“Lago di montagna”, di Mario Sironi

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    "Lago di montagna", di Mario Sironi
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    “L’arte alla radio, con il direttore del Museo Novecento Sergio Risaliti. “Lago di montagna”, di Mario Sironi (Olio su tela, 1928)

    Mario Sironi (Sassari, 1885 – Milano, 1961) è artista ancora oggi incompreso nella sua monumentale grandezza, per via della sua affiliazione, quanto meno intellettuale, al Fascismo, di cui è stato il cantore figurativo soprattutto nei grandi spazi pubblici, nelle architetture emblematiche del potere, nella decorazione più retorica e auto-celebrativa.

    Vissuto nella nostra epoca, avrebbe certamente amato uscire dal circuito delle gallerie per parlare al popolo delle periferie contemporanee, dipingendo arte sui muri come fanno oggi i writers, e come fece lui alla sua epoca.

    Il Museo Novecento conserva un discreto numero di opere dell’artista, tra paesaggi e figure. Tra queste spicca Lago di Montagna, un olio su tela del 1928, che commenteremo oggi. E’ un’immagine di sorprendente semplicità e monumentalità. La composizione è costruita affidandosi a pochissimi elementi figurativi che hanno la sintetica evidenza di parole antiche di millenni, il cui risonante significato è comprensibile ad una immediata lettura visiva.  Sono lemmi figurativi a se stanti, in grado di vivere nella propria solitudine, legati però tra loro da necessità e destino. Cime montuose, un albero ridotto al tronco, uno specchio di acqua alpestre, un rustico rifugio. L’uomo, unico protagonista di questo pianeta primordiale, fatica portandosi sulle spalle ciocchi di legna appena tagliati.  Si staglia come un eroico Adamo nella vallata ai piedi di montagne rocciose e scabre dove l’uomo abita da sempre rispettando leggi e tempi immutabili. Tutto ha la consistenza della pietra, anche il cielo. Questa di Sironi è pittura che sa di scultura. Sironi è chiaro guarda a Masaccio, a Michelangelo. Le sue sono figure umane massicce, costruite su anatomie geometriche. Corpi che sono volumi cilindrici, montagne che sono piramidi, case che sono parallelepipedi.  In questo mondo il tempo è lento, il passo faticoso, i sentimenti sono cupi, domina il senso della tragedia della vita, il peso del conflitto perenne tra l’uomo e la natura. Così ha scritto: “Ciò che diciamo attualità, modernità non è spesso che la sola realtà dell’esistenza – il resto è morte, eco sotto volte lontane e paurose, o silenzio e buio impenetrabile”. 

    Tralasciando, oggi, di approfondire del Sironi muralista e del Sironi obbediente al Regime, vogliamo concentrarci sul pittore di vedute urbane, l’artista che ha testimoniato con una pittura neo-umanista l’esistenza e la qualità drammatica della città moderna, della metropoli nella storia italiana. Una città che è anche quella dei nuovi capannoni e condomini a schiera, scatole in serie dove stare prigionieri come topi, povere esistenze già stanche di vivere il progresso, che divora la campagna e corrompe gli spiriti.

    Jean Clair, uno dei maggiori storici della modernità in arte, così ne parla: “ Pittore delle periferie senza speranza, dei sobborghi deserti, dell’elettrificazione caotica, pittore, anche, dei fantomatici tram all’alba e dei camion assassini al crepuscolo, delle gigantomachie piranesiane e dei vicoli sordidi, degli eroismi smisurati e dei brutali accessi del desiderio, è l’unico a saper sostenere il paradosso di lodare il regime nei suoi scritti pur denunciandolo nella sua arte. Almeno fino al 1933…Erede di Alberto Martini e del suo simbolismo nero, di Lorenzo Viani e del suo espressionismo disperato, di Umberto Bocciani e delle sue lugubri periferie della prima industrializzazione, Sironi ha fatto entrare la città moderna nell’arte italaian del nostro secolo. Nietzschiano lucido e amaro, compreso del senso della decadenza che è il senso del nichilismo della società moderna, Sironi è per la nuova classa plebea che ha appena preso il potere e che pretende di costruire, quel che Tomasi de Lampedusa sarà per l’antica aristocrazia decaduta: un cronista feroce e disincantato”.

    Ed è forse scampando alla città e al nichilismo, all’inutilità del folle progresso e all’inanità dello spirito davanti alla fine del tutto che Sironi si sposta in questa valle, dove il senso della vita e la necessità del tutto è misurata sul tempo lungo della natura, sulla inesorabilità del legame tra l’uomo e la terra.

    Copyright Sergio Risaliti
    Immagine: Museo Novecento, Raccolta Alberto Della Ragione. Fototeca dei Musei Civici Fiorentini.

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