DISCO DELLA SETTIMANA: LO STATO SOCIALE

Lo Stato Sociale L'Italia Peggiore

Era ovvio immaginare che L’Italia Peggiore, il nuovo album de Lo Stato Sociale, avrebbe suscitato un fiume di polemiche e di snobismi, per qusto noi abbiamo deciso di ascoltarlo, con Voi. Venerdì 13 Giugno alle 13 Lo Stato Sociale in diretta ai nostri telefoni.

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(ATTENZIONE, prima di leggere e di ascoltare gioverà ricordare cosa IL DISCO DELLA SETTIMANA NON E’)

L’Italia peggiore” segna il ritorno della band bolognese a poco più di due anni dal fortunato “Turisti della democrazia”, dopo un tour di 200 concerti e otto mesi lontani dai palchi. Anticipato dal singolo “C’eravamo tanto sbagliati” l’album è uscito il 2 Giugno: una data di uscita scelta non a caso – quella del giorno in cui si celebra la Festa della Repubblica in Italia – ma proprio per il suo significato e le sue forti connotazioni patriottiche, a cui si contrappone, ironia pungente ma nient’affatto avulsa dalla realtà, il titolo del disco: “L’Italia Peggiore”. Un titolo che è un po’ il filo conduttore dell’album, carico di umorismo critico e sferzante. Un’Italia bacchettata beffardamente per le sue contraddizioni, le sue ipocrisie piccole e grandi, come ben spiegano in questa intervistaIn questo secondo album, come sul palco accadeva già da tempo, tutti e cinque i membri della band ci mettono la voce, caratterizzando fortemente ogni momento del disco: Bebo racconta “Linea 30”, Checco canta e suona l’ukulele in “La musica non è una cosa seria”, Albi strilla in “Forse più tardi un mango adesso” e Carota ci mostra il suo bellissimo timbro in “Amore Dozzinale”. Come se non bastasse, altri tre illustri ospiti sono venuti a dar loro una mano: Piotta e Max Collini (Offlaga Disco Pax) in “Questo è un grande paese” e Caterina Guzzanti in “Instant Classic”.

Le royalties delle vendite per le prime due settimane saranno interamente devolute ad Emergency.

 

Questa la descrizione, traccia per traccia, dei 14 brani dell’album

1.Senza macchine che vadano a fuoco: Un pezzo rock inusuale per noi, l’amore per la lotta e la lotta per amore.

2. C’eravamo tanto sbagliati: scritta, nella sua prima versione, da Lodo, in dieci minuti di una nottata molto difficile della sua vita, si può considerare come quel momento in cui obblighi la tua debolezza a fare il giro e trasformarsi in voglia di reagire. In una parola: resilienza. E’ una canzone rivolta non al mondo esterno ma alle proprie intime miserie, al microscopio invece che al cannocchiale, nel proprio cuore invece che sulla luna.

3. La musica non è una cosa seria: un brano che parla del mondo della musica, del difficile rapporto con esso e della ricerca di un mondo diverso dove vivere e cantare, in serenità, ascoltando musica reggae. La voce è quella di Checco, per la prima volta su disco.

4. Questo è un grande paese: Non si può definire una canzone, così come questo luogo che viviamo fatica a definirsi comunità. E’ un insieme  di immagini di ironia, sarcasmo e demenzialità, raccolte dentro la grande festa che celebra la miseria della sostanza e il ridicolo della forma. E’ un pezzo con tante voci che stilisticamente viene dalle nostre origini radiofoniche,  è un concentrato della nostra narrativa orale e delle esperienze della band vissute negli anni di tour e di bar.

5. Piccoli incendiari non crescono: il racconto di gravi problemi di controllo delle proprie passioni adolescenziali. Il tutto suonato dai Cramps se avessero avuto drum machine e sintetizzatori.

6. Il sulografo e la principessa ballerina: gravi problemi di cuore risolti attraverso un grande vaffanculo alle convenzioni e alle contraddizioni del nostro tempo a cui quotidianamente partecipiamo.

