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DISCO DELLA SETTIMANA: JAMIROQUAI

jamiroquai automaton

Il gruppo soul funk elettronico, torna a distanza di 7 anni dall’ultimo lavoro (“Rock Dust Light Star” del 2010) con un album, l’ottavo disco di studio della carriera, scritto e prodotto da Jay Kay e dal tastierista Matt Johnson.

Parlando di “AUTOMATON” Jay Kay ha commentato: “è una sorta di riconoscimento di quanto l’intelligenza artificiale e la tecnologia abbiano accresciuto il loro ruolo nel nostro mondo oggi e di come gli uomini stanno iniziando a dimenticare le cose più piacevoli, semplici ed espressive della vita, incluse le nostre relazioni con gli altri esseri umani”.

Formati nel 1992 in pieno boom dell’Acid Jazz da Jay Kay, Jamiroquai sono diventati una delle maggiori realtà del mondo fin da disco di debutto “Emergency on Planet Earth”.
Nel curriculum il gruppo annovera sette album che hanno raggiunto la Top10 inglese (e tre il 1 posto), un Grammy Award, più di 26 milioni di dischi venduti nel mondo e il Guinness Book of World Records per il disco funk che ha venduto di più di tutti i tempi.
Jamiroquai hanno inoltre annunciato un nuovo tour che comprende due date italiane: l’11 luglio a FIRENZE (Ippodromo del Visarno) e il 20 novembre a MILANO (Forum di Assago).

Il disco, che come suggerito dal titolo, presenta una versione più “robotica” delle classiche atmosfere funk/acid jazz, viene così accolto da Ondarock:

In un decennio che ha visto i linguaggi funk tornare prepotentemente in classifica, dopo un lunghissimo periodo di damnatio memoriae generalizzata, in molti sono stati a chiedersi che fine avesse fatto Jay Kay, perché non avesse sfruttato con i suoi sodali la straordinaria congiuntura temporale e rimettesse il suo nome in vertice alle chart di tutta Europa. In fondo, per quello che tra gli anni Novanta e i primi anni Zero è stato l’unico nome capace di non far sprofondare nell’oblio il lascito della funk-music (per quanto opportunamente riadattata), non sarebbe stato poi così difficile rientrare di prepotenza nei cuori di vecchi e nuovi ascoltatori e sfruttare tutta la classe a propria disposizione per non sfigurare di fronte a nuovi e agguerriti contendenti.
E invece no: per ascoltare qualcosa di nuovo con firma Jamiroquai si sono dovuti aspettare sei anni e mezzo, un lasso di tempo sufficiente perché il gusto popolare si rivolgesse altrove e nel frattempo la scintillante band inglese potesse tornare indisturbata a far muovere le platee di mezzo mondo con una formula che non conosce declino. Lungo i solchi di “Automaton”, ottavo full-length per il combo, non si tarderà infatti a riconoscere tutti gli elementi che hanno reso celebre la musica del cappellaio matto del funk, con un flair che però gioca maggiormente con la contemporaneità rispetto ai più recenti trascorsi. A parlarne di seguito spirituale dell’eccellente (e criticamente sottovalutato) “A Funk Odyssey” non si cade poi così lontani dalla realtà.

Laddove quest’ultimo trasportava il sound della band alla volta della house e del nascente fenomeno nu-disco, fornendo il tanto atteso salto di produzione e una grinta melodica tutta nuova, in “Automaton”, seppur in scala minore, si assiste a un fenomeno analogo, con elementi presi da electro-disco e synth-pop riadattati al canovaccio “standard” della musica di Jay e soci, in un album che prova a fornire una svecchiata a uno stile più che rodato, e manchevole ultimamente di qualche sussulto. Tutto questo viene inserito in un concept tematico – invero fin troppo abusato di questi tempi – dedito a interrogarsi sul rapporto tra tecnologia e umanità e sugli aspetti più deleteri che l’era informatica sta comportando nelle interazioni umane. Non mancano comunque gli episodi in cui i Jamiroquai sfruttano senza vergogna il proprio mestiere (d’altronde un brano come “Cloud 9″ uno come Bruno Mars farebbe carte false per averlo nel suo repertorio), e quelle melodie contrassegnate da sinuose striature di archi restituiscono un piacevole effetto-nostalgia (notevole in tal senso “Summer Girl”, con splendidi ricami vocali in sottofondo). Tuttavia non si può negare come il lavoro nel complesso cerchi di giocare con una palette cromatica rinnovata, e anche di stupire, nei momenti migliori. Di certo in pochi avrebbero scommesso su un singolo di lancio come la title track, il migliore da quindici anni a questa parte, con il suo pattern sintetico a trasferire le fantasie electro-disco di Giorgio Moroder in un caleidoscopio funk-tronico trés anni Dieci e una scrittura di pregio, capace di piazzare uno dei più curiosi ed efficaci bridge del decennio.

