Conversazione con Vera Gheno su internet, social network e shitstorm

Vera Gheno

Vera Gheno è sociolinguista, docente, scrittrice e conduttrice radiofonica. Abbiamo parlato con lei dell’evoluzione del linguaggio mediato dal computer e dei cambiamenti in corso nella comunicazione.

Questa conversazione con Vera Gheno, sociolinguista e docente all’Università di Firenze, collaboratrice dell’Accademia della Crusca, conduttrice del programma “Linguacce” in onda su Rai Radio 1 e persona cool a tutto tondo, nasce con l’idea di fare chiarezza sull’evoluzione del linguaggio nei canali digitali.

Durante la chiacchierata diventa evidente che, per la ricchezza dei contributi offerti dall’intervistata e per l’incapacità dell’intervistatore di rimanere sul tema, il risultato non sarà una semplice intervista ma una conversazione di ampio respiro su numerosi temi di attualità.

Parto subito con un argomento che mi preme: dal punto di vista dei creatori di contenuti c’è il costante bisogno di ampliare la propria base di utenti, con il rischio che i contenuti escano dalle nicchie con cui si condivide lo stesso linguaggio. C’è modo di evitare il fraintendimento proveniente dall’esposizione a soggetti con linguaggi diversi?

Il linguaggio umano per definizione non è mai univoco. Un’eccezione è quello giuridico, che nasce con l’intento di non essere elastico, che deve essere “massimamente esplicito e rigido” come dice Francesco Sabatini (presidente onorario dell’Accademia della Crusca, ndr). In tutti gli altri contesti, quelli in cui noi interagiamo, un certo grado di fraintendimento è strutturale. Ognuno di noi approccia una conversazione con degli schemi mentali: giudizi, pregiudizi, stereotipi e poi, sulla base di questi, decodifica il messaggio altrui. Peraltro io sto cercando di diffondere l’idea – ben nota nell’ambiente linguistico – che la comunicazione umana è talmente complessa che la norma è che non funzioni. É necessario uno sforzo per farla funzionare.

Come si concilia questo sforzo con le nuove piattaforme?

Il punto è che, siccome impariamo a usare le parole molto presto, finiamo per dare per scontata la competenza nell’uso della parola. Da un punto di vista cognitivo è successa anche un’altra cosa con i nuovi media: il panorama mediale nel quale ci muoviamo si è complicato tantissimo. Molte persone hanno acquisito una voce pubblica senza aver acquisito le competenze per averla, finendo per combinare dei casini, soprattutto sui social. Spesso non si rendono conto di essere su un palcoscenico e continuano ad agire come se fossero a casa propria. Si può provare a minimizzare il fraintendimento concentrandosi quando si dicono le cose, valutando con attenzione e un po’ di sforzo il contesto, il comunicatore e le intenzioni comunicative. Però leviamoci dalla testa che comunicare sia semplice e che il fallimento sia un’anomalia. É il contrario: il successo è un’anomalia.

Alla luce di questo, come si gestisce un contenuto estrapolato dal contesto? Mi viene in mente il recente caso di Donald McNeil, giornalista scientifico del New York Times che durante una lezione, per spiegarne l’uso nel linguaggio, ha usato la parola dispregiativa “nigger”. Nonostante l’abbia usata nel modo più clinico possibile gli è valso l’allontanamento dalla redazione.

Il politicamente corretto è un’istanza sacrosanta. Il rischio che non possiamo più dire le cose è abbastanza remoto. Il politicamente corretto nasce in un contesto angloamericano in cui la questione etnica è molto forte, ma l’attenzione ai termini derogatori è necessaria in generale. Ciò non toglie che per essere politicamente corretti nella maniera “corretta” si debba studiare. Deve studiare sia chi vede il politicamente corretto come una museruola, sia chi lo invoca in ogni occasione. Altrimenti c’è il rischio di una polarizzazione. É chiaro che se io faccio una riflessione metalinguistica su un termine, un certo grado di libertà lo devo avere: devo avere la possibilità di citare l’oggetto del mio discorso. Da linguista mi occupo anche di termini offensivi e nei libri li trascrivo. Ecco, magari si può fare come suggerisce il mio collega, il linguista Federico Faloppa, che si occupa di razzismo da una vita, che evita di pronunciare termini offensivi in pubblico, pur occupandosene diffusamente. Ci rendiamo conto che qualcuno potrebbe rimanere ferito da quella parola anche se la stiamo usando per scopi scientifici. Direi che un buon parametro è questo: la mia libertà di espressione deve essere messa sotto analisi se con le mie parole arrivo a ferire una persona. Come controesempio mi viene in mente la storia del professore dell’Università della California Meridionale che durante una lezione ha usato l’espressione cinese “nei ge”, un riempitivo; gli studenti afroamericani presenti l’hanno percepita come la famosa “n word” e si sono rivolti al preside. Il preside, anziché chiarire la situazione, ha sospeso il professore. Questo è evidentemente un eccesso.

