“Vita Bioplastica”, di Enrico Prampolini

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    "Vita Bioplastica", di Enrico Prampolini
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    “L’arte alla radio, con il direttore del Museo Novecento Sergio Risaliti. “Vita Bioplastica”, Enrico Prampolini (tempera e smalto su tavola, 1938).

    Nel corso del XX secolo la storia dell’arte è decisamente cambiata. Difficile stabilire quando ciò sia avvenuto, individuare una data limite. Fatto sta che, in uno scorcio di tempo non troppo lungo, l’artista ha rivolto il suo sguardo verso la realtà invisibile. Per secoli il quadro era stato considerato una finestra o uno specchio, cornici ideali ma necessarie, per riprodurre in una superficie bidimensionale e illusoria la realtà visibile. Nel primo decennio del novecento accade qualcosa di meraviglioso: gli artisti indagano forme astratte, liberi dall’obbligo di riprodurre la natura, il vero. Da Kandinsky e Brancusi in avanti, la verità si colloca in profondità, oltre le barriere della percezione sensoriale più immediata. Ecco che il pittore, libero da generi e modelli tradizionali, si confronta con le nuove sperimentazioni e scoperte scientifiche, che adesso condizionano la sua immaginazione fino al punto di creare forme di vita sconosciute. Il Futurismo e il Cubismo ne sono un esempio.
    Enrico Prampolini (Modena, 1894 – Roma, 1956), autore di questo stupefacente dipinto intitolato Vita bioplastica, una tempera e smalto su tavola del 1938, appartiene alla seconda ondata del Futurismo, quella che viene detta la fase sintetica dopo l’analitica.

    Già il titolo dell’opera ci proietta in un mondo che non appartiene al visibile, ma all’universo della vita non visibile a occhio nudo. Prampolini usa un’immaginazione dotata di particolari lenti, simili a quelle di un microscopio, o forse di un telescopio, data la sua passione per la dimensione extraterrestre.  Le due forme di vita inaudite e aliene esistono in un loro spazio, che nulla ha di corrispettivo a quanto  riprodotto in una classica natura morta o in un bel paesaggio impressionista. L’artista indaga il formarsi e riprodursi di forme fantastiche che somigliano, evocano, microbi o germi, abitanti dell’aria e del microcosmo.
    A Enrico Prampolini interessa la plasticità metamorfica della realtà invisibile. Una plasticità non più meccanica, industrializzata, una nuova organicità, cui spetta una forma di vita autonoma e misteriosa.  La coppia di elementi –dotati di una loro fisionomia ben definita e veritiera- sembrano danzare all’interno di una cellula, che è il loro spazio vitale. Non toccano terra. Si spostano sfruttando energie e proprietà vitali. La tavolozza risponde solo alle necessità dell’immaginazione. La coppia si differenzia, in ogni caso, per forme, colori, stesura pittorica. Nonostante si tratti di forme di vita surreali, collocate in uno spazio-tempo appartenente alla dimensione biologica, i due organismi mantengono una silhouette vagamente antropomorfa, quasi da ballerini o maschere della commedia italiana.  Qui non c’è localizzazione geografica e culturale. Siamo in un universo che appartiene a ogni luogo e tempo, si tratta di una natura aliena, di forme di vita sconosciute, installate in altri mondi, o che magari stanno arrivando per conquistare il nostro pianeta. Saranno nocive, chissà? Dal punto di vista della storia dell’arte, queste metamorfosi del figurativo in nuovi organismi figurali, hanno di fatto prodotto effetti positivi, un avanzamento dell’immaginario visivo all’epoca inaudito e forse ancora oggi sorprendente.

    Copyright Sergio Risaliti
    Immagine: Museo Novecento, Raccolta Alberto Della Ragione. Fototeca dei Musei Civici Fiorentini.
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