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DISCO DELLA SETTIMANA: NEIL YOUNG “PEACE TRAIL”

Neil Young - Peace Trail

Un disco intimo e intenso, giocato su ballate dai toni blues o folk e acustici. Peace Trail è il 38° album di Neil Young.

Peace Trail è il 38° album di Neil Young. Il disco è stato scritto subito dopo la pubblicazione di Earth e registrato durante il tour del 2015 assieme ai Promise of the Real negli Shangri La Studio di Rick Rubin assieme ai session men Jim Keltner e Paul Bushnell ed è stato prodotto dallo stesso musicista assieme a John Hanlon. Pubblicato dalla Reprise Records, Peace Trail è un disco intimo e intenso, giocato su ballate dai toni blues o folk e acustici.

Così ne parla Carlo Sibilla su Rockol:

Un disco quasi normale di Neil Young? Quasi.

La normalità non è una delle regole, del rock, anzi. La musica dovrebbe uscire dall’ordinario e dalle regole, essere eccezionale. Neil Young ha fatto dell’eccezionalità non solo una ragione di vita, ma ha spesso esagerato. Dopo “Psychedelic pill” (il suo ultimo – letteralmente – album con i Crazy Horse del 2012) ha inciso un disco di cover dentro una cabina del telefono, un disco orchestrale, un disco di protesta contro le multinazionali, un disco dal vivo con sovraincise voci di animali. Non ci si annoia mai, con lui. Ma spesso i risultati non sono all’altezza della sua fama – come peraltro è capitato spesso in molte fasi della sua carriera, con album come “Trans” o “Everybody’s rockin”.

“Peace trail” arriva a pochi mesi da “Earth”. In studio con lui non ci sono i Promise Of The Real, da tempo la sua (ottima) band dal vivo e quella con cui ha inciso “The Monsanto years”. C’è invece Jim Keltner alla batteria, uno dei più grandi sessionmen del rock, e Paul Bushnell al basso, conosciuto di recente.

Il risultato è un disco quasi acustico, dalla strumentazione spesso minimale. La title-track è puro Young, con l’acustica e l’elettrica (e il suo tocco inconfondibile) che si sovrappongono. Una gran canzone, con l’unica stranezza di un tocco di auto-tune sulla sua voce ai cori. “Terrorist Suicide Hang Gliders” e “John Oaks” e “Can’t stop workin'” hanno accordi iniziali che sembrano uscire da “Harvest” e dintorni, anche se poi prendono spesso un’altra piega. “Can’t stop workin'” è una delle poche canzoni non politiche dell’album – quanto una riflessione su cosa lo spinge a fare musica oggi. E la motiviazione è spesso l’incazzatura, che traspare spesso da molte canzoni dell’album, anche se in maniera meno diretta rispetto a “The Monsanto years”.

Non tutto l’album ha il fuoco e la compattezza della title-track, putroppo. Soprattutto, Young non rinuncia alle stranezze. Tutto sommato il ritmo irregolare di “Texas rangers” è quasi normale, rispetto al massiccio uso dell’auto-tune in “My pledge”, quasi recitata su una bella base acustica. E poi si arriva al finale di “My new robot”. Che parte come una classica canzone neilyounghiana, con chitarra acustica e armonica. Ma poi diventa dominata dalla voce robotica (appunto) di Alexa, l’assistente virtuale di Amazon. Uno scherzo finale, come la conclusione repentina della canzone (e del disco): “Powering off”.

“Bring back the days when good was good”, canta Young in “Indian givers”. Ecco, forse dovrebbe essere il primo lui a farlo. “Peace trail” contiene una grande canzone, un po’ di canzoni medie, e uno scherzo finale. Perché se no non sarebbe Neil Young…

Così Paolo Vites su Il Sussidiario:

Da mesi migliaia di nativi americani appartenenti alla tribù Sioux della riserva di Standing Rock protesta in Nord Dakota contro la costruzione di un gasdotto che nel suo percorso dovrebbe passare sotto a un lago che per quasi un chilometro si trova nel loro territorio. Non solo: per costruire la conduttura verrebbe anche distrutto il sito di un antico luogo cimiteriale dei loro antenati.

Una notizia del tutto ignorata dai media italiani, ma abbastanza snobbata anche da quelli americani: per trovare un aggiornamento quanto più recente siamo dovuti andare sul sito di Al Jazeera (!).

Aggiornamento che dice tra le altre cose che il governatore del Nord Dakota ha ordinato nei giorni scorsi di espellere tutti i manifestanti dalla zona occupata da mesi, con la scusa che sta arrivando l’inverno con prevedibili tempeste di neve e questo metterebbe in pericolo i manifestanti stessi. I capi della protesta hanno rifiutato, dopo che nelle scorse settimane le forze dell’ordine più volte avevano usato contro di loro la forza, ad esempio sparando acqua con i cannoni mentre la temperatura era già molto bassa.

Mentre le pagine di ogni giornale e le immagini di ogni telegiornale da sempre danno risalto a ogni manifestazione e a ogni problematica relativa agli afro americani, i nativi sono stati rimossi dalla coscienza non solo mediatica ma anche pubblica. Vittime di uno dei genocidi più orribili della storia, gli abitanti originari degli Stat Uniti vivono confinati in riserve miserabili, vittime di alcolismo e povertà nel disinteresse di tutti.

Anche del mondo del rock, che nelle sue grandi battaglie per i diritti civili si è allegramente dimenticato di loro, con rarissime eccezioni Tra questi il gruppo dei tanto esecrati Eagles, che negli anni 70 tennero numerosi concerti in loro solidarietà, o l’ex leader di The Band Robbie Robertson, che però era di sangue indiano, che dedicò loro il bellissimo “Music for Native Americans”. E naturalmente Neil Young, che ha sempre dimostrato interesse per la loro causa. Il suo gruppo accompagnatore prese il nome di uno storico capo indiano, Crazy Horse, per dirne una. Il cantautore canadese lo scorso novembre nel giorno del suo compleanno si è esibito per i manifestanti del Nord Dakota e ha inviato una lettera aperta a Barack Obama in loro difesa: “Si tratta di un risveglio. Tutto qui insieme, con i propri parenti non nativi, siamo in piedi di fronte all’aggressione scandalosa, inutile e violenta, da parte di forze di polizia locali e statali militarizzate e della guardia nazionale, che  agiscono per per tutelare gli interessi di sfruttatori del Nord Dakota nel volte questo gasdotto  ad un costo di centinaia di migliaia di dollari dei contribuenti”.

Tra una manifestazione è l’altra è nato così nel giro di una settimana “Peace Trail”, il nuovo disco di Neil Young, inciso di getto in poche sedute, come da abitudine del canadese, un disco che trae parzialmente ispirazione da questi avvenimenti.

Non è però un grido di battaglia, non è OhioRockin’ in the Free World. E’ un disco intimo e intenso, giocato su ballate dai toni blues o folk acustiche dove a tratti esplode il fragore della sua inimitabile chitarra elettrica. Il tema dei nativi americani è sottinteso, emerge qua e là, anche se l’unico brano esplicito in questo senso è Indian Givers. E’ un ritratto-cartolina di un’America di provincia e dimenticata, con il suo ranger texano, il contadino che la polizia vuole arrestare, attentatori suicidi psicopatici. Ed è sicuramente il suo lavoro migliore dai tempi di “Psychedelic Pills”.

Lo accompagnano solo il celebre batterista Jim Keltner, la cui batteria è doppiata e sostenuta in diversi casi da percussioni e ritmiche incalzanti che ricordano le percussioni tribali dei nativi americani, e dal bassista Paul Bushnell.

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