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DISCO DELLA SETTIMANA: LO STATO SOCIALE

lo stato sociale

Lo Stato Sociale nasce come un gioco e diventa un fenomeno generazionale. “Amore, lavoro e altri miti da sfatare” è il loro 3° atteso lavoro, pieno della loro spiazzante ironia ma anche più attento agli aspetti strettamente musicali.

“Amore, lavoro e altri miti da sfatare” è il nuovo album de Lo Stato Sociale, “la band di cinque ragazzi bolognesi che fanno canzonette” (così si definiscono Albi, Bebo, Lodo, Carota e Checco). L’attesissimo album arriva a due anni di distanza dal loro ultimo successo con “L’Italia peggiore”.
Il disco è frutto di 10 mesi di lavoro e raccoglie i sentimenti e le parole del vissuto della band. Le voci dei cinque membri del gruppo guidano l’album che sintetizza molte influenze musicali nel classico caleidoscopio di generi.
Nel nuovo disco c’è la voglia di dedicare più spazio agli aspetti strettamente musicali. Il titolo racconta i contenuti attraverso due concetti tanto abusati quanto comuni, la perdita di significato di amore e lavoro, che li rende due miti del contemporaneo, sottolineando con ironia la volontà di riappropriarsene.

“Il disco parla di noi e di quello che ci succede attorno” – racconta la band – “Da quel che accade in un mondo messo alla prova da derive autoritarie e che poco si adattano al bisogno di umanità, all’interpretazione dell’intimità e delle relazioni, che sono specchio e sintesi dei nostri pensieri. Abbiamo capito nel tempo che siamo un collettivo e abbiamo capito l’importanza di questa parola, sempre meno usata e sempre più svuotata, in una società che sempre di più muove verso l’individualismo sfrenato, verso il merito come unico presupposto per avere diritti e il successo come unica realizzazione di un’esistenza”. il brano intitolato ‘Nasci rockstar, muori giudice a un talent show’. “Il brano è stato scritto prima dell’ultima edizione di X Factor – hanno 

L’album è stato anticipato dai singoli “Amarsi male” e  “Mai stati meglio”.

Il brano intitolato ‘Nasci rockstar, muori giudice a un talent show’  “è stato scritto prima dell’ultima edizione di X Factor” , ci ha tenuto a precisare la band, e non è dedicato alla scelta discussa di Manuel Agnelli.

Così se ne parla su Rockol:

Qui si balla sulla precarietà di amori, lavori, vite. Ci sono testi in cui si mandano a quel paese tutti quanti, canzoni d’amore sfacciatamente tenere, frasi impietose su come campa un trentenne in Italia oggigiorno, tanta voglia di superare la stasi in cui viviamo. “Amore, lavoro e altri miti da sfatare” è anche il disco in cui i cinque musicisti bolognesi accettano l’idea che Lo Stato Sociale sia un gruppo grazie al quale campare, non solo un progetto bislacco sfuggito di mano e diventato enorme. Quello in cui diventano “ometti”, come dicono loro. Suona in modo più curato, ragionato, radiofonico rispetto ai due che l’hanno preceduto: lo Stato Sociale in bella copia. Contiene canzoni oscenamente pop (copyright Francesco Bianconi) come “Buona sfortuna”, leggera e ammiccante, accompagnata da un video con citazione trash del boss dei prediciottesimi, ma anche pezzi che ti aspetti dal gruppo, ad esempio “Mai stati meglio” sui buoni consigli che tutti quanti riceviamo ogni giorno. L’album è dato in licenza alla Universal, ma Lo Stato Sociale ci dice che si può divertire anche senza ritornelli, come recita il, ehm, non-ritornello della canzone. E insomma, è Lo Stato Sociale di lotta e di governo.

Lo Stato Sociale è sempre più un collettivo e difatti qui cantano tutti, con prevalenza di Lodo Guenzi che si becca quattro canzoni. Si attraversano vari registri: ironia, sentimentalismo, invettiva politica, introspezione, slogan da social, incazzatura. Sono seri però ironici, ma anche disillusi e combattivi, pure leggeri e pensanti, respingenti e paraculi, per un sapore complessivo dolce e insieme amaro che s’insinua a partire da “Sessanta milioni di partiti”, bignami del disco e forse persino del gruppo. C’è tutto un mondo di trentenni e canzoni a cui uno s’affeziona perché ci si riconosce, è il potere dell’orizzontalità che caratterizza la musica del quintetto, il suo punto di forza. È la filosofia che governa la band: le persone normali che fanno cose straordinarie sono più interessanti delle persone straordinarie che fanno cose normali.

