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VICENDA DEL GRANDE: LA REPRESSIONE DI ERDOGAN SULLA STAMPA

Erdogan repressione

Dopo la vicenda Del Grande sono ancora 154 i reporter nelle carceri di Erdogan. Allo stato attuale la Turchia detiene il record di giornalisti in prigione, tra cui anche un tedesco.

“Un saluto a tutti i giornalisti che sono ancora in carcere in condizioni peggiori della mia, in Turchia e in tutto il mondo”. Al suo arrivo in Italia, Gabriele Del Grande ricorda che il suo è solo uno dei tanti casi di reporter finiti dietro le sbarre. Soprattutto nella Turchia di Recep Tayyip Erdogan, che oggi ne detiene il primato mondiale: 154 i cronisti in cella. Un numero aggiornato 5 giorni fa dall’osservatorio P24, quando alla lista si è aggiunto Ali Ergin Demirhan, direttore del sito antigovernativo Sendika, ‘colpevole’ di aver dato troppo spazio alle proteste contro i presunti brogli al referendum sul presidenzialismo.

La situazione è precipitata dopo il fallito golpe militare del 15 luglio scorso, con l’aggiunta dello stato d’emergenza alla già rigida normativa antiterrorismo, cui Ankara tiene tanto da non rinunciarci neppure in cambio della liberalizzazione dei visti per i turchi, come chiesto dall’Ue. Molti dei reporter detenuti rischiano pene pesantissime, persino l’ergastolo. La maggior parte sono ex lavoratori dei media vicini a Fethullah Gulen, la presunta mente del colpo di stato.

Secondo Erdogan, “non c’è differenza tra un terrorista con una bomba e uno che lo sostiene usando una penna”. Un mese fa, ha respinto di nuovo le accuse di silenziare la stampa nemica, definendo i giornalisti in prigione “tutti ladri, pedofili, terroristi”.

Da più di 2 mesi, della lista fa parte anche il corrispondente turco-tedesco della Welt, Deniz Yucel, anche lui accusato di “terrorismo”. Un caso ben diverso da quello di Del Grande, come ribadito oggi da Berlino, un caso su cui Ankara non intende mollare la presa. Al reporter si contesta tra l’altro una presunta propaganda a sostegno del Pkk, l’altra denuncia spesso utilizzata contro molti reporter che si occupano della questione curda. Lo stesso Erdogan, quando il processo non è neppure iniziato, lo già ha bollato come un “agente tedesco”, escludendo un suo prossimo rimpatrio in Germania: “Finché ci sarò io, mai”.

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