7. Forse più tardi un mango adesso: turisti per caso, il colonialismo e la cultura di un popolo, la natura inevitabile della prospettiva, drammi esistenziali codificati dall’insistenza del fruttivendolo in spiaggia. La capacità di trasformare tutto questo in una canzone che, anche se non sembra, dice un sacco di cose intelligenti e a modo loro sagge. La voce è quella di Albi che, per la prima volta su disco, canta per davvero. A modo suo.

8. La rivoluzione non passerà in tv: il classico brano alla Stato Sociale? Forse. Un po’ inno un po’ sfogo ma con un ritornello liberatorio e pieno di ironia: “Hanno detto: un giovane è come il Natale o lo è tutti giorni oppure non lo è mai”.

9. Te per canzone una scritto ho: la grande truffa dell’amore, della canzone di non amore, della non canzone di non amore. Una canzone d’amore che parla di una canzone d’amore che si sarebbe potuta scrivere se non fosse per un imprevisto, per l’incapacità di farlo, perché, in fondo, una canzone d’amore mica la si voleva scrivere. Si voleva fare una roba, una cosa, tanto per fare. Per scherzare su un cliché, quello Sanremese, dell’orchestra, delle orchestrazioni e degli arrangiamenti.

10. Io, te e Carlo Marx: socialismo e barbarie, il singolo nella società, il singolo nella relazione di coppia, la coppia nella società. La storia, vera, di una donna medico e un musicista che si amano nella diversità. L’imprescindibile e amara bellezza della consapevolezza del contesto sociale. Cantato a due voci da Albi e Lodo.

11. Amore dozzinale: l’amore è fuoco, il fuoco non per forza è amore. Un momento di cazzeggio in studio, registrato in presa diretta. Una canzone cantata con uno stile invidiabile da Carota, per la prima volta solista su disco. Un divertissement.

12. Instant classic: da quando gli obbiettivi fotografici sono diventati di larghissimo consumo e presenti su qualsiasi dispositivo, abbiamo una nuova e gravissima malattia nel mondo. Il diffondersi di Facebook e Instagram ha acutizzato la malattia di cui sopra. Questo pezzo ironizza su un problema serio, anzi serissimo. Una canzone fuoriluogo, forse. Alla voce c’è Caterina Guzzanti che si è prestata con entusiasmo a questo nostro delirio.

13. In due è amore in tre è una festa: L’amore è leggerezza, la leggerezza non per forza è amore. Una canzone che potrebbero aver cantato Cochi e Renato, con tanto di perepereperepepe. Un pezzo sincero, vero, che racconta una storia vera.

14. Linea 30: La strage di Bologna ha ucciso lavoratori, bambini, persone comuni che desideravano andare in vacanza o riunirsi alle proprie famiglie. Il treno è stato il mezzo della gente per un secolo, la bomba ha colpito nel cuore una città e le persone che la abitano. Questo è il racconto di chi non c’era ma che ha vissuto tutto attraverso gli occhi del proprio babbo, alla guida di un autobus. Il babbo è quello di Bebo, autore del testo e voce del pezzo.

Come al solito, mettiamo a confronto un paio di recensioni, iniziamo da questa (da sentireascoltare):

“A due anni dall’esordio Turisti della democrazia, che tra entusiasti e detrattori si guadagnò una visibilità piuttosto consistente, ecco arrivare l’atteso sophomore de Lo stato sociale. Sulla carta questo L’Italia peggiore potrebbe fare anche meglio, almeno sul versante dell’airplay, rilanciando difatti la capacità della band bolognese di azzeccare situazioni intriganti a pronta presa. La formula è la stessa, sloganistica, arguta/acuta, servita su basi pop variegate, si tratti ora d’un post-punk elettrizzato e sintetico, ora di reggae/ska plastificato o ancora di electro-dance grossolana colta al crocicchio di sparsi azzardi hip-hop.

