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DISCO DELLA SETTIMANA: GORILLAZ

gorillaz humanz

I Gorillaz sono tornati. La band virtuale più famosa al mondo, creata da Damon Albarn, frontman dei Blur, e dal fumettista Jamie Hewlett, ritorna con HUMANZ il tanto atteso nuovo album di studio uscito a sei anni di distanza dall’ultimo lavoro discografico. Un party per la fine del mondo tra pregi e limiti di un prodotto fin troppo concettuale.

Prodotto dai Gorillaz, da The Twilight Tone of D /\ P e Remi Kabaka è stato registrato tra Londra, Parigi, New York, Chicago e la Jamaica. HUMANZ arriva 6 anni dopo l’uscita degli album “The Fall” e “Plastic Beach”.

Murdoc Niccals (basso), Noodle (chitarra), Russel Hobbs (batteria) e 2D (voce) sono – come sempre – accompagnati da un gruppo stellare di artisti che appaiono come feature nei brani dell’album: Rag’n’ Bone Man , Jehnny Beth (Savages), Danny Brown, Benjamin Clementine, De La Soul, D.R.A.M., Peven Everett, Anthony Hamilton, Grace Jones, Zebra Katz, Kelela, Mavis Staples, Vince Staples, Popcaan, Pusha T, Jamie Principle e Kali Uchis sono alcuni tra i tanti nomi .

Humanz contiene 14 brani ed è disponibile in versione  CD standard, vinile e digital download. C’è anche un doppio CD deluxe  con 26 brani.

I Gorillaz sono il cantante 2D, il bassista Murdoc Niccals, il chitