La violenza dell’uomo protagonista del dramma di Rifici, l’Ifigenia Liberata

ifigenia

Al Teatro Fabbricone di Prato, da domani a domenica 25 marzo, feriali ore 20.45, sabato ore 19.30, domenica ore 16.30, il regista Carmelo Rifici, porta in scena Ifigenia liberata, un affondo nel mito da lui riscritto a quattro mani con Angela Demattè.

Il lavoro ha chiamato Eraclito, Omero, Eschilo, Sofocle, Euripide, Girard, Nietzsche, Giuseppe Fornari e Antico e Nuovo Testamento a fornire storie e riflessioni sulla vera protagonista dell’opera: la violenza dell’uomo come realtà inestirpabile e mistero senza fine.

Lo spettacolo è ambientato in una sala prove in cui un regista e una drammaturga, durante una prova aperta dello spettacolo, riflettono con gli attori sul destino di Ifigenia, figlia di Agamennone e Clitennestra, sacrificata alla dea Artemide per permettere alle navi greche ferme da tempo in Atride di partire per Troia a combattere l’esercito di Priamo.

La messa in scena procede dando voce alle ragioni di tutti i personaggi della vicenda, da quelle di Agamennone a quelle di Menelao, Ulisse e Clitemnestra, sino a mostrarci il pianto purificatrice della stessa Ifigenia, che alla fine si convince, assecondando la volontà di tutti, di morire per una causa più alta e nobile della stessa sua vita. Certo, nobile, ma che porterà inevitabilmente ad altri massacri: la distruzione di Troia, come ben ci ha tramandato Omero.

Nello sviluppo drammaturgico, il pesante fardello della sorte di Ifigenia è solo un punto di partenza, perché il suo sacrificio è stato solo uno dei tanti che ha costellato il cammino dell’umanità e l’idea della violenza, le morti, gli assassinii esistono dal principio, a cominciare da prima di Caino e Abele, attraversando poi la Genesi, Gesù, e arrivando fino a noi, a sottolineare che la giustizia, non la vendetta, è un lungo, lungo cammino e che le parole di Atena che chiudono l’Orestea – il suo delegare agli uomini la responsabilità attraverso leggi condivise – non hanno ancora portato ad una soluzione.

La soluzione del “teatro nel teatro, con intermezzi stranianti, vede gli attori in scena che criticano il testo, parlano al pubblico, esternano i propri sentimenti e filmano in diretta le prove con immagini rinviate su un grande schermo, in una via di mezzo tra ispirazione brechtiana e pirandelliana. Al contempo il regista vero e quello che agisce nella finzione, correggendo anche le maldestre intenzioni e le mancate espressività di chi sta in scena, illustrano come il teatro debba essere sempre, pur ponendo semplici domande, portatore di verità.

Lo spettacolo si muove così su due diversi piani, quello del teatro e della sua efficace rappresentazione, e quello dell’interazione con il pubblico, che viene chiamato in causa e coinvolto. Teatro e vita procedono insieme alla comprensione della vera natura del concetto di “sacrificio”, facendo intendere come ancora oggi, in molte parti del mondo, in nome di quel concetto il male assoluto sia ancora possibile, anche appellandosi a un Dio, tutt’altro che pietoso. Perché, come ci ricordano le due corifee, nel quarto e ultimo stasimo, le parole giustizia e vendetta, così diverse nel loro significato, hanno paradossalmente la stessa radice etimologica.

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