Gong, Eliseo Mattiacci al Forte Belvedere

Gong, la mostra che celebra Eliseo Mattiacci: aperta al Forte Belvedere dal 2 giugno e per tutta l’estate, fino al 14 ottobre.

Quest’anno tocca a Eliseo Mattiacci confrontarsi con uno degli ambienti più belli e più difficili al mondo, cioè con il panorama mozzafiato di Firenze dal Forte di Belvedere.

Gong è la più grande mostra mai dedicata ad Eliseo Mattiacci, classe 1940, marchigiano. E la mostra , che è curata da Sergio Risaliti, funziona. Funziona bene, perchè Mattiacci è un artista che ha sempre voluto dialogare con l’universo, e nel Forte di Belvedere ha trovato il palcoscenico ideale, che ha saputo trasformare in una sorta di trampolino di lancio verso l’infinito.

Proprio in senso letterale. Perché Mattiacci è un artista attratto dalle recondite armonie delle sfere celesti. Con le sue opere vuole legare terra e cielo per creare energie nuove o per ricreare energie arcaiche di cui noi contemporanei sembriamo avere più che mai bisogno oggi.

Cosa vuol dire? Vuol dire farci pensare al nostro posto tra la terra e l’universo. Vuol dire farci pensare al senso del nostro passaggio su questo pianeta. E i suoi lavori immersi negli spazi del Forte riescono ad innescare pensieri magici.

Gong si compone di due parti: all’esterno si trovano 11 lavori monumentali in acciaio corten. Sono opere pesantissime, una delle quali per esempio pesa 80mila chili; eppure svettano dai prati e dagli spalti del Forte verso Firenze e verso Arcetri, in quello che al curatore piace chiamare un “dialogo” con la città, con Brunelleschi, e con Galileo.

Si tratta di opere realizzate dalla fine degli anni Ottanta. Hanno titoli poetici, come Verso il cielo, del1987, e Vedere verso l’alto del 1992, Equilibri precari quasi impossibili, del 1991, Segno Australe – Croce del Sud del 1991, poi appunto l’impressionante Colpo di gong, del 1993, Vie del cielo del 1995, le orbite di Ordine cosmico del 1995-96, Totem con nuvola del 1996 e la mai esposta prima Scultura che guarda del 2008-2009.

Questi lavori arrivano a Firenze grazie a prestiti importanti da collezioni e musei internazionali, e così Gong ci dà l’occasione di vedere l’intero sviluppo della ricerca di Eliseo Mattiacci.

La seconda parte della mostra si svolge all’interno della Palazzina, dove trovano spazio nove sculture e istallazioni, realizzate in tempi e materiali molto diversi tra loro. Ci sono lavori storici e celebri come Tubo, del 1967, lungo 60 metri, e Recupero di un mito, del 1975, riallestita per la prima volta da allora e che sicuramente attirerà grandi e bambini con la sua sabbia fina e i ritratti dei capi pellerossa; e ci sono anche lavori più recenti, come l’opera sonora Echi di suoni e cani che abbaiano, del 1983, e l’installazione di pianeti in alluminio su una superficie stratificata in pallini in piombo, che si può solo ammirare a distanza di sicurezza,  La mia idea del cosmo, del 2000.

Il tutto accompagnato da una sessantina di disegni.

Tutti insieme i lavori di Mattiacci raccontano di una continua tensione ad esplorare il senso del nostro passaggio nell’universo, e la ricerca di un sublime contemporaneo. Le sue opere sondano il senso dell’esistenza, vogliono raccontare i cicli cosmici, ed aprire un dialogo con le forze umane e con quelle extraterrestri.

Anche letteralmente: infatti Mattiacci ha detto che “Mi sento attratto dal cielo con le sue stelle e pianeti e, al di là, dalle nostre galassie, è una immaginazione che va oltre, come a voler sfidare la fantasia stessa, come in un sogno. Mi piacerebbe lanciare una mia scultura in orbita nello spazio. Sarebbe davvero un bel sogno sapere che lassù gira una mia forma spaziale”.

In occasione della mostra anche il Museo Novecento espone qualche lavoro di Mattiacci: una scultura, un grande disegno, opere su carta e un video inedito.

Gong è realizzata grazie al sostegno di Banca Monte dei Paschi di Siena, main sponsor dell’evento, alla sponsorizzazione di Carpisa e con il supporto di Galleria Poggiali.

Tutte le info pratiche qui.

Margherita Abbozzo. Tutte le foto sono mie, a parte quella di apertura e la sesta nel testo, che sono di Simona Fossi.

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