Ironia della sorte, proprio il giorno dopo il decennale della legge sull’omicidio stradale e la presentazione del libro celebrativo a cura dell’associazione Guarnieri, con le autorità cittadine schierate in prima fila, un’altra tragedia scuote Firenze. Vittima questa volta un ciclista di 78 anni, ucciso in viale Gramsci dal camion di una ditta edile, che pare non fosse però impegnata in un cantiere della tramvia, come pareva in un primo momento.
Ancora da chiarire l’esatta dinamiche ma già molto chiare le dinamiche delle polemiche politiche che, immancabilmente, si sono prese la scena.
La destra parla di cantierizzazione selvaggia, la sinistra di mancanza di attenzione a quei cittadini che praticano la mobilità elementare, e innanzitutto dei ciclisti. La maggioranza, nell’esprime sgomento e cordoglio, ricorda gli sforzi fatti. Sillo sfondo le difficoltà oggettive di una fase complicata, anche a a causa della scadenza dei fondi PNRR che impone un’accelerata nei lavori.
Pochi però colgono il vero nesso della questione: come ricordava l’altro giorni proprio Stefano Guarnieri, in città il 50% degli spostamenti è sotto i 2 km ma nonostante questo, la bicicletta è ancora considerata l’ancella povera della mobilità. Qualcosa addirittura di fastidioso per chi deve parcheggiare, o scaricare ed usa le corsie preferenziali come area sosta. O per chi deve sgommare su strade non in grado di reggere l’urto del traffico e della velocità. Firenze e la Toscana primeggiano per numero di auto pro capite in Europa. Questa volta a provocare la tragedia è stato un camion, ma il tema di una rivoluzione copernicana nei rapporti si forza sull’asfalto, è quanto mai centrale. Perché, in ogni caso, una bici non può condividere lo stesso spazio, tanto più se angusto, di un tir. Se accade, la tragedia è, ovviamente, dietro l’angolo.


