DISCO DELLA SETTIMANA: PAUL WELLER

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paul weller a kind revolution

“A kind revolution” è il 13° album solista dell’icona della musica britannica, ex frontman di Jam e Style Council. Esce per Parlophone a distanza di due anni da “Saturns pattern”, tra i tanti che hanno partecipato al disco anche Boy George e Robert Wyatt.

Per celebrare il 40/o anniversario (maggio del 1977) dell’uscita del suo primo disco “In The City” con i Jam, Paul Weller pubblica il 12 maggio (Parlophone Records) “A Kind Revolution”, il suo nuovo e 13/o lavoro da solista. L’album è già in pre-order con 2 instant-grat (“Nova” e “Long Long Road”), disponibili anche in streaming.
“A Kind Revolution”, prodotto e arrangiato da Jan ‘Stan’ Kybert e dallo stesso Paul, contiene 10 brani che attraversano rock, R&B, soul, jazz, funk, folk in modo naturale.
Weller ha iniziato a lavorare su “A Kind Revolution” immediatamente dopo aver terminato l’ultimo album “Saturns Pattern” del 2015.
L’album esce in versione CD, Special Edition 3 CD, 12″ LP, limited Deluxe 10″ Vinyl Box Set, Standard & Deluxe Downloads ed è disponibile in streaming. Prima del grande tour nel 2018 delle arene inglesi che culminerà con uno show alla 02 Arena di Londra, Paul sarà in Italia per tre date: 10 settembre a Bologna, 11 settembre a Venaria Reale (TO), 12 settembre Milano.

Il disco viene così accolto da Rockol:

Chi o cosa bisogna essere per mettere nello stesso disco rock, funk, dub, soul, folk, psichedelia senza risultare dispersivi, ma anzi coerenti? O per ottenere lo stesso risultato duettando prima con Robert Wyatt e, dopo poche canzoni, con Boy George?
Bisogna essere Paul Weller. Avere i suoi 40 anni di esperienza alle spalle, un percorso pressoché innecepibile per credibilità, stile, gusto musicale. Essere a proprio modo rivoluzionari, ma in maniera gentile.

Il rocker inglese è tornato, senza mai essere andato via. “A kind revolution” (appunto), arriva distanza di due anni da “Saturns pattern”, disco di restaurazione dopo lo sperimentale “Sonik kiks”. Ma questo nuovo lavoro è “best of both worlds”. C’è la sperimentazione (moderata) ma in un contesto classico, in cui Weller tira fuori tutte le sue armi, affilate alla perfezione, e mette in mostra tutti i trucchi del mestiere.

Il rock di “Woo Sé Mama” è contagioso: una di quelle canzone con un riff perfetto, un ritornello che è ancora meglio, che arriva dopo cambi di tonalità e bridge da manuale di composizione della canzone. Ma il bello deve ancora venire. Perché quando si arriva all’uno-due “She Moves with the Fayre”/”The Cranes are Back” vorresti andare ad abbracciarlo, o almeno fare la ola. Il primo è un funky-rock dalla struttura inusuale, che dopo 2 minuti su apre e porta in primo piano la voce del gigante Robert Wyatt, che esce dal suo esilio appositamente per Weller. Sono pochi secondi di pura magia, in una canzone già magica di suo. La seconda è una ballata soul eterea e perfetta, da brividi. Boy George apre invece la lunga “One tear”: la sua voce arriva da lontano, su un giro di basso e una struttura dub, un groove perfetto. E così via: la rivoluzione di Paul Weller fa diverse tappe sonore, ma senza mai esagerare nelle scelte radicali di “Sonik kicks”, né senza indugiare troppo nell’autocitazione, come invece si potrebbe permettere uno come Weller.

Che si permette invece uno sfizio, quello di pubblicare “A kind revolution” come se fosse già una “Deluxe edition” di un disco di 10-20 anni fa. La versione espansa e tripla comprende l’album in versione strumentale, e una raccolta di remix. C’è chi dice che si stia esagerando con le raccolte di outtakes e inediti, che i dischi è meglio lasciarli come sono (o come erano). Weller se ne frega, e la “Deluxe edition” ha alcune perle, come il remix folktronico di “She moves with the faire”, ad opera di Conor O’Brien dei Villagers.

Insomma: classe, esperienza e ancora classe. Paul Weller al suo meglio.

così su Distorsioni:

Rivoluzione doveva essere, e rivoluzione è stata, ma quella di Paul Weller è leggera, come suggerisce il titolo stesso del nuovo album. “A Kind Revolution” è un album (il tredicesimo solista) che, pur ponendosi in continuità col precedente “Saturns Pattern”, segna una svolta significativa nella discografia del Modfather inglese prossimo a spegnere 59 candeline, un traguardo importante celebrato con un ritorno alle origini non dimentico, però, delle ultime esperienze in termini di sperimentazione musicale. Un vero e proprio compendio sulla natura del “changingman” per definizione, questo nuovo disco racchiude tutti i tanti e variegati “ever changing moods” del Weller maturo, confermando che l’età galoppante anche per lui è tutt’altro che un freno alla sua genialità.

wellerSarebbe quantomeno improprio attribuire al termine “rivoluzione” un significato in qualche modo politico (lo stesso PW ha più volte ribadito che non si tratta di un disco “politicizzato”), preferendo un’interpretazione del termine in senso cosmologico, una vera e propria quadratura dell’orbita musicale varata 40 anni fa con i Jam e ora compiuta dopo i tanti esperimenti (riusciti) con gli Style Council e con la nutrita discografia solista. A Kind Revolution è un concentrato di 10 tracce che coniugano la profonda anima di songwriter soul con influenze provenienti dalla black music e con gli elementi sperimentali già ampiamente messi in atto negli ultimi 2/3 dischi solisti (se si considera anche la colonna sonora del film “Jawbone”).

Un’intenzione che appare chiara fin dalle prime due tracce del disco, Woo Sé Mama e Nova, soul ballad caratterizzate da un gradevole tocco acido/elettrico/psichedelico, ripreso più volte nel disco sotto altre forme: One Tear è un pezzo disco/house che si avvale della collaborazione di Boy George e ribadisce la volontà dell’artista di misurarsi su terreni musicali profondamente diversi ma convergenti quando “benedetti” dal suo tocco magico. Ma il vero protagonista dell’intero lavoro resta il soul, declinato da Weller in tutte le sue molteplici forme con la sapienza del grande artista: Long Long Road è una ballata travolgente dai tratti beatlesiani, uno degli episodi più emozionanti dell’intero disco, insieme al soul-funk di She Moves With the Fayre (con Robert Wyatt alla tromba e ai cori) e a The Cranes Are Back, funk  lento in cui i bassi e i cori caldi creano un’atmosfera gospel avvolgente e sognante.

Ma il vero apice del lavoro Weller lo riserva sapientemente per in gran finale, quando il ruvido blues psichedelico di Satellite Kid fa da apripista a The Impossible Idea (il pezzo migliore del disco a detta dello stesso autore), traccia in cui il soul trionfa intrecciandosi con atmosfere jazzate, un mood perfetto per accompagnare l’ascoltatore alla fine del viaggio. A Kind Revolution è un gran disco, che restituisce l’anima più vera dell’artista, arricchita dalle vastissime esperienze musicali e umane degli ultimi anni fuse in modo armonioso. Un lavoro destinato a rimanere una gemma incastonata nella cultura pop contemporanea.

così su Rolling Stone:

Solo Paul Weller poteva celebrare un anniversario con uno dei suoi dischi migliori. L’uomo che ha identificato l’estetica Mod non solo nello stile e nell’immagine (sempre impeccabile anche a 59 anni), ma anche nel pensiero musicale interpretando in modo coerente la filosofia “moving and learning” si ritrova nel 2017 con la ricorrenza importante dei 40 anni dell’album che lo ha lanciato almeno due incarnazioni fa, In the City dei The Jam (uscito nel maggio del 1977) e una consolidata carriera da solista molto poco propenso all’autocelebrazione, come ha dimostrato nel 2015 con l’album quasi prog-rock Saturns Pattern.

Quindi cosa ha fatto? Un album che è una raccolta di classici moderni e suona come il nuovo manifesto di una sottocultura inesorabilmente devota alla reinvenzione di se stessa. La “rivoluzione gentile” di cui parla Weller nel titolo di questo suo 13esimo album solista (ma contandoli tutti sono 25, quasi uno ogni due anni) è semplicemente il ritorno della qualità di scrittura ed esecuzione di tutti i generi musicali che hanno creato il nostro immaginario: rock, R&B, soul, funk, folk.

Tutto fatto in modo naturale, semplice, ma non inconsapevole, senza mai girarsi indietro a riguardare il proprio passato e con l’aggiunta (oltre allo spettacolare duo batteria-tastiera che lo accompagna da anni) di una serie di ospiti sparsi nell’album, come richiami invisibili a influenze che risalgono a decenni diversi, dalle voci soul Madeline Bell e PP Arnold a Boy George, che canta in One Tear fino a Robert Wyatt che suona la tromba in She Moves with the Fair.

E poi c’è lui, con le sue ballad struggenti (Long Long Road), la chitarra blues di Satellite Kid, il funky di New York, quell’atteggiamento che non ammette repliche e il suo essere un punto di incontro immaginario tra David Bowie, Eric Clapton e Noel Gallagher.

La classe di Paul Weller è un regalo alla musica di oggi e il suo modo di rendere attuale il pensiero Mod è la migliore idea di futuro che si possa immaginare per il rock.

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