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DISCO DELLA SETTIMANA: SINKANE

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Funk, soul, ma anche new wave, jazz e world music evoluta nel 6° album di Sinkane, artista d’origine sudanese che ha collaborato con David Byrne, Damon Albarn, Caribou, Hot Chip, LCD Soundsystem, Rapture, Jamie Lidell e i leggendari musicisti jazz Pharoah Sanders e Charles Lloyd.

Life & Livin It è il sesto album di Sinkane, a due anni di distanza dal precedente e fortunatissimo Mean Love. Nel nuovo album troviamo sonorità che ci riportano alla Motown, il jazz funk di Fela Kuti, Tony Allen e Nomo, con divagazioni nell’ethio, nell’electrochaabi e nella psichedelia . La band è guidata da Ahmed Gallab , multistrumentista di origine Sudanese ma di adozione Americana, che in passato ha collaborato con Eleanor Friedberger, Caribou, of Montreal, Born Ruffians, e Yeasayer , oltre ad essere il leader della Atomic Bomb Band , la famosa formazione electro funk composta da 15 elementi tra i quali troviamo David Byrne, Damon Albarn, membri di Hot Chip, LCD Soundsystem, The Rapture, Jamie Lidell e i leggendari musicisti jazz Pharoah Sanders e Charles Lloyd.

Disco decisamente interessante per la tendenza e gli sviluppi che sembra prefigurare anche se la prima recensione del disco in italiano, quella di Sentireascoltare , riscontra nel progetto alcuni limiti:

Nuovo disco di Sinkane dopo l’esperienza con la Atomic Bomb Band, supergruppo (composto, tra gli altri, da David Byrne, Damon Albarn, qualche membro degli Hot Chip, LCD Soundsystem, The Rapture e Jamie Lidell) che ha ripreso il funk del maestro/culto nigeriano William Onyeabor peraltro scomparso da poco. Come hanno testimoniato i dischi precedenti del musicista afro-londinese, le coordinate entro cui viaggia la sua proposta sono la musica africana, le chitarre in levare di Fela Kuti e in qualche caso di Bob Marley, e per finire qualche tocco di elettronica “calda” che si avvicina a Caribou (con cui ha lavorato in passato) o all’italiano Clap! Clap!.

Ascoltando il nuovo lavoro viene naturale fare un paragone con il disco di Paul Simon, The Rhythm of The Saints, del 1990, che proseguiva il successo di Graceland con una esplorazione dei suoni latino americani. Lì si andava a scavare nel fondo delle radici del suono e si traduceva la musicalità di altre culture in qualcosa di nuovo e fruibile per il grande pubblico. Qui allo stesso modo si pesca nei mondi del reggae (Won’t Follow), dell’electro-funk (bella la comparsata degli Antibalas in Telephone), della musica afro (Passenger) e della blacksploitation anni Settanta (Theme from Life & Livin’ It). Un disco eterogeneo, quindi, con la bella voce di Ahmed Gallab che non sbaglia mai, pur stancando alla lunga. Perché anche se i risultati non sono di bassa qualità, il tutto è confezionato come un miscuglio di p-funk e afro non ben imbrigliato dalle maglie del pop (questo sembra essere il fine ultimo). Quindi sarebbe stato meglio puntare su una nicchia di ascoltatori più “off”, invece di mescolare stili senza la grazia degli arrangiamenti del già citato Paul Simon. I musicisti della generazione di Gallab – venuti dopo la fortunata parentesi di Rapture e LCD Soundsystem – sono imprigionati in una continua tensione fra la costruzione del perfetto pezzo pop e il non “tradire” le origini di una presunta innocenza più fedele alle musiche non facilmente spendibili dalla memoria dell’ascoltatore medio. Fino a che non sarà superata questa forma di snobismo, non riuscirà ad emergere un vero e proprio classico (su altri lidi, forse l’unico gruppo a potersi vantare di questo titolo sono gli Arcade Fire).

Life & Livin’ It è il tipico disco ben fatto che si lascia ascoltare per qualche mese pur non riuscendo a durare, a causa principalmente della mancanza di brani eccellenti. Piacerà sicuramente agli amanti dei Talking Heads, ma per gli altri sarà un bel sottofondo e niente di più. Sinkane è interessante come artista “possibilista” su una delle tante direzioni che la musica extracolta potrebbe prendere per definire uno standard degli anni 2010: incursioni nella madre Africa tagliate con inserti rock, oppure terzomondismo depurato dalla sporcizia che caratterizzava il sound degli anni Settanta, da cui molte delle atmosfere di questo nuovo album derivano. Il disco è in fondo un prodotto oltremodo rassicurante, costruito per piacersi, senza però quell’amore per l’ignoto e il rischio che dovrebbe dare la scossa in un momento interlocutorio quale è il tempo liquido in cui viviamo.

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