Secondo i dati di una ricerca Iref Acli negli ultimi cinque anni l’inflazione arrivata al 18% ha letteralmente mangiato gli stipendi di almeno metà dei toscani. Ovvero, un lavoratore su due ha perso potere d’acquisto reale.
La notizia è drammatica e rende giustizia del comune sentire. Anche in una regione ricca come la Toscana le persone hanno perso potere d’acquisto e gli stipendi, i famosi “soldi in tasca”, valgono sempre meno. Il dato emerge da una ricerca Iref Acli che fotografa la situazione nella nostra regione negli ultimi cinque anni, dal Covid al 2025, per intenderci. E i dati parlano chiaro. In questi anni l’inflazione ha raggiunto la cifra record del 18%. Mentre – nello stesso periodo – i redditi da lavoro dipendente non crescono abbastanza. Almeno non in maniera omogenea. Per la gran parte dei lavoratori la crescita è stata inferiore all’inflazione: al di sopra di quel 18% di incremento complessivo dei prezzi, ci sono soltanto Firenze, Arezzo, Massa Carrara, Pisa e – per un soffio – Lucca. Una dinamica molto vicina a quella nazionale. Il reddito medio dei lavoratori dipendenti toscani è passato dai 23.218 euro del 2020 ai 27.625 euro del 2025, con una crescita nominale del 19%, a fronte dei 29.346 euro della media italiana. Dunque una Toscana spaccata a metà, con Firenze da una parte, dove i redditi da lavoro dipendente sono cresciuti del 22,2% nel quinquennio esaminato (passando da 26.653 a 32.580 euro) e — all’estremo opposto — Grosseto, dove l’aumento si è fermato al 15,3% (da 22.070 a 25.455 euro). E, da notare, la differenza non riguarda soltanto la dinamica percentuale, ma anche i valori assoluti di quanto entra in tasca ai lavoratori. Per la presidente di Acli Toscana Elena Pampana, il dato più preoccupante è appunto quello del potere d’acquisto. «Una crescita del reddito — dice — non significa necessariamente stare meglio. Se il salario cresce, ma non abbastanza da tenere il passo con i prezzi, la percezione concreta è quella di avere meno risorse a disposizione».


