusioni, per via di criptici messaggi di queste cose e vicende, biografie, abitudini, interessi. Insomma quadri che oltre da allegorie funzionano come rebus.

    È evidentemente il caso di questo bel dipinto di Mario Mafai (Roma, 1902 – 1965), tra i maggiori artisti italiani tra le due guerre, che tra le altre cose fu professore all’Accademia di Belle Arti di Firenze nel 1956. Una Natura morta con maschera e cilindro degli anni Trenta, accompagnata di altri elementi: un vaso di vetro color del cielo, uno spartito musicale, un mazzo di fiori, uno scialle rosso che si dispiega su un piano anch’esso rosso, ma di un tono diverso, più scuro, come di mosto.

    Nella nostra Natura morta con maschera e cilindro Mafai parte da un antico presupposto iconografico, quadri con calchi in gesso di teste classiche accostati a vasi di fiori e tendaggi invadenti lo spazio prospettico. Come in certe nature morte seicentesche e fino almeno a Jean-Baptiste-Siméon Chardin. D’altronde si era formato nei musei e sui libri, studiando fin nei dettagli le opere dei grandi maestri. Ma qui la lezione dall’antico prende una direzione diversa, letteraria. È un quadro-dispositivo, una messa in scena teatrale di oggetti disparati, legati tra loro da una certa drammaturgia, e che per l’appunto parla di teatro e di musica, di maschere e spartiti, di serate all’Opera. La composizione suscita immediato interesse per quanto dietro le immagini si nasconde in termini di racconto, diario, ricordo famigliare. Si avverte in superficie una leggera malinconia, non grave né tragica. Guardando bene, la frangia del tessuto si mescola alla nuca della maschera, un volto dallo sguardo un po’ terrifico e terrorizzato, dando l’aspetto di una Medusa anguicrinita a quella muta effige in gesso bianco. La natura morta è intrisa di pensieri e presagi non felici.

    D’altronde quella di Mafai, figlio di un padre ignoto, è stata un’esistenza marchiata fin dall’inizio da un’infanzia difficile, a cui seguirono, nell’epoca della dittatura fascista, angosce vere condivise con Antonietta e i figli, tutti assieme costretti a fuggire e a nascondersi per il timore delle persecuzioni razziali. Ma questa è un’altra storia, di cui parleremo, quando commenteremo altre sue immagini di massacri e di dolore, testimonianza di un’epoca buia della nostra storia. L’arte, del resto, ha anche questo compito: dare testimonianza di morte per rigenerare desiderio di vita.

    Copyright Sergio Risaliti
    Immagine: Museo Novecento, Raccolta Alberto Della Ragione. Fototeca dei Musei Civici Fiorentini.

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