É di ieri la notizia che un canale Youtube è stato sospeso perché l’intelligenza artificiale ha individuato dei termini considerati inappropriati. La frase incriminata è “bianco attacca nero”, solo che si trattava di un canale di scacchi.

É quello che succede se ci affidiamo agli algoritmi. A me è successo che, durante una live su Twitch in cui si parlava di lingua, ho usato il termine “negro” come esempio di razzismo e i proprietari del canale che mi ospitava sono sbiancati e hanno immediatamente cancellato la live perché altrimenti i bot avrebbero chiuso il canale. Delegare la lettura delle sfumature e del contesto all’intelligenza artificiale è rischioso, siamo noi esseri umani a doverlo fare. Anche perché poi accade una cosa che a me su Facebook succede spesso. Io vengo offesa in maniera trasversale: “questa che si definisce linguista”, “questa sedicente professoressa”; non sono insulti espliciti e quindi, quando segnalo il commento, il più delle volte non succede niente perché per gli standard di Facebook quelli non sono insulti.

Capita spesso che sui social la reazione a delle uscite infelici abbia dei toni molto più aggressivi e violenti dell’insulto iniziale.

Su questo tema condivido l’editoriale di Faloppa, che è anche direttore della Rete Nazionale per il Contrasto ai Discorsi e ai Fenomeni d’Odio, secondo cui le reazioni sono un fenomeno di superficie. Non vanno ad approfondire le biografie e i profili delle persone coinvolte nelle polemiche. La lettura prevalente è quella immediata. Il problema delle shitstorm (le polemiche che si sviluppano in modo esponenziale attraverso commenti sui social, ndr) è che perpetuano il ciclo d’odio gonfiandolo. Tempo fa scrissi un articolo sull’odio dei giusti, il fenomeno che avviene quando si identifica un colpevole e si procede a una lapidazione verbale e mediatica del soggetto sentendosi perfettamente titolati a farlo.

Servirebbe anche consapevolezza da parte degli ascoltatori di alcuni programmi che solo una parte della trasmissioni che guardano è analisi della realtà e che un’altra parte è intrattenimento.

Dipende dal contenitore. Se ti poni come un ambiente di cultura progressista devi essere fedele al tuo indirizzo, anche solo per mantenere la credibilità.

C’è che ogni tanto l’indirizzo di destinazione è semplicemente quello dove il pubblico è più ampio, e non necessariamente condivide il tuo stesso linguaggio. Mi viene in mente l’esempio di Twitter, le cose che ha detto Trump e che gli sono valse la sospensione sono state dette anche da altri, pure con parole più gravi, che non hanno subito ripercussioni da parte della piattaforma.

Quello che è successo con Trump è che lui ha potuto a lungo dire tutto quello che voleva. Quando il pericolo del colpo di stato si è fatto più concreto, Twitter è intervenuto. Per quattro anni Trump ha scritto delle cose orrende senza che venisse fatto più di tanto. Sul tema non ho una visione chiara, da un lato era innegabile che si era arrivati a un punto, benchè tardivo, in cui si dovevano limitare i danni. Tuttavia mi chiedo se sia giusto delegare alle piattaforme il compito di decidere cosa sia legittimo dire o meno. Si ricollega a quello che dicevamo prima sugli algoritmi. Comunque l’effetto che questi mezzi hanno sulla comunicazione politica è ancora in corso, non sappiamo come si svilupperanno. Vorrei che fosse chiara una cosa che ho già detto: non è scontato che la comunicazione funzioni. Al complicarsi della società, aumenta anche la complessità della comunicazione.