Questa esuberanza stilistica sembra mirare proprio all’indistinto musicale, come se l’aspetto sonoro della faccenda non fosse che il reagente del principio attivo rappresentato dai testi, ai quali spetta il compito di fustigare usi e costumi (anche e soprattutto mentali) di un (bel)Paese in balia della turbo-modernità. In un certo senso è l’altra faccia della medaglia Vasco Brondi o una declinazione meno adrenalinica de I Cani, rispetto ai quali la differenza principale è che l’epos resta sullo sfondo, residuo fisso di un processo sì cannibalisticamente emo(tivo) però vieppiù satirico, quando non soltanto umoristico e comunque quasi sempre divertente.

Pur ammettendo che questo ambito possa rappresentare un limite fisiologico, va detto che ai ragazzi non manca il talento: si ascolti C’eravamo tanto sbagliati, sorta di Cosa sarà 2.0 corroborata da sdegno sfanculante Zen Circus, oppure quella La rivoluzione non passerà in TV che dietro la parafrasi dell’immarcescibile assunto di Gil Scott-Heron cela una mitragliatrice di sentenze adesive (“l’inferno è il paradiso prima che venga la gente“), mentre Io, te e Carlo Marx azzecca l’equilibrio ideale tra leggerezza strutturale e risvolto amaro (“lui muore schiacciato dalle lamiere e non puoi farci niente/ forse è per questo che continui a cantare o a fare il deficiente“). In Questo è un grande Paese poi il metodo viene spinto al limite, coinvolgendo la strana accoppiata PiottaMax Collini per un cortocircuito tra coatto paraculo e sarcasmo disarmante che surfa sulla spuma del trash, per inoculare lucidità neuronale all’auditorio: missione sostanzialmente compiuta, anche al netto del retrogusto di paraculaggine.

La svaccata però è sempre in agguato, basta poco per scivolare nel grossolano, vedi la latineria rock di In due è amore, in tre è una festa (come un Paolo Zanardi depotenziato Pieraccioni) o Instant Classic con le sue scenette anti-selfie snocciolate da Caterina Guzzanti (vago effetto da Elio e le Storie Tese androidi). Altrove – peggio – si scivola nell’insulso, come capita al reggaettino serafico di L’amore non è una cosa seria (dalle parti del radiofonico astuto/ricercato, roba che potrebbe cantare pure un’Arisa) ed al perculamento del romanticismo sgrammaticato vascorossista in Te per canzone scritto ho. Su questi binari il gioco perde efficacia, ha poca speranza di lasciare segni profondi e rischia di esaurire il potenziale nel giro di pochissimi ascolti. Non è un difetto da poco.

Se l’intenzione era insediarsi su una linea di confine che permettesse al quintetto di galleggiare a piacimento tra gravità pseudo-cantautorale e cazzonismo sferzante, tirate le somme non è andata benissimo. L’impressione è che manchi un po’ di consistenza del vissuto, un senso preciso di coinvolgimento, provenienza e appartenenza rispetto a ciò di cui si parla. C’è come una febbre di narrazione che soffoca l’incisività del narrato (vedi come Linea 30 fa ricalcomania Offlaga sterilizzando così il quid drammatico ), del resto ben noto effetto collaterale – con tendenza a cronicizzarsi – della logorrea blogger/social. In questo senso, val bene chiudere il cerchio su un modello di riferimento come Rino Gaetano, per rimarcarne però la distanza.”

per chiudere con questa, impietosa, stroncatura di Federico Guglielmi:

Lo Stato Sociale: la grande bruttezza

È in circolazione da ieri il nuovo disco de Lo Stato Sociale, uno dei gruppi più controversi del panorama pop-rock italiano, specchio fedele degli strani giorni che stiamo vivendo.

