Patti in Florence, Zucchetti: “Chi ha filmato in Super 8 il concerto del 79 ci invii il materiale”

Intervista a Edoardo Zucchetti, regista del documentario “Patti in Florence” che ha aperto la 61° edizione del Festival dei Popoli, e un appello a chi partecipò allo storico concerto  del 1979 a Firenze

A partire dal documentario “Patti in Florence”, uno scambio di opinioni sulla rilevanza culturale e politica del concerto allo Stadio Comunale del 1979 e sul ruolo della narrazione per immagini dei concerti.

Il film approfondisce sia la figura di Patti Smith che il concerto del ‘79 e quello del 2009. Come hai scelto quanto spazio dare a ciascuno di questi elementi?

In realtà io ho seguito il concerto del 2015. Il film si apre con Patti Smith che recita “People Have the Power”. Nel 2009 lei celebra i 30 anni dal concerto allo stadio e nel 2015 i 40 dalla pubblicazione di “Horses”.

Hai citato Wiseman tra le fonti d’ispirazione, quindi un cinema che lascia parlare le immagini anziché un narratore. Come fai a essere sicuro che il significato che tu attribuisci a quelle immagini sarà lo stesso che attribuiranno gli spettatori?

Wiseman è una fonte d’ispirazione ma in realtà i punti in comune nel documentario sono veramente pochi. Lui usa delle immagini molto statiche mentre io uso molti contributi diversi e li integro. In questo ci sono più similitudini con Asif Kapadia, regista dei documentari su Amy Winehouse e Senna. Poi in realtà il mio stile personale è quello di mettere tutto insieme e saltare da uno all’altro.

Il concerto del ‘79 ha assunto un valore storico. Quanto sono necessarie le testimonianze video e fotografiche per fissare certi eventi nell’immaginario collettivo?

Ti faccio un esempio: c’è un episodio, la Lectura Dantis di Carmelo Bene fatta dalla Torre degli Asinelli a Bologna. La fece per onorare i morti della strage di Bologna. Nessuno riprese questa lettura se non una studentessa con una telecamera amatoriale. Trent’anni dopo queste immagini sono venute fuori e sono le uniche immagini di Carmelo Bene che fa questa lettura. Se non ci fosse stata lei non avremmo quella testimonianza. Nel documentario, in una delle foto che appaiono viene immortalata una motocicletta parcheggiata fuori dalla stadio. Quella moto è targata Milano. Io non ho fatto una ricerca adeguata per ricercare quel motociclista ma la fotografia ti permette anche questo, andare a cercare questi dettagli che celano delle storie.

Tu ritieni che la sovrapproduzione odierna di foto e video amatoriali svaluti le immagini o tra 40 anni anche queste avranno lo stesso impatto e valore storico delle foto di 40 anni fa?

Ci sono vari livelli. Patti Smith usa Instagram in maniera molto poetica e artistica e quindi rimarranno. JR, l’artista francese, la usa per scopi promozionali ma le fotografie che rimarranno sono quelle che lui usa nelle mostre e che pubblica nei musei. Questo per quanto riguarda gli artisti. Le immagini della gente comune rimarranno alla storia nei database di Instagram e quando queste piattaforme decideranno di fare delle mostre collettive delle immagini di cui hanno i diritti ci sarà da divertirsi e, sì, secondo me rimarranno nella storia. Ma questo discorso vale anche per le cantine, io ho fatto per tre anni per conto di PRG e Musart ricerche tra gli archivi storici e lì ci sono dei mondi. Per esempio Duccio Chiarini, anche lui al Festival dei Popoli con “L’Occhio di Vetro”, è riuscito a tirar fuori dei filmati di famiglia che, affiancati a dei filmati dell’Istituto Luce, sono diventati delle testimonianze storiche, eppure si tratta di immagini di battesimi e di feste familiari.

Invece dal punto di vista commerciale, vista la crescente presenza di aftermovie e di filmati prodotti direttamente da chi cura l’immagine degli artisti, quanto credi che debbano essere integrate queste produzioni nell’offerta al pubblico?

10/15 anni fa tutto questo era impensabile. Siamo davanti a qualcosa che è ancora in continuo cambiamento. Ne sono esempi i documentari prodotti da Amazon su Tiziano Ferro e da AppleTV su Springsteen. Sugli aftermovie c’è chi fa montaggi di immagini in altissima risoluzione e c’è chi usa le immagini del pubblico. Questa è una documentazione che rimane ma non credo che sarà storicizzata. Ti faccio un altro esempio: il Jova Beach Party. Loro hanno una quantità di materiale incredibile ma solo tra vent’anni si potrà capire l’importanza di quel concerto e per capirlo veramente bisognerebbe intervistare chi ci ha lavorato, l’entourage, i local promoter, i partecipanti.

Molti hanno definito i concerti di fine anni ‘70 e inizio ‘80 come dei concerti con un grosso valore sociale e politico. Tu credi che i concerti che oggi riempiono gli stadi tra 30/40 anni avranno la stessa rilevanza storica?

No, è impensabile. Prima degli anni 60 quei concerti non esistevano. In Italia è stato molto importante il Partito Comunista che organizzava quei concerti. All’epoca la politica veniva fatta con le radio, nelle fabbriche, nelle università. Oggi tutto questo è finito. Ai concerti oggi sarebbe impensabile vivere quelle esperienze. Oggi viene fatto altrove, ancora non è ben definito o forse non c’è proprio quel tipo di attivismo politico e culturale.

Il regista chiede se qualcuno/a che era presente al concerto del ‘79 e che ha fatto delle riprese con il super8 ha del materiale da condividere. In tal caso si consiglia di rivolgersi a Controradio (redazione@controradio.it) che provvederà a metterla/o in contatto con il regista.

Carlo Lascialfari

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