Però esistono delle figure che si occupano di comunicazione per lavoro e che sono state ignorate dalle istituzioni. Abbiamo avuto dei rappresentanti politici e degli amministratori che si sono rifiutati di rivolgersi ai giornalisti, che hanno deciso di rifiutare i canali istituzionali in favore di piattaforme private di proprietà estere, oppure programmi di varietà per dare delle comunicazioni istituzionali sullo stato della pandemia.

La questione principale è che internet ci è arrivata addosso all’improvviso senza che noi avessimo gli strumenti per gestire la complessità derivante. Questo è un fatto. Però c’è anche che chi detiene il potere sa che questo passa dalla gestione delle parole. Pensa alla politica degli slogan. C’è una parte politica che ha sfruttato questi canali per parlare alla pancia di gente delusa, impaurita, stanca e depauperata che si è dimostrata terreno fertile per la propaganda. Il populismo però, inteso come l’uso della lingua per fini non virtuosi, è sempre esistito. Quello che dovremmo provare a migliorare deve essere la resistenza delle persone a questo tipo di contenuti. Chi sfrutta la propaganda esisterà sempre, la permeabilità delle persone però si può adeguare a contrastarla. La mia speranza è che le nuove generazioni siano più corazzate contro gli slogan.

Io credo che sia così. La generazione che si è sviluppata avendo accesso a questi strumenti li ha sfruttati anche per creare una sorta di sistema immunitario. Il problema è che i ruoli di potere e di influenza in questo momento non sono occupati da quella generazione. In Italia temo che non lo saranno ancora per un bel po’. La generazione che oggi comunica, e lo smart working lo ha mostrato in modo brutale, non ha dimestichezza con gli strumenti e i linguaggi della rete.

Lo so bene. La mia esperienza di studiosa della comunicazione digitale mi vale ancora oggi dei giudizi paternalistici da parte di professori che studiano argomenti più tradizionali. Un ricambio generazionale sarebbe abbondantemente necessario. O perlomeno, serve trovare una via di mezzo tra le dirette dei ministri su Facebook e la totale assenza dai social network.

La formazione all’uso di questi strumenti dove avviene?

Avviene spesso per vie naturali, come successo ad alcune generazioni. Le ultime generazioni iniziano ad avere qualche infarinatura anche a scuola, purtroppo in misura insufficiente, e siamo in una strana situazione in cui le generazioni precedenti non sono necessariamente più competenti di quelle successive. La tradizionale perpetuazione del sapere avveniva per trasmissione dalle generazioni precedenti a quelle più giovani. Nel digitale questo paradigma si ribalta: chi ha delle competenze derivanti dall’esperienza spesso non comunica con chi ha conoscenza dei nuovi strumenti, quindi non c’è scambio intergenerazionale e non c’è crescita.

Il problema è che le piattaforme dove questo scambio potrebbe avvenire efficacemente sono inospitali. Sai già che affrontare alcuni temi sensibili ti esporrà a critiche e ti censuri perché sai che non ne vale la pena.

C’è una cosa chiamata “spirale del silenzio”. Chi è competente in un certo campo se ne lava le mani perché è stressante sottoporsi alle reazioni. Questo compromette ulteriormente la trasmissione del sapere.

Il mio timore è la convinzione che su internet ci sia spazio solo per l’intrattenimento, e che quindi anche chi fa informazione debba imitare le strategie dell’intrattenimento.

Quello lo pensa chi è convinto di poter applicare una specie di formula magica che possa far funzionare i contenuti, prendendo alcuni stilemi di una comunicazione che conosce poco. In sostanza quelle cose le dice e le fa chi su internet non ci vive. In questo momento la divulgazione che funziona davvero la fanno gli abitanti della rete, non quelli che dall’esterno, magari animati da buone intenzioni, arrivano e scimmiottano quello che loro percepiscono come lo stile della rete. Semplificare non vuol dire svilire.

Una conversazione tra Vera Gheno e Carlo Lascialfari

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