Anche quando l’approccio si fa più mediato tra le due spinte, il coinvolgimento rimane sempre molto alto: “Hot Property” possiede uno dei groove più assassini della raccolta, flirtando con le intelaiature ritmiche dei Chromeo, mentre l’apertura, affidata a “Shake It On”, si trasforma nel brano che gli ultimi Daft Punk non hanno saputo indovinare. Certo, si poteva forse rinunciare a qualche momento un po’ troppo piacione e auto-indulgente, più dal punto di vista della penna che del sound (l’ostinato melodico di “We Can Do It”, una “Superfresh” che, ironia della sorte, si basa su una scrittura fin troppo spenta e facilona). Si tratta tuttavia di momentanei cali di tensione, prima che il finale sguinzagli dapprima “Vitamin”, sorretta da una suadente apertura in fascia drum’n’bass, successivamente il romantico midtempo “Carla”, sì semplice nella sua tessitura ma non per questo meno efficace nel trasporto (con una linea di basso del genere sarebbe stato d’altronde alquanto difficile).

Con quei piccoli-grandi cambiamenti necessari a non far cadere nel dimenticatoio un progetto maturato così a lungo, ma soprattutto con un livello medio delle canzoni più che dignitoso, “Automaton” è il progetto di cui la ditta Jamiroquai aveva bisogno in questo preciso momento, quello con cui poter dare il via a una nuova fase di un percorso avviato venticinque anni fa. Restiamo sintonizzati, nell’attesa di un nuovo scintillante capitolo.

così invece su Debaser:

A ben sette anni da “Rock Dust Light Star”, i Jamiroquai immettono sul mercato la loro ottava fatica in studio, battezzata “Automaton”.

Interamente scritto e prodotto dal leader Jay Kay assieme al tastierista della band Matt Johnson, il nuovo lavoro è stato preannunciato come una svolta più decisa verso sonorità synthpop e dance. Svolta peraltro parzialmente tentata in alcuni episodi passati (basti pensare alla bellissima “Feels Just Like It Should”).

Pulsazioni elettro-dance che, difatti, fanno bella mostra di sé nella bella titletrack, proposta come lead single: un orgia di suoni, vibrazioni elettroniche e voce distorta che non sfigurerebbe affatto in un disco dei Daft Punk. Bellissima l’apertura melodica del refrain e curiosa l’incursione in territorio rap del bridge. Daft Punk pesantemente citati anche nella travolgente opener “Shake It On”, uno dei migliori brani del disco e decisamente candidata a prossimo singolo; il brano funge da buona presentazione generale del sound dell’opera, che oscilla tra disco anni ’70 e synthpop anche in altri ballabilissimi episodi quali “Superfresh”, “Hot Property” (fantastica) e “Dr Buzz”.

Curioso l’esperimento di “Nights Out In The Jungle” (unico brano dell’album interamente scritto da Jay Kay), che riproprone di nuovo alcune parti rap che confluiscono in un curioso e caotico finale, tra suoni della giungla e versi scimmieschi.

Non mancano episodi tipicamente Jamiroquai vecchio stile, ma sono piazzati quasi tutti in fondo al disco: “We Can Do It” è più vicina alle ultime produzioni della band britannica, mentre “Vitamin” è una sorta di reboot dell’ormai classica “Virtual Insanity”.

Chiude la funky-dance di “Carla”, che come “Summer Girl” si accoda all’atmosfera da discoteca anni ’70-’80 che permea l’intero lavoro.

“Automaton” a conti fatti è un buon lavoro, non la completa rivoluzione del sound tipico dei Jamiro che qualcuno aveva previsto, ma comunque una buona rinfrescata ed una nuova, deliziosa infornata di pezzi che rappresenteranno una valida aggiunta nei prossimi live della band di Jay Kay.

 

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