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DISCO DELLA SETTIMANA: TEMPLES

temples volcano

Volcano è il 2° album per la band psichedelica inglese dei Temples, dopo Sun Structures, già ben accolto dalla stampa mondiale. Sonorità dense ed avvolgenti per un ibrido di rock classico ed atmosfere lisergiche dalle intricate strutture.

Volcano, uscito il 3 marzo 2017 via Heavenly Recordings & Fat Possum Records, è stato preceduto di singoli Certainty e Strange Or Be Forgotten.

I riferimenti? Pink Floyd, Beatles, Beach Boys, il folk progressivo di Canterbury, ma anche Tame Impala e Flaming Lips, il tutto shakerato per un risultato del tutto riconoscibile e personale non destinato al solito pubblico di “retromaniaci”.

«C’è come un senso d’equilibrio che pervade il disco», ha commentato il frontman James Bagshaw. «È il risultato dell’aver imparato molte nuove cose che non conoscevamo all’epoca del nostro esordio». Per il co-fondatore e bassista del gruppo, Thomas Walmsley «abbiamo scoperto un mucchio di cose passando del tempo insieme, nel disco traspare  l’eccitazione derivante dall’averlo compreso».

Così accoglie l’album Sentireascoltare:

Lo scrisse Simon Reynolds nel suo ormai celebre saggio/manuale Retromania, e la musica che ascoltiamo ce lo ribadisce tuttora, a distanza di poco più di un lustro: perché tanta fatica per inventarsi nuove diavolerie sonore, tanto affanno per trovare soluzioni trasversali alle strade già battute – per poi rischiare di non venire compresi (ed è un rischio troppo scomodo, troppo grande da passare, di questi tempi) – quando si può comodamente guardare al passato e rievocarne i fasti? Ma la domanda è questa: lo si fa per puro limite, per nascondersi, in un certo senso, dal caos e dall’information overload dell’era internet che pare abbia anche colpito ampie frange del mercato discografico attuale (Tito Livio scriveva: «glorificare il passato, per distogliere lo sguardo dai mali del presente»), o per glorificare i santini e omaggiare gli ultimi baluardi rimasti? Il genere che ha più ostentato quest’attitudine “retrograda”(mi si passi il termine), è indubbiamente la psichedelia – un genere che, al contempo, curiosamente, da qualche anno a questa parte sta vivendo una sorta di rinascimento, con band che spuntano come edere da ogni parte del globo, illuminate dal verbo psichedelico – che sia quello “ancestrale” dei 13th Floor Elevators, quello colorato e teatrale del Magical Mystery Tour, quello riverberato ed acido della stagione dei fiori e del Diamante Pazzo o quello rigoroso della dinastia krauta, scandito dal ritmo pulsante del motorik e condito da atmosfere rarefatte; ma anche, andando a scavare non così indietro tra le primavere, quello britannico dello shoegaze.

Insomma, chi più ne ha più ne metta. Ma è proprio da chi questo rinascimento l’ha innescato, nel bene o nel male, che molti di questi nuovi fiori in giro per il mondo volgono la loro attenzione: i Tame Impala sono sicuramente uno di quegli act che attirano l’attenzione, e che di conseguenza, volenti o nolenti, si portano appresso la loro discreta carovana di ammiratori, anche tra i musicisti. Tre anni fa, in piena fase “neopsichedelica”, mentre il guru e deus-ex machina del gruppo australiano Kevin Parker era molto probabilmente barricato in casa/studio, preso dall’ossessiva e minuziosa realizzazione della sua imminente fatica, un giovane quartetto di Kettering, Inghilterra, debuttava con un album chiamato Sun Structures, successivamente accolto con grande entusiasmo, incensato nientemeno che da “The Man Himself”, Noel Gallagher, e salutato dalla nuova generazione di psych-addicted come una delle piccole pietre miliari della rinascita. Un anno dopo sarebbe uscito Currents, l’attesissima (e temutissima) “svolta elettronica”, il ritorno degli Impala nella steppa, a dettar legge tra i dilettanti e a riprendere il controllo di un filone, di una rappresentanza.