Sono ormai trascorsi quasi ventotto mesi da quando Lo Stato Sociale pubblicò per la Garrincha Dischi il suo primo album “Turisti della democrazia”, arrivato dopo due EP – “Welfare Pop” e “L‘amore ai tempi dell‘Ikea” gli esplicativi titoli – che non avevano mancato di suscitare curiosità nel nostro circuito alternativo. Da quel febbraio 2012, la band nata a Bologna da un‘idea di tre DJ di Radiocittà Fujiko è stata protagonista di un’ascesa folgorante: concerti a iosa, vari premi, una riedizione dell‘esordio arricchita da un secondo CD di cover e remix (fra gli interpreti: 99 Posse, Gazebo Penguins, Giovanni Gulino dei Marta sui Tubi, Ex- Otago, Nicolò Carnesi, L‘Officina della Camomilla). Inoltre, un videoclip girato con l‘iPhone di “Sono così indie” – un pezzo, va ammesso, piuttosto arguto nell‘ironizzare sui vizi della “scena” – cui hanno offerto (pur minimi) contributi un notevole numero di artisti seri: citando a memoria, Federico Fiumani dei Diaframma, Giorgio Canali, Ufo degli Zen Circus, Perturbazione, Mariposa, A Toys Orchestra, Caparezza, tutti assieme appassionatamente a celebrare, con l’alibi del ”in fondo che male c’è?”, una delle esperienze musicali (?) più inconsistenti e irritanti del rock italico dall‘inizio del Terzo Millennio. A rigor di logica, gruppi e solisti che a lungo hanno raccolto briciole per portare avanti con fatica discorsi di spessore dovrebbero deplorare questi loro cinque improbabilissimi colleghi che stanno diventando stelle (si spera presto cadenti) grazie al cazzeggio, alle facce di bronzo e al cattivo gusto. Invece, per superficialità, per timore di essere reputati snob, perché rifiutare pare poco educato e perché, alla fin fine, “cane non mangia cane”, si prestano al gioco.

A scanso di equivoci, non credo affatto che i ragazzi de Lo Stato Sociale siano degli idioti. Anzi, tutto il contrario: sono intelligenti, furbi, paraculi. Si sono trovati per caso nel ruolo di attrazione principale del Circo e, come farebbe chiunque altro, cercano di capitalizzare il momento magico riutilizzando le armi che finora sono risultate efficaci. Evidentemente, al pubblico non importa che il sound sia scontato e cacofonico, che le voci gracidanti indispongano, che i testi – al di là di qualche spunto azzeccato: è la legge dei grandi numeri – brillino per vacuità e (spesso) trivialità, che le canzoni sembrino parodie. Che il trash paghi non è una novità, e dato che in tale ambito Alberto Cazzola (voce, basso), Lodovico Guenzi (voce, chitarra, piano, synth), Alberto Guidetti (drum machine, synth, voce), Enrico Roberto (voce, synth) e Francesco Draicchio (synth, voce) se la giocano con i fratelli Vanzina, perché stupirsi? Quando poi si mischiano le carte spacciando umorismo di grana grossa per iconoclastia, e si inseriscono abilmente citazioni “alte” che possono far pensare a sottili esercizi intellettuali, la possibilità di vincere su tutti i tavoli diventa concreta. Appunto.

La notizia di stretta attualità è che i nostri eroi hanno appena pubblicato, sempre per la Garrincha, il sequel di “Turisti della democrazia”: si intitola “L’Italia peggiore” ed è uscito il giorno della Festa della Repubblica, un po’ come Dente che commercializzò “L’amore non è bello” proprio a San Valentino. Una conferma che quello de Lo Stato Sociale non è più una sorta di sasso gettato nello stagno per vedere l’effetto che fa, ma il tentativo di speculare sull’inatteso successo alzando se possibile ancor di più l’asticella del raccapriccio. Arduo trovare le parole idonee a descrivere autentici orrori come “Forse più tardi un mango adesso” o “Questo è un grande paese“ (ospite Piotta), la disarmonia di certe accozzaglie di ritmi dance, umori esotici e pseudo-rap, il senso di disagio evocato da cori molesti e slogan da cottolengo. Per come la vedo io, l‘invito di Giuseppe Civati ad acquistare “C‘eravamo tanto sbagliati” (peraltro, uno dei momenti “migliori”) è l‘ennesima dimostrazione di come Giorgio Gaber non sbagliasse affermando che “la politica è schifosa e fa male alla pelle”, e la scelta di donare a Emergency le royalties delle copie vendute nelle prime due settimane un comunque utile specchietto per le allodole (sceme). Insomma, un album perfetto per la nostra povera patria, o, meglio, per la sua parte peggiore. Che purtroppo, quantomeno giudicando dai “like” su Facebook, è parecchio popolata.

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