DISCO DELLA SETTIMANA: MARK LANEGAN BAND

mark lanegan gargoyle

Appena pubblicato, “Gargoyle” è il nuovo album della Mark Lanegan Band. Al disco hanno collaborato, tra gli altri, Josh Homme, Greg Dulli e Duke Garwood. Lanegan è atteso anche in Italia per tre date del tour mondiale.

A tre anni dall’ultimo Phantom Radio,  esce su etichetta Heavenly il nuovo album di Mark Lanegan Gargoyle. Il disco è stato scritto e registrato insieme a Rob Marshall e Alain Johannes, e può contare sulla collaborazione di nomi di grande rilievo come Josh Homme dei Queens of the Stone Age, Greg Dulli degli Afghan Whigs e Duke Garwood. L’album è stato anticipato dal  singolo “Nocturne”. Mark Lanegan presenterà in tour i brani di “Gargoyle” anche in Italia. Sono tre i live annunciati nel nostro paese: 9 luglio a Sesto al Reghena (Pn), 10 luglio a Gardone Riviera (Bs) e 11 luglio a Roma.

Così accoglie il disco Musicattitude:

Mark Lanegan è arrivato al terzo disco della sua nuova vita musicale. Con la parentesi del disco di cover “Imitation”, la Mark Lanegan Band sfodera un trittico di continuità tematica e di suoni che inizia nel 2012 con l’eccellente “Blues Funeral”, per continuare poi con “Phantom Radio” nel 2014 e ora con “Gargoyle”.
La Band di Mark Lanegan debuttava con “Bubblegum” nel 2004, un album da considerare a sé per bellezza e varietà di suoni e stili diversi. Prima di allora Mark con Screaming Trees, collaborazioni numerosissime e album solisti ha costruito una carriera impressionante per quantità e qualità, che lo ha fatto entrare di diritto nell’olimpo del folk rock americano, in aggiunta a quello del grunge degli anni ’90.

Un artista più unico che raro nel rock mondiale, che con questo nuovo album conferma il suo aggiornamento di stile inaugurato con “Blues Funeral”. Cambiati tutti i componenti della Mark Lanegan Band che accompagnava il cantante ai tempi di “Bubblegum”, il suono si è fatto più acido, spesso accompagnato da strumenti elettronici. La voce stessa di Mark da profonda e gutturale in questi ultimi tre dischi diventa spesso effettata, in un’inedita forma collaborativa con la musica che lo accompagna e non viceversa come ci aveva abituato. Non c’è più il Mark Lanegan accompagnato da scarne note acustiche che quasi si vergognano di sporcare il divino timbro di questo meraviglioso artista.

Mark Lanegan torna per la prima volta dagli anni ’90 il cantante di un gruppo e la sua voce è a servizio di un impianto musicale variegato e ben curato, che compone in queste 10 canzoni di “Gargoyle” un’opera compatta e ben delineata, dove niente è lasciato al caso ed è tutto curato nei minimi particolari. “Death’s Head Tatoo” richiama un’immagine tetra, macabra, richiamata da artwork e titolo dell’album. Un’atmosfera cupa da horror classico, che sfocia in questa canzone di apertura in un hard rock sinuoso e ipnotico, dove l’inconfondibile voce di Lanegan danza come una fiamma nell’oscurità. “Nocturne” ha anticipato per primo l’album in rete ed è un pezzo che con continuità trasporta la fiamma attraverso corridoi bui e gocciolanti nei sotterranei di un castello abbandonato popolato da ricordi vocianti e echi portatori di cattivi consigli. La melodia è accattivante e il ritmo entra nella pelle e abbraccia i nervi: al secondo pezzo questo album ha già conquistato.

“Blue Blue Sea” ci fa uscire dalle segrete del castello, per portarci a perdere in mezzo ad un mare di tristezza, in questa litania cantata da Mark e accompagnata da un giacente e accennato manto elettronico e un organo lamentoso che intreccia una melodia malinconica. “Beehive” è il secondo estratto e primo singolo di “Gargoyle”, una ballata elettrica dove la melodia è l’elemento portante in un ritmo avvolgente. Non esiste un album dove Lanegan non lasci a bocca aperta, anche chi tra il suo fedele pubblico continua a ripetere a se stesso di aver ormai visto e udito di tutto. Ecco che arriva “Sister”, un gospel dissonante che sembra suonato al contrario nelle note di organo e chitarra elettrica, e che invece incede verso di noi come un fantasma diafano che distorce i contorni di quello che compone l’illusione di realtà che ci circonda.
“Emperor” è un’altra sorpresa di questo nuovo Lanegan, un rock ritmato e irrisorio, scanzonato, che propone un’immagine inedita di Lanegan, che rompe quella immobile e glaciale alla quale ci aveva abituato. Questo Lanegan è vivace come il ritornello di questo pezzo, da cantare e ballare.

“Goodbye To Beauty” ha il potere di fermare il mondo. Dire addio alla bellezza in questo caso ha il significato opposto dell’abbracciarla. Torna la chitarra acustica e subito le atmosfere si riempiono e tutto sembra galleggiare, niente tocca più terra, nemmeno noi. La melodia è da sogno, la chitarra acustica carica di echi e la voce di Lanegan ci guida in una melodia evocativa, bellissima e commovente. Si torna a graffiare, con ancora gli occhi lucidi, nel blues acido di “Drunk On Destruction”, con il suo incedere drammatico e veloce. “First Day Of Winter” ritorna a riempire di atmosfera le nostre orecchie e ricorda alcuni momenti di “Bubblegum”, un’altra canzone dalla melodia irresistibile che solo il timbro di Lanegan può rendere con questa magnificenza. “Old Swan” chiude “Gargoyle” con sapore melodrammatico.

“Gargoyle” dimostra che Mark Lanegan oltre ad essere uno degli artisti musicalmente più dotati della storia del rock è anche un genio nell’adattare la sua arte e migliorarla senza sclerotizzarla in un contesto o genere unico. Un artista che opera da più di trent’anni suona in questo album magnifico, unico ma al passo con i tempi. Ennesimo capolavoro in una carriera che non ha battute d’arresto. Impressionante.

Così su Sentireascoltare:

Mark Lanegan ha 53 anni. La notizia è tale che ogni giorno che passa, ogni giorno che si fa caso al perpetrarsi dell’avventura di questo signore fatto di un misto di malessere, sigarette, rovesciamenti sonori, uscite dalla droga e tradizione statunitense, pare un miracolo. E qui un dato di fatto: Lanegan è senza dubbio l’artista proveniente dal grunge (con i mai abbastanza incensati Screaming Trees) che è invecchiato meglio. Meglio dei Mudhoney (sempre ruspanti, ma sempre fedeli alle proprie coordinate), meglio dei Pearl Jam, meglio di Cornell e dei suoi Soundgarden o degli Afghan Whigs. Non lo si ricorda mai abbastanza, per vergogna e anche per il luogo comune che vuole quel genere invecchiato peggio di altri: quest’uomo viene da quegli anni lì.

Al suo decimo disco da solo, in una carriera che lo ha visto entrare e uscire da band e collaborazioni e duetti e partecipazioni, Mark Lanegan regala un ulteriore segno di vitalità: che piaccia o meno la sua proposta, che si apprezzi o meno la strada intrapresa (lontana, per forma, da capolavori come Field Songs), il cantante di Ellensburg mostra ancora la propria sfuggente voglia di fare, di mettersi in discussione. Ok, non si tratta dell’inversione a U di Blues Funeral, ma regala comunque materia di qualità. E di coraggio, cosa che – va detto – non sempre basta a sfornare canzoni pregevoli. Canzoni pregevoli, invece, questo Gargoyle (ci si domanda come mai un tipo umbratile come Lanegan non avesse ancora usato questo titolo, che pare cucito apposta sulla sua attitudine) ne regala. Non tutte, ma sicuramente l’autore ha aggiustato il tiro rispetto al precedente Phantom Radio. Dove quello era avventuriero ma privo di mordente, questo guadagna in coesione (quasi al limite del monolitico, non fosse per i richiami al passato: le ballate suadenti e mogie) ed efficacia.

Una bellezza che si rivela molto più lentamente rispetto ai dischi precedenti di Lanegan (nonostante il maggiore sfoggio muscolare), dimora in questi solchi. Bellezza che regala una sorta di pioggerella fatta di luce. È possibile che questo sia il perturbante laneganiano? Il contrasto tra un mood sempre triste o sul ciglio del malessere, una voce che non è mai altro che se stessa e uno sfondo ormai cangiante (e cambiato) che però fa vivere questa materia di nuovi stimoli. Come se l’autore avesse deciso di far crescere i propri fiori del male in una serra (rappresentata dalle macchine e valvole di questi ultimi dischi, che partono da traccianti New Order), più che allo stato naturale, e questi abbiano cominciato a diventare qualcosa di minaccioso a modo loro, senza essere selvaggi. Fiori, ma meno maligni. E in questo, Mark è fuori dalle secche della parodia, della tristezza a tutti i costi, del passato. Un venire a patti, felice nei risultati ma autentico, non forzato. E, ovviamente, per nulla pacificato, non fosse per lo strato di tastiere, voci, ritmi elettronici che spesso sembra saturare.

Non poteva che essere così, da un lato per l’indole di uno che non ti pare si lanci nei suoni electro senza prima esservi entrato dentro, dall’altro per i risultati. Come in Old Swan, che chiude l’album con il battito sintetico che piano piano prende quota in maniera magistrale ed emozionale (in certi versi, quasi U2 per una sorta di vampata vagamente epica). O in First Day Of Winter, coretto fantasmatico, messa più che gospel, Beach House rauchi grazie alla voce del Nostro, l’emozione che gronda come a filtrare da listelli di una catapecchia in cui dentro suona una band new wave (o new romantic) fallita. Drunk On Destruction, che caracolla su un ritmo di elettronica anni Novanta quasi Prodigy, infilzata dai temi usuali di Lanegan, chitarre in lontananza in un feedback angelico (dei Jesus & Mary Chain altezza 90s incastonati sullo sfondo). Emperor, marcetta con l’acidulo chitarristico, le tastiere e lo zompettare pop dal sapore Sixties. Sister, che comincia con refoli e luminescenze smorte, come un sogno in mezzo ai boschi. Nel momento in cui Lanegan declama il ritornello e parte quel «Sisteeer…», e le note cambiano, il trucco è salvo: quella rotazione blues c’è ancora e l’ascoltatore cede all’emozione. Le voci si moltiplicano sul finale, sul punto di cadere, mentre si dissolvono. Nel mezzo, uno sgocciolare emozionale tra il funereo e il romantico.

È possibile battere sempre sullo stesso tasto in maniera però diversa? Lanegan dice che si può. Senza paura, senza paraocchi, senza lungaggini concettuali, tentando di cambiare e, allo stesso tempo, di mantenersi uguali. Andando al cuore pulsante della cosa, che poi è sempre la stessa. Sempre lo stesso tasto: cambia il dito.

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