«Se funziona è obsoleto», ci spiegava una delle più celebri tra le ironiche (ma quantomai veritiere) Leggi di Murphy: così, tre anni dopo, gli australiani si dileguano, dopo un tour trionfale e un debutto nel music business che conta, in quello che volgarmente e banalmente viene definito “pop” (come altro descrivere Rihanna che fa una cover di un tuo pezzo?), mentre i ragazzini di prima, quelli inglesi, sono forse una delle band con più hype alle calcagna; da quell’esordio senza dubbio interessante, ma assolutamente non sbalorditivo, i Temples hanno ora il compito di dimostrarsi all’altezza delle aspettative, di “rimanere in scia”: Currency, il primo singolo estratto dal loro secondo album Volcano, con quel suo beat cadenzato e piogge di chitarre sintetizzate e tastierismi, ha fatto intuire che James Bagshaw e soci si siano voluti accodare alla scelta intrapresa da quelli che potremmo definire i loro beniamini, ma alla prova dei fatti l’album non si rivela esattamente un more of the same della svolta electro dei capiscuola. Tuttalpiù, lo spettro di quel sound aleggia sulle scelte di produzione (curata dallo stesso frontman della band) e su alcuni suoni specifici – la chitarra sintetizzata, come già detto, la batteria triggerata, un inserimento ancor più marcato di partiture di synth e tastiere che ricordano molto i suoni anni Ottanta (Roman Godlike Man); per il resto, i Temples battono ancora la strada intrapresa dal primo album, ovvero proporre quel mix catchy di pop-psichedelico e cori angelici (Flaming Lips?) pur tentando di aggiungere un po’ più di pepe alla ricetta: laddove gli inni eliocentrici di Sun Structures si legavano a strutture melodiche lineari, qui i Nostri cercano di dare un colpo anche alla fase di scrittura, inserendo maggiormente orpelli e laccature barocche (I Want to be Your Mirror, oppure la colorata e curiosa Mystery of Pop, che ricorda vagamente le giullaresche composizioni di Manfred Mann e la sua Earth Band), ma anche incastrandosi in giri melodici da alternative music da classifica o tòpoi troppo abusati – la posticcia maestosità di Celebration fa più pensare ai Bastille che ai Pink Floyd, di cui echi di Dark Side of the Moon vagano nell’evocativa Where will you go?, che divide l’album in due con le sue atmosfere spaziali – sicuramente il brano più riuscito del lotto, anche se il termine giusto da utilizzare, a questo punto, sarebbe “efficace”: efficaci nel loro compito, infatti, lo sono i due singoli (che aprono e chiudono il disco, rispettivamente), ovvero la già citata Currency, e soprattutto Strange or be Forgotten, che ha, utilizzando un termine non propriamente accademico, il tiro che ogni singolo dovrebbe avere.

«Comunque vada sarà un successo», starà pensando la band in questo momento, ma non è tutto rose e fiori: se il disco assurge al suo onesto compito, ovvero insegue il suo chiaro intento (quello di vendere e di affermare la band nel pantheon dei nuovi idoli), qualche volta fallisce e s’incarta su se stesso, come la contorta serratura ritratta in copertina; per contrasto, infatti, a brani più strutturati e malcelatamente pretenziosi, come l’estiva Born into the Sunset, o All Join In (che dovrebbero segnare l’evoluzione stilistica della band, né più né meno), rispondono meglio e prontamente canzoni più semplici e asciutte, come Oh the Saviour (dove la voce perennemente in falsetto di Bagshaw pare avere finalmente un senso), o la lineare In My Pocket. Al termine dell’ascolto, però, non rimane alcun retrogusto amaro, ma la sensazione che con qualche pezzo in meno, e quindi con una scrematura più ragionata, avremmo ascoltato un disco un leggermente meno prolisso (ok, non è The Wall, ma a volte si sfiora pericolosamente l’assopimento, o almeno prevale la necessità di skippare), sicuramente più asciutto, e ragionevolmente più godibile. «Se funziona è obsoleto»: ok, ma ti fa fare anche un mucchio di soldi, in fin dei conti.

Così lindiependente:

Kettering, in Inghilterra, ha poco più di cinquantamila abitanti. Quattro di questi, giovanissimi e capitanati dal carismatico James Edward Bagshaw, fisico esile e una capigliatura che lo fa sembrare un incrocio tra Tim Buckley e Marc Bolan, pubblicavano nel febbraio del 2014 il loro esordio a nome Temples. Sun Structures apparve fin da subito come un piccolo diamante (pazzo) nel panorama della musica internazionale, un album che guardava dritto alla psichedelia della fine degli anni sessanta sul versante british, influenzato, in particolare, dal misticismo indiano dei Beatles ma anche dalle atmosfere dei Pink Floyd e dall’immediatezza dei Kinks. Quel disco metteva in luce, fin da subito, il talento dei quattro ragazzi inglesi che si faceva apprezzare per un’incredibile capacità armonica che attraversava con pochi punti deboli l’intero lavoro. A distanza di tre anni, e moltissimi live in giro per il mondo, dove hanno dimostrato, a tutti gli effetti, di essere una solidissima e convincente rock’n’roll band, i Temples tornano con Volcano, uscito oggi per la Heavenly Records.

