“La Chimera”, di Arturo Martini

    “L’arte alla radio, con il direttore del Museo Novecento Sergio Risaliti. La Chimera, di Arturo Martini (1933-1935 ca.)

    La bella opera di Arturo Martini, artista che sembra affidare alla scultura il compito di combattere lo spaventoso e il minaccioso tra le pieghe della realtà e dell’inconscio, rinvia ad un’immagine fantastica, nata dalla mente dei Greci e poi adottata dagli Etruschi e dai Romani. La Chimera era un essere terrificante con il muso di leone, il corpo di capra, la coda di serpente che vomitava fuoco e fiamme dalle fauci, e venne uccisa da Bellerofonte.

    Può essere che Arturo Martini, per immaginare la sua opera, si sia ispirato alla celebre scultura di Chimera rinvenuta in Arezzo alla metà del Cinquecento, poi acquistata dal duca Cosimo I de’ Medici; un bronzo di epoca etrusca, conservato al Museo Archeologico Nazionale di Firenze.Quella scultura divenne monito o metafora della lotta contro le ‘bestie’ che abitano l’animo umano: il vizio, la concupiscenza, l’ira e la malvagità.

    Martini vedeva nelle creazioni del popolo etrusco un contatto familiare e quotidiano con il mistero della vita e della morte, con il religioso e lo spirituale. La capacità di tradurre in semplicità l’inaccessibile universo del sovrannaturale. Gli anni Trenta furono inoltre anni di importanti scoperte e di un diffuso interesse in campo artistico per la civiltà etrusca, che appariva misteriosa e sfuggente. Tra le due guerre gli Etruschi divennero un simbolo autarchico. La loro indomabile libertà spirituale e artistica divenne tuttavia anche pane per i denti di coloro che si vollero ribellare artisticamente alle retoriche del freddo classicismo, utile alla autocelebrazione di una nazione imperialista e dominatrice.

    Martini modella la Chimera reincarnandola in una forma plastica modernissima e al tempo stesso arcaica. L’animale, che perde qui le sembianze triformi, è colto nel momento in cui volge la testa ferina all’indietro, in uno scatto di bestiale rapidità. La superficie è lavorata per dare il senso di una vibrazione incontenibile e selvaggia, come se il fuoco che divampa dentro le fauci alimentasse di energia ctonia tutto il corpo di quella creatura. Le zampe sono ben poggiate a terra e la forma è slanciata. L’animale sembra vivere davanti a noi e il mostruoso poter girare adesso per il mondo. La forza del mito è per Martini sempre presente. A Martini competeva questo ruolo. Tenere in vita la scienza antichissima del mito, che poi scienza non è. Difficile spiegare la verità e la presenza del male, la sua potenza e differenziazione nella realtà, in mancanza di questo collegamento poetico e favoloso con il profondo e l’alieno. Solo il mito, le favole, l’arte rimasta bambina, possono decifrare i misteri, dare un corpo figurativo alle più angosciose immaginazioni e paure, per poterle anche esorcizzare e tenere a bada. E mai come oggi sentiamo il bisogno dell’arte come antidoto contro il terrore e la disperazione.

    Copyright Sergio Risaliti
    Immagine: Museo Novecento, Raccolta Alberto Della Ragione. Fototeca dei Musei Civici Fiorentini.
    Montaggio video: Antonella Nicola

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