TORNA “IL DISCO DELLA SETTIMANA”: BAUSTELLE

baustelle l'amore e la violenza

E’ uscito venerdì scorso “L’Amore e la Violenza”, l’album del “ritorno al pop” dei Baustelle. Prodotto artisticamente da Francesco Bianconi, è composto da dodici brani – dieci canzoni e due brani strumentali – ed è il 7° album di studio del gruppo.

Quando penso a questo disco l’aggettivo che mi viene in mente con più frequenza è “colorato”” – dice Francesco Bianconi. “Volevamo fare un disco con dentro le canzoni pop che non sentiamo mai alla radio, fare un disco di canzoni pop che per una volta, come una volta, non temano di rivelare una propria eccitante complessità. Questo è forse il nostro disco più libero, da questo punto di vista. In una intervista di qualche mese fa ho detto che “L’amore e la violenza” sarebbe stato un disco “oscenamente pop”. Questo intendevo: musica che non si vergogna di esibire la propria libertà. In questo senso è “colorato”: nella maniera in cui gioca a essere libero. Chi l’ha detto che non si può far suonare Haydn e Moroder nella stessa stanza? Dipende dal modo in cui li fai suonare, e dal coraggio che hai nel lasciarli provare.”

L’AMORE E LA VIOLENZA è stato anticipato a fine dicembre dall’uscita di un singolo, “Amanda Lear”.

Girato dal duo registico Toguys (Alessandro de Leo e Alex Avella) con la fotografia di Giacomo Frittelli e prodotto dalla casa di produzione milanese K48, il video è stato girato a Milano in un club e racconta, attraverso un piano sequenza, la serata di una donna, che incontra vari personaggi , tra cui anche i Baustelle, inseriti naturalmente nel video come attori-spettatori.

Dice del disco lo stesso Francesco Bianconi:

Ormai quando penso a questo disco l’aggettivo che mi viene in mente con più frequenza è “colorato”. Sembra una scemenza, una frase fatta, ma se ci ragiono mi rendo conto che già l’associare una connotazione cromatica a una esperienza auditiva è un fatto per nulla banale. “Fantasma” ad esempio era un disco ricchissimo di strumenti, suoni e parole, eppure se lo ascolto non gli associo affatto il concetto di “ricchezza cromatica”. È un disco monocolore, e se proprio dovessi sceglierne uno, di colori, direi il grigio scuro (che, intendiamoci, a mio parere è un bellissimo colore). In che modo dunque “L’amore e la violenza” è un disco più colorato? Per le melodie, di sicuro. Dal punto di vista del pentagramma, queste canzoni hanno maggiore varietà. Non ce l’ho affatto con le canzoni popolari tendenti alla mononota, anzi, ma stavolta in fase compositiva (ricordo che i Baustelle scrivono sempre prima la musica e poi le parole, e non cambiano una nota per adattare la musica al testo) ci siamo lasciati andare maggiormente. Scrivendo melodie che spaziassero libere, melodie di quelle che non hanno paura di essere cantate, ma che allo stesso tempo sono scritte come se non dovessero essere ricoperte dalle parole di nessuna lingua. In questo modo un compositore si scrolla di dosso la responsabilità di rispettare ruoli, modelli, etc., e compone attingendo senza paura dal grande “secchio” di suoni della storia. E quindi olé, si va via lisci, ci si aggancia senza timori alle melodie – di qualsiasi genere – già scritte, rimodellandole e reimpastandole secondo la propria sensibilità. Morricone nella sua autobiografia ammette di aver citato l’Adagietto di Mahler in un famoso tema della colonna sonora di “C’era una volta in America”. E dei Baustelle si dice spesso “sono citazionisti”. E chi non lo è? O meglio, tutti i compositori lo sono quando sono davvero liberi. Questo è forse il nostro disco più libero, da questo punto di vista. In una intervista di qualche mese fa ho detto che “L’amore e la violenza” sarebbe stato un disco “oscenamente pop”. Questo intendevo: musica che non si vergogna di esibire la propria libertà. Si potrà dire che sia bello o brutto, riuscito o non riuscito, ma di sicuro questo disco più che altri nostri precedenti lavori osa nel mettere in collisione materiali e ispirazioni musicali di matrice diversa, nel mischiare alto e basso, sacro e profano. In questo senso è “colorato”: nella maniera in cui gioca a essere libero. Chi l’ha detto che non si può far suonare Haydn e Moroder nella stessa stanza? Dipende dal modo in cui li fai suonare, e dal coraggio che hai nel lasciarli provare. Volevamo fare un disco con dentro le canzoni pop che non sentiamo mai alla radio, fare un disco di canzoni pop che per una volta, come una volta, non temano di rivelare una propria eccitante complessità. Molta musica pop del passato possedeva questa caratteristica: penso agli Abba, ai Beatles, a Bacharach, a Brian Wilson, agli Oliver Onions, a Battiato. Qualcuno storcerà il naso, ma persino “Maledetta primavera” la possedeva. Un sogno colorato, una giostra, le montagne russe.