Il primo singolo, Certainty, uscito a settembre, appariva già il primo segnale, se non di una vera e propria svolta, di sicuro di un cambio di passo rispetto al primo disco. Dopo un attacco liquido di batteria, i synth di Adam Thomas Smith si prendevano infatti prepotentemente la scena. Le armonie, intatte e ancora sorprendenti, incontravano però inediti suoni anni ottanta; sul finale, Certainty si faceva, poi, improvvisamente cupa, cedendo rapidamente a un’atmosfera che ricordava gli esperimenti di Walter/Wendy Carlos al lavoro col suo moog per la colonna sonora di Arancia Meccanica. Oggi che è disponibile l’intero album resta forte e confermata la sensazione che il disco possa quasi funzionare come colonna sonora di un film immaginario ma ricco di sfumature, di colori, di acidi lisergici, richiamando alla memoria quella stagione irripetibile d’incontro tra la musica rock e il cinema.

I riferimenti psichedelici degli esordi sono ancora presenti ma l’orizzonte musicale si è ampliato vertiginosamente. Dei numi tutelari dell’esordio rimane inalterato l’approccio pop dei Beatles come le atmosfere dilatate e sospese dei Pink Floyd, mentre la scabrezza proto punk dei Kinks lascia spazio a un universo sonoro che dagli anni sessanta sembra spostarsi soprattutto nel decennio successivo, in particolare dentro il mondo del progressive ma anche al glam senza risparmiare puntatine occasionali agli anni ottanta.

(I want to be your) Mirror mescola sapientemente la delicatezza dei primi Genesis con linee di chitarra alla Steve Howe degli Yes. Oh The Saviour, che prende a pieno dal folk lisergico e glam, è un pezzo che deve tantissimo all’innocenza ambigua di un personaggio di culto come Marc Bolan. Born into the Sunset sembra immergersi nuovamente nell’universo sonoro della musica indiana ma attraverso una chiave diversa e più moderna (come la Brimful of Asha dei Cornershop che il trattamento di Norman Cook portò a uno strepitoso successo alla fine degli anni novanta) per poi sorprendere con un ritornello solare che, nei cori, richiama, con estrema evidenza, le armonie vocali dei Beach Boys. Se How would you like to go? risente dei Pink Floyd della coppia Waters/Gilmour, In my pocket, oltre al già citato Marc Bolan e ai suoi T-Rex, ricorda le filastrocche del Syd Barrett solista.

Open Air si fa apprezzare per ritmo e freschezza, Celebration, invece, come da titolo, alterna atmosfere floydiane a ritmi marziali. Mistery of Pop è un ottovolante magico capace di mescolare un suono space rock con le colonne sonore di Fiorenzo Carpi, il folk favolistico à la Canterbury Scene con le sigle dei cartoni giapponesi degli anni settanta fino al glam dei Queen dei primi anni. Roman Godlike Man parte come un pezzo hard rock d’antan per poi farsi profondamente beatlesiano. Chiude, infine, il disco Strange or Be Forgotten, l’altro pezzo molto eighties del disco che mette ancora una volta in luce la voce delicata del cantante.

Messa così sembrerebbe quasi che i Temples siano una sorta di cover band e invece tutto suona, dall’inizio alla fine, incredibilmente personale, convincente, ispirato e spregiudicato. Ancora più che nell’esordio, è impressionante il lavoro che c’è nella produzione del disco e quello fatto sugli arrangiamenti. Non c’è un solo suono che sia fuori posto, nulla appare gratuito o ridondante in un disco che trasuda musica “suonata” (molto bene, va sottolineato). Come in Sun Structures, colpisce la capacità armonica del disco che farà anche tanto vintage ma che è un vero piacere per le orecchie.

Con Volcano, la band regala cinquanta minuti di leggerezza pop-rock senza per questo apparire superficiale. L’apertura ai suoni degli anni ottanta non stride con le sonorità pregresse dei quattro, grazie a un inserimento perfetto dentro la compattissima tessitura armonica, riuscendo, in tal modo, a tenere fuori l’aspetto più robotico e impersonale dei sintetizzatori. Grazie, ancora, a una freschezza e una passione, palpabili in ogni pezzo, i Temples riescono ad evitare anche il rischio di un disco che suoni troppo nostalgico. Volcano finisce così con l’essere il fratello più allegro dell’ultimo disco dei Flaming Lips: tutto ciò che nel lavoro di Wayne Coyne sembrava implodere dentro a un baratro di raccoglimento, qui sembra esplodere con gioia ed entusiasmo. Volcano finisce così con l’essere davvero un magma ribollente di riferimenti, suoni, atmosfere e stili, tenuti insieme grazie a notevoli abilità musicali, che fluisce dai decenni passati fino ai giorni nostri con assoluta e spontanea fluidità.

 

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