Cosa succederà ai social network in Europa

Unione Europea - sputnik v

La sospensione di Donald Trump dai social network ha riacceso il dibattito sul ruolo delle piattaforme e sulla responsabilità della loro gestione. Anche nell’Unione Europea.

La decisione di Twitter per primo, e degli altri social network poi, di eliminare o sospendere il profilo del Presidente degli Stati Uniti è stata accolta da molti come la tanto attesa assunzione di responsabilità dei gestori di queste piattaforme.

In realtà si tratta di una scelta eccezionale e per certi versi unica. Resta fondamentale capire in che misura la mai celata disapprovazione nei confronti di Trump abbia influenzato la decisione delle aziende coinvolte nella sua sospensione, dopo che si erano a lungo dichiarate super partes sui temi politici. In occasione di episodi paragonabili, come le Primavere Arabe, erano stati riconosciuti a social network come Facebook dei meriti nell’offrire uno spazio di condivisione libero dalle imposizioni governative capace perfino di portare all’abbattimento di regimi dittatoriali.

Il dibattito è vivace e sembra non essere più di natura etica ma pratica, perlomeno in Europa. Sembra passato il tempo in cui la discussione ruotava attorno al diritto all’anonimato online. Sia il trasferimento di alcuni servizi essenziali della pubblica amministrazione sulla rete, sia la maggior propensione degli utenti a condividere spontaneamente i propri dati, hanno reso meno prioritario il tema dell’identificazione online, che sembra ormai stare a cuore soltanto ad alcuni pionieri di internet. L’argomento attuale è quale grado di penetrazione debbano avere le leggi dei singoli Stati nelle attività online e come possano essere applicate ad aziende multinazionali.

Finora erano spiccati due modelli di gestione: quello statunitense e quello cinese, con l’UE che faceva da spettatore interessato. Il primo prevede un certo lassismo e molta discrezione alle singole società, per due ragioni sopra tutte le altre: perché le più grandi aziende digitali hanno sede in USA dove pagano miliardi di tasse al Governo e danno lavoro a decine di migliaia di cittadini, e per il Primo Emendamento (quello sulla libertà d’espressione). Le cose sembrano però essere cambiate dopo i fatti di Washington, soprattutto per quanto riguarda la seconda ragione.

Il modello cinese invece è agli antipodi. Nel 2014, in occasione della prima riunione del Gruppo Centrale per l’Informatizzazione e la Sicurezza di Internet, l’organo preposto alla censura della rete, Xi Jinping aveva detto: “Non c’è sicurezza nazionale senza sicurezza online”. Finora la Cina non era mai stata presa come un esempio virtuoso di gestione della libertà di espressione, con critiche anche dall’UE, non ultimo riguardo alle repressione delle proteste di Hong Kong effettuata in larga parte grazie al controllo dei dati dei cittadini.

L’Unione Europea, che finora era intervenuta solo su situazioni specifiche e principalmente di natura finanziaria, correggendo l’abuso di posizione dominante di alcune aziende statunitensi, ha presentato lo scorso dicembre l’introduzione di due nuovi protocolli di gestione.

Il DSA, Digital Services Act, prevede delle linee guida per i social network riguardanti la gestione dell’incitamento alla violenza e la violazione di copyright. Il DSA farà anche sì che alle piattaforme come Google e Facebook venga riconosciuto il ruolo di editore e che siano quindi obbligati a moderare i contenuti e fornire informazioni su alcune scelte come i criteri dietro l’offerta pubblicitaria online. L’Unione Europea si riserva il potere di infliggere multe che possono ammontare fino al sei per cento del fatturato globale delle aziende. Tuttavia il DSA non modifica l’immunità legale dei social network, perciò a essere punibili saranno solo i singoli utenti.

Il DMA, DIgital Market Act, introduce delle normative per il controllo e la limitazione delle quote di mercato delle aziende statunitensi che sono accusate di aver ostacolato la crescita dei fornitori di servizi digitali europei attraverso strategie monopolistiche.

La Commissione Europea ha annunciato che il DSA e il DMA non entreranno in vigore prima del 2023, quando dovrebbe concludersi l’iter legislativo.

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