Una volta completato armonicamente e melodicamente il disco, abbiamo cominciato a pensare a quale vestito dovesse avere. Ci siamo detti: dopo la libertà, il dogma. Primo, niente batteria. Questo sarà un disco ritmico ma la batteria sarà sostituita da campionamenti ritmici. Quello che sentite nel disco è perciò una “ultra batteria” fatta da auto campionamenti di tamburi del nostro percussionista Sebstiano De Gennaro e micro samples pazientemente presi da vecchi vinili (solo cose pubblicate fra il 1975 e il 1982, perché ci interessava un suono fat e asciutto, senza riverberazione naturale nella ripresa). Secondo dogma: niente orchestra, l’abbiamo già usata esaustivamente in “Fantasma”. Usiamo piuttosto la sua finzione, il suo fantasma (ironia della sorte), ma – attenzione! – usiamo la sua finzione organica. Il “finto vero”. Quindi nessun timbro digitale, nessun plugin o software, solo vecchi o nuovi sintetizzatori analogici, un vero Mellotron, un organo Vox Continental. Accostati alle chitarre elettriche e ai timbri naturali delle acustiche, del pianoforte, della marimba. Non è questione di essere retrò, se usiamo un Minimoog è perché crediamo che il suo suono abbia la pasta giusta per dare concretezza alla nostra visione. Abbiamo tanti difetti ma non siamo mai stati dei fighetti.

Prime reazioni all’ascolto si possono leggere sui siti di Rockol, Ondarock, Sentireascoltare, Rockit, mente è di Fulvio Paloscia l’intervista al gruppo in occasione del loro incontro con i fan a Firenze.

Questa la track list dell’album:

1-Love             

2-Il vangelo di Giovanni            

3- Amanda Lear            

4- Betty            

5- Eurofestival               

6- Basso e batteria      

7- La musica sinfonica

8- Lepidoptera              

9- La vita          

10- Continental stomp 

11- L’era dell’acquario  

12- Ragazzina

BIO: Baustelle (parola tedesca da pronunciare in assoluta libertà) è un gruppo nato a Montepulciano, provincia di Siena, nel 1996.
Alcuni demo aprono la strada all’esordio discografico con “Sussidiario illustrato della giovinezza”, prodotto artisticamente da Amerigo Verardi – eroe di culto del rock/pop nazionale già dagli anni ‘80 – e uscito nel giugno del 2000 per l’etichetta indipendente Baracca e Burattini. Il CD incuriosisce pubblico e addetti ai lavori per la personalità messa in luce nell’amalgamare la miglior canzone d’autore italiana e francese, la new wave, l’elettronica vintage, la bossa nova, le colonne sonore degli anni ‘60 e ‘70: non a caso nei referendum dei mensili “Mucchio Selvaggio” e “Musica & Dischi” si impone come “debutto italiano dell’anno”.
Il 23 maggio 2003, autoprodotto in partnership con BMG Edizioni, arriva nei negozi “La moda del lento”, registrato di nuovo con la collaborazione di Verardi. L’album amplia e perfeziona il discorso espressivo della band e ulteriori consensi sono raccolti grazie al brano “Love Affair”, il cui videoclip – diretto da Lorenzo Vignolo – è programmato frequentemente da MTV. In novembre i Baustelle vengono premiati come “gruppo indipendente dell’anno” dalla giuria di addetti ai lavori del M.E.I. di Faenza, e nella primavera 2004 consolidano la loro posizione nella scena nazionale con il singolo “Arriva lo ye ye”; il suggestivo video è firmato ancora da Vignolo.
Inevitabile, a questo punto, l’interessamento del mondo major: l’accordo siglato con la Atlantic/Warner è suggellato nel settembre del 2005 dal terzo album “La malavita”, registrato a Torino dallo storico produttore e ingegnere del suono Carlo U. Rossi. Undici manifesti in musica del “male di vivere” dove la tensione rock sposa la grandeur di Phil Spector (in sei pezzi, anche un’orchestra d’archi), Gainsbourg va a braccetto con le colonne sonore dei poliziotteschi, la più nobile canzone italiana incontra la New York dei Television, dei Blondie, dei Ramones.
I singoli “La guerra è finita” e Un romantico a Milano”, forti degli efficaci clip del solito Lorenzo Vignolo, accrescono enormemente la popolarità dei Baustelle, con vendite tanto rilevanti da fruttare il primo disco d’oro. “La malavita” è l’ultimo album realizzato il tastierista e compositore Fabrizio Massara.
Anticipato di tre settimane dal vigoroso singolo “Charlie fa surf”, cui si accompagna un video psichedelico diretto da Stefano Poletti e Mauro Pittarello, il 1 febbraio del 2008 vede la luce il quarto album “Amen”, coprodotto dalla band assieme a Carlo U. Rossi: quindici episodi di notevole varietà e raffinatezza, impreziositi da illustri ospiti (il Maestro Alessandro Alessandroni, Sergio Carnevale, il musicista etiope Mulatu Astatke, Beatrice Antolini e altri), da un’orchestra d’archi e da una sezione fiati; nei testi, i temi personali lasciano spesso spazio a pungenti analisi di carattere sociale.
Mentre “Amen” marcia verso il disco di platino, il gruppo gira in Sicilia il suo primo documentario legato alla percezione della morte e al terzo singolo “Baudelaire” (il secondo, “Colombo”, si ispirava invece all’omonimo tenente televisivo); importanti anche le presenze al concerto-evento romano del 1 Maggio, all’Heineken Jammin Festival, al “Festival Teatro Canzone Giorgio Gaber” e all’MTV Day. Il 2008 termina trionfalmente con il ritiro della “Targa Tenco”, sezione “album dell’anno”, assegnato ad “Amen” dalla giuria del Club Tenco.
Nel 2009 è nelle sale cinematografiche “Giulia non esce la sera” di Giuseppe Piccioni. La colonna sonora è opera dei Baustelle e il brano trainante – “Piangi Roma” – è cantato dalla protagonista Valeria Golino in coppia con Francesco Bianconi.
Il quinto album della band, “I mistici dell’Occidente“, viene pubblicato nel marzo 2010. Prodotto da Francesco Bianconi assieme a Pat McCarthy, ingegnere del suono irlandese noto per i suoi lavori con R.E.M., U2 e Madonna, è un’altra prova all’insegna di un rock eclettico e ricco di sfumature, la cui vena ora contemplativa e ora più energica – anche per quanto concerne i testi – è bene espressa in pezzi come “Gli spietati” (molto cool il videoclip di Daniele Persica, con la partecipazione di vari attori di grido), “Le rane” e “La canzone della rivoluzione”. Per i toscani è un altro disco d’oro.
I Baustelle chiudono il 2010 con la ristampa rimasterizzata e marchiata Atlantic/Warner del debutto “Sussidiario illustrato della giovinezza”, la cui edizione originale aveva nel frattempo aveva raggiunto quotazioni da capogiro sul mercato dei collezionisti. Il decennale è festeggiato anche con “Il tour del sussidiario”, serie di esibizioni incentrate sul primo repertorio, e “Il cofanetto illustrato della giovinezza”, box in tiratura limitata – acquistabile nella sezione shop di questo sito – dove l’album è arricchito di contenuti rari e inediti.

Il 29 gennaio 2013 esce il nuovo disco di inediti “FANTASMA”, anticipato il 29 dicembre 2012 dal singolo “La morte (non esiste più)”. Il disco rimane per cinque giorni al primo posto della classifica iTunes, mentre nella classifica FIMI del 7  febbraio il disco entra direttamente al secondo posto, posizione mai raggiunta prima di allora dalla band.

Il 13 novembre 2015 viene pubblicato Roma Live!, il primo album dal vivo dei Baustelle in quindici anni di carriera, arricchito da uno speciale artwork ad opera di Malleus, studio artistico e grafico di grande fama.

Registrato tra il 2013 e il 2014, durante il tour di FANTASMA l’album è un disco live e al tempo stesso una raccolta di grandi successi: la scaletta prevede 14 brani, tra cui spiccano due cover inedite, ovvero Signora ricca di una certa età (versione in italiano di Lady of a Certain Age) dei DIVINE COMEDY e Col tempo di LEO FERRE’.

Registrato a Roma nel corso di tre concerti in tre diverse location – la Cavea dell’Auditorium Parco della Musica, l’ex-Mattatoio di Testaccio e l’Auditorium della Conciliazione – con tre diverse formazioni (una orchestra sinfonica, una sezione fiati e un quartetto d’archi), l’album offre una scaletta di grande varietà, con tutti i classici del gruppo completamente riarrangiati.

I Baustelle sono:
Rachele Bastreghi: voce, synth, piano elettrico, clavinet, organo, percussioni.
Francesco Bianconi: voce, chitarre, synth, organo.
Claudio Brasini: chitarre.

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