Non che “Amore, lavoro e altri miti da sfatare” contenga qualcosa di straordinario dal punto di vista musicale. È pur sempre musica fatta in modo autarchico da un gruppo che ha imparato a suonare “un po’ alla cazzo di cane” (lo dicono loro), ma con sopra una bella verniciata di professionalità, i fiati, le tante tastiere elettroniche, qualche esotismo, un electro-punk incazzoso da band del liceo, melodie che finiscono che imprimerti in testa come quella di “Amarsi male”. E addirittura una classicissima dichiarazione d’amore, “Vorrei essere una canzone”, il pezzo più tradizionale e sentimentale mai inciso dallo Stato Sociale, vien quasi il dubbi oche sia questa la canzone di cui parlava “Te per canzone una scritto ho”, quella scritta e poi dimenticata.

“Vorrei essere una canzone” è uno dei pochi momenti in cui non viene espresso il senso di precarietà di questi tempi, un concetto che si estende dal lavoro ai sentimenti, dalla politica alle relazioni. Le due cose si sovrappongono in “Eri più bella come ipotesi”: apparentemente una canzone d’amore, in realtà una storia collettiva. Nel disco c’è pure qualcosa di più personale, un’apologia dell’istinto, una rivendicazione d’indipendenza, parole sparse qua e là su cosa significhi oggi avere successo (un altro dei miti da sfatare, evidentemente) per una band cresciuta velocemente e direi sorprendentemente. A un certo punto arriva “Nasci rockstar, muori giudice ad un talent show”: viene in mente Manuel Agnelli, in realtà racconta quel che succede quando il tuo seguito cresce e sei tuo malgrado inserito in certi meccanismi, per cui nasci artista di strada e muori imprenditore.

Uno dei gruppi più divisivi degli ultimi anni, Lo Stato Sociale è a volte criticato per i motivi sbagliati: perché troppo poco politicizzato, perché fintamente politicizzato, per la varietà dei registri, perché troppo ammiccante, perché sembrano canzoni che esprimo concetti seri, perché strampalati, per la portata generazionale delle canzoni. Ci si scorda l’unica critica oggettiva che si può muovere: non sono musicisti in grado di “parlare” attraverso gli strumenti, non sono autori in grado di costruire canzoni brillanti dal punto di vista armonico o ritmico, sono cantanti oggettivamente così così. Loro lo sanno e in “Quasi liberi” invitano a fidarsi “di chi non si vergogna di cantare come gli viene”. Nonostante le loro carenze o forse in virtù delle loro carenze, attirano un pubblico che si è via via allargato facendoli passare dai localini ai palasport. È la cosa formidabile e allo stesso tempo frustrante per un appassionato di musica: Lodo, Carota, Albi, Bebo e Checco mettono in scena la propria normalità non solo di persone, ma anche di musicisti. Danno l’impressione di farlo senza filtri, usando il minimo della sofisticazione artistica. Resta la domanda: voglio che la mia normalità finisca in un disco o preferisco ascoltare qualcuno che sia meglio di me?

Così su Ritrattidinote:

L’album si apre con una canzone “Sessanta milioni di partiti” che, già da sola, ci dipinge in modo autentico come schiavi dei soldi, del tempo, della moda del momento mentre tutto il resto è inferno a fuoco lento. Questo paese ha bisogno di silenzio, canta Lo Stato Sociale, incarnando una necessità fisiologica dettata dal bisogno di resettare tutto e ricominciare daccapo. Naturalmente anche i rapporti di coppia ne escono completamente devastati proprio come avviene in “Amarsi male”: “Non ci sarà mai il tempo di fare quello che ci va/ tra qualche scaffale di scarpe col tacco e una giungla di tofu e seitan/ mandiamo tutta la nostra poesia a puttane”. Ed ecco dunque il verdetto: “Abbiamo finito la felicità in una vita al contrario e sogni a metà”. Profonde e scarnificanti le valutazioni che Lo Stato Sociale propone in uno dei migliori brani del disco quale è “Quasi liberi”: “Scoprire è meglio che capire, capire è meglio di spiegare. Meglio essere liberi che furbi, meglio essere sprovveduti che intelligenti, meglio essere vivi che vissuti, meglio essere sbagliati che incompiuti. Il resto sono solo scuse per sentirsi in compagnia nel rimanere soli con i propri alibi”. Nell’ascoltare queste verità viene subito da dire che Lo Stato Sociale ha raggiunto la maturità definitiva, ha sputato in faccia a tutti quanti noi la nostra essenza più intima, ci ha messo a nudo nella nostra fragilità e chissenefrega di quello che sarà. Non mancano episodi leggermente più leggeri come “Buona sfortuna”, che sbeffeggia lo stile di Cesare Cremonini e “Niente di speciale” in cui si ammette che “non è sognare che aiuta a vivere ma è vivere che deve aiutarti a sognare”. Veramente suggestivo il mantra “Bruciare sempre e spegnersi mai” contenuto in “Eri più bella come ipotesi”, un testo ispirato a uno scritto di Harold Pinter in cui si racconta la fine del sogno politico ’68/’77 come fosse la storia del rapporto tra due amanti che non funziona più. E poi c’è “Mai stati meglio”, il pezzo più dissacrante del disco, quello senza ritornello, quello in cui Lo Stato Sociale puntualizza, moralizza, polemizza divertendosi e divertendo. A seguire lo sberleffo di “Nasci Rockstar, muori giudice a un talent show”: sebbene il testo risalga ad un periodo antecedente alle gesta televisive di Manuel Agnelli a X Factor, l’accostamento alla sua figura è quasi automatico anche se, a dirla tutta, fossero tutti come Manuel Agnelli i giudici dei nostri talent show, ci sarebbero dei risultati molto più appaganti dal punto di vista culturale e artistico. Intensa la dedica d’amore incondizionato insita nel testo di “Per quanto saremo lontani”: Non ho niente perché voglio te, sei tutta la mia voglia di scappare, sei tu la mia paura, la paura di fallire, il mio tempo perso, la mia strada da sbagliare, sei tu la mia paura, la paura di star bene”. Infine la chiusura da bruciore allo stomaco e lucciconi agli occhi con “Vorrei essere una canzone”: quella che ti dice chi sei senza fartelo capire. E adesso tutti sottopalco a ridere di noi stessi insieme a quegli “adorabili mascalzoni” de Lo Stato Sociale.

così su Carlo Maria Gallinoro su Fuoriposto.com:

Lo Stato Sociale è una band, è un fenomeno, è qualcosa che non esiste. E se pure esiste, esiste poco. Scrivere de Lo Stato Sociale è difficile, perchè Lo Stato Sociale è qualcosa che sfugge alle normali regole e leggi di mercato, di ascolto, di estetica, di parzialità; perchè è un calderone disordinato di contenuti e ti lascia in un limbo in cui non sai più quali sono le coordinate per giudicare quello che stai ascoltando. Il lavoro di questa band sembra non avere un confine definito, le tematiche variano dal brano coglione, al pezzo politico, dalla critica agli stereotipi, alla ballata d’amore (sui generis) e non esiste una coerenza nei toni con cui gli argomenti sono trattati, passando dal sarcasmo, alla serietà magari nell’arco di due strofe, strofe oltretutto metricamente spezzate, a volte forzate, che magari vanno a comporre esclusivamente versi e mai ritornelli, molto spesso parlate invece che cantate, per cui chi viene da un’impostazione classica e schematica della canzone molto probabilmente dirà “Dio, che merda”.

Allora ecco il limbo, ecco il dubbio: con quale spirito ascoltare Lo Stato Sociale? Probabilmente non l’ho ancora capito e sono anni che ci penso ogni volta che li ascolto ma, almeno per oggi, parlerò di loro come una band pop da ascoltare per divertirsi e ogni tanto fare qualche riflessione, senza però pensare troppo.

Amore, Lavoro E Altri Miti da Sfatare è il nuovo album della band bolognese, un titolo a metà tra il provocatorio ribelle e il generalista.

A differenza del precedente disco, L’Italia Peggiore, l’elettronica è molto più curata e presente, la produzione e gli arrangiamenti sono ottimi ed anche la scaletta è ben studiata, alternandosi ballate (Vorrei Essere una Canzone), brani danzanti come Per Quanto Saremo Lontani (Biagio Antonacci, sei tu?) a pezzi molto più movimentati (Nasci Rockstar, Muori Giudice Ad Un Talent Show).

Amarsi Male è il primo singolo estratto che, pur conservando la vena ironica e l’aria scanzonata, strizza tantissimo l’occhio alla radio grazie ad una melodia killer, estremamente facile da ricordare, una batteria che viaggia alla grande e una sequenza di accordi efficace e già sentita (un po’ Someday dei The Strokes).

Gli altri due highlights dell’album sono il nuovo singolo Buona Sfortuna e Mai Stati Meglio.

Il primo pezzo sembra l’alter ego cattivo del brano Buon Viaggio(Share The Love) del concittadino Cesare Cremonini, poichè tanto per l’arrangiamento quanto per la linea vocale potrebbe essere una canzone dell’ex Lùnapop, ma con un testo che augura ogni guaio possibile ad una propria ex, piuttosto che una buona avventura.

Mai Stati Meglio è il prototipo dello sfogo del trentenne d’oggi e oltre che molto divertente è anche spendibile per fare un po’ di movimento. L’unica cosa che mi chiedo, di fronte a questo prendere in giro e criticare tutto e tutti, è cosa alla fine resti di non criticabile da parte della band!

Lo Stato Sociale è un fenomeno pop ormai universalmente riconosciuto, tanto tra gli scaffali dei dischi quanto tra quelli dei libri, perchè raccoglie molte tematiche generazionali, facendosi bandiera di esse e al tempo stesso scherzandoci su o talvolta scherzando anche sul pubblico che li ascolta, in un gioco in cui riescono sempre ad uscirne intelligenti e vincitori. Sembrano esserne consapevoli e forse stavolta hanno voluto farsi un po’ più belli e pettinati per la radio e la televisione, con il merito però di non snaturarsi troppo, restando divertenti, ironici e piacevoli. Senza esagerare.

 

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