IN TUNISIA LA SVOLTA DEL PARTITO ISLAMISTA: “BASTA CON L’ISLAM POLITICO”

    E’ sicuramente destinato ad entrare nella storia il decimo congresso del partito islamista tunisino Ennahda, innanzitutto per le dimensioni dell’evento: oltre 1.200 delegati, televisioni da tutto il mondo e ospiti stranieri di ogni tipo hanno preso parte alla convention che si è tenuta tra il 20 e il 22 maggio ad Hammamet.

    Ma soprattutto ciò che ha attirato l’attenzione di media e analisti internazionali è stato il discorso del leader e fondatore di Ennahda, Rached Ghannouchi, il quale a margine della sua ennesima rielezione a presidente della formazione politica, ha annunciato una svolta storica: il più importante partito islamista del Nordafrica ha deciso di abbandonare la piattaforma ideologica dell’islam politico. Formalmente il congresso era stato convocato per eleggere il nuovo presidente del partito, ma l’evento ha assunto un significato decisamente maggiore quando Ghannouchi ha anticipato a Le Monde che, in caso di rielezione (eventualità abbastanza scontata), avrebbe provveduto a modificare sostanzialmente l’identità dottrinale del partito. Di qui l’assembramento di emittenti televisisive e giornali. E’ la prima volta infatti che all’interno del mondo islamico un partito di matrice apertamente religiosa rinuncia a quella che viene chiamata “dawa”, ovvero l’insieme di attività finalizzate alla diffusione del messaggio divino. Ennahda interrompe quindi l’opera di proselitismo e accetta il principio della distinzione tra attività politica e attività religiosa, confermandosi il partito islamista maggiormente in grado di conciliare i valori della modernità con la propria identità confessionale. Un risultato al quale il partito della Rinascita (al-Nahda) è approdato dopo un lungo e travagliato percorso politico, in cui non sono di certo mancati gli aspetti controversi.

    L’islamismo arriva in Tunisia sul finire degli anni ’70. In questo periodo nel paese domina un forte risentimento popolare nei confronti del Presidente della Repubblica tunisina Habib Bourguiba. Il dispotismo sempre più evidente del ‘padre della patria’ che non esita a ricorrere a drastici metodi coercitivi e repressivi per governare il paese, unito al deteriorarsi delle condizioni di vita della popolazione a causa del rincaro dei prezzi dei beni essenziali, spinge molti giovani a prendere le distanze dal laicismo, da sempre cavallo di battaglia di Bourguiba, e ad orientarsi sempre più verso il tradizionalismo islamico. E’ in questo contesto che nel 1981 Ghannouchi fonda il MTI (Movimento della Tendenza Islamica), traendo ispirazione dai Fratelli Musulmani egiziani. Il partito voleva richiamare l’attenzione della società tunisina sul ruolo marginale che rivestiva la religione nel Paese, relegata all’ambito della vita privata. Secondo gli islamisti del MTI infatti la concezione laicista promossa da Bourguiba avrebbe prodotto la negazione dell’identità del popolo tunisino, basata sulle sue radici arabo-islamiche.

    Nel 1984 Ghannouchi e i suoi collaboratori vengono arrestati dal regime di Bourguiba, ormai impegnato in una capillare repressione di ogni forma di opposizione politica. Nel 1987 viene quindi condannato a morte ma viene salvato dal ‘golpe medico’, con il quale nel novembre 1987 Zine el Abidine Ben Ali depone l’ormai ottuagenario Bourguiba, prendendone il posto.  Il 14 maggio 1988 il nuovo presidente concede la grazia e scarcera il leader islamista, instaurando contemporaneamente un dialogo con gli esponenti più moderati del MTI. Per tutta risposta Ghannouchi, in un’intervista rilasciata al quotidiano tunisino ‘Assabah’, dichiara a nome del suo partito di rinunciare alla violenza come forma di lotta politica. E’ la prima grande svolta nel panorama islamista, il primo passo nel percorso di ‘normalizzazione’ del partito, ed è reso ancora più evidente dal fatto che nello stesso periodo, nella Striscia di Gaza sconvolta dall’Intifada, l’ideologia dei Fratelli Musulmani sta partorendo un’organizzazione che farà del metodo terroristico la propria bandiera: Hamas.

    Ma la svolta liberale promessa da Ben Ali si dimostra molto presto una menzogna, soprattutto dopo il 1991, quando la Guerra del Golfo innesca la minaccia dell’integralismo islamico. La priorità di Ben Ali diventa quella di rassicurare il proprio partner commerciale principale, l’Unione Europea, e per dare della Tunisia un’immagine affidabile il regime non esita a sacrificare gli islamisti, insieme a tutti coloro che avevano una visione diversa da quella del governo. Nel 1991 quindi il MTI viene dichiarato fuori legge con l’accusa di aver fomentato il rovesciamento violento delle istituzioni e Ghannouchi, per sottrarsi ad un nuovo arresto, è costretto a fuggire in Gran Bretagna, dove rimarrà per vent’anni. Il politico tunisino ha rimesso piede in patria solo nel gennaio 2011, in seguito alla Rivoluzione dei Gelsomini che ha portato alla caduta del regime di Ben Ali, fondando Ennahda al posto del disciolto MTI. Il 23 ottobre 2011 i tunisini sono andati alle urne per eleggere i membri dell’Assemblea Costituente. Vincitore è risultato proprio il neo-ricostituito partito islamista, avvantaggiato dal fatto di non avere nessun legame con il regime uscente.

    “Ennahda riconosce il sistema multipartitico, la libertà d’espressione, la dignità umana, la libertà individuale e le libere elezioni democratiche. Naturalmente tutto ciò in una cornice in cui non si ritiene necessaria la separazione tra religione e politica”. Queste le parole con cui Ghannouchi ha salutato il risultato elettorale favorevole. Parole che costituiscono una sorta di manifesto politico di Ennahda, che ha ottenuto l’incarico di governo ed ha avuto quindi un ruolo preminente nella stesura della nuova costituzione. Nei due anni occorsi alla Tunisia per mettere a punto la nuova carta costituzionale non sono di certo mancati momenti di tensione, ad esempio in occasione di episodi che hanno portato alla luce tutte le controversie tra il fronte laico e quello islamista. Cruciale è stato lo scontro tra il movimento salafita (che appoggiava più o meno apertamente il governo) e i partiti laici in merito all’inserimento della Shari’a tra le fonti normative, in qualità di fondamento della legislazione dello Stato. Dopo mesi di accesissime discussioni lo stesso partito islamista ha fatto pendere l’ago della bilancia dal lato dei partiti laici, bocciando l’ipotesi caldeggiata dai salafiti.

    Il partito islamista si è dimostrato decisamente meno moderato invece quando nell’agosto 2012 ha proposto di inserire in costituzione il principio della ‘complementarità’ della donna rispetto all’uomo, al posto del precedente principio di uguaglianza. Lo sbarramento di critiche nei confronti di questa iniziativa ha convinto tuttavia il governo a fare marcia indietro, tanto che dopo un mese il principio di uguaglianza è stato ripristinato. La costituzione, approvata nel gennaio 2014, ha sicuramente risentito del nuovo clima maggiormente sensibile alle istanze religiose ma nel complesso non sembra discostarsi molto, almeno per quanto riguarda i principi fondamentali, dalla costituzione laica dell’era Bourguibista. Insomma la nascita di una ‘Repubblica Islamica di Tunisia’ è rimasto un incubo che ha avvelenato le notti dell’occidente e degli altri governi nordafricani, mentre il partito di Ghannouchi ha dimostrato di essere una forza di governo responsabile.

    Per lo ‘sdoganamento’ di Ennahda fondamentale è stata anche la sua sconfitta nelle elezioni parlamentari dell’ottobre 2014. Dopo la vittoria del partito laico Nidaa Tounes, fondato dall’attuale presidente Essebsi, in occidente molti osservatori ‘disincantati’ hanno temuto il colpo di stato, dando per scontato che un partito islamista si sarebbe rifiutato di consegnare il potere nelle mani dei laici. Non ci vuole molto ad immaginarsi la faccia dei malpensanti quando Ghannouchi ha ammesso la sconfitta e si è complimentato con Essebsi, a cui ha offerto la collaborazione del proprio partito per un governo di coalizione. Le elezioni  tunisine del 2014 hanno dato vita quindi ad un unicum nella storia del medio oriente: una coalizione di governo formata da laici e islamisti, “uniti – come ha affermato il leader islamista – per il bene della Tunisia”.

    “Ennahda è cambiato”, ha esordito Ghannouchi durante il congresso ad Hammamet. “Ha cominciato difendendo l’identità tunisina e assicurando poi la transizione democratica, e oggi vuole voltare pagina e concentrarsi sulla transizione economica. Noi sosteniamo che Ennahda è un partito politico democratico e civile, che si riconosce in un bagaglio di valori musulmani e moderni. Questo bagaglio è lo stesso che si trova nella costituzione del 2014, che riflette questa visione duale dell’identità tunisina. Stiamo andando in direzione di un partito che ha ben presente la distinzione tra sfera religiosa e sfera politica, e si specializza in quest’ultima. L’islam politico ha perduto la sua giustificazione in Tunisia, ora si tratta di andare verso una democrazia musulmana”. Una svolta che sottolinea la volontà di Ennahda di ‘normalizzarsi’, di diventare un partito politico accettabile agli occhi dei tunisini, e di aumentare il proprio bacino di consenso. Il tutto senza cancellare ovviamente i rimandi alla propria fede islamica, sulla falsariga di quanto avviene in Turchia con l’AKP di Erdogan. Si tratta quindi di passare da un partito islamista ad un partito islamico, che fa perno su un’identità religiosa molto forte ma è ben consapevole del fatto che “non si deve fare politica in Moschea, così come non si deve predicare in Parlamento”.

    Angelo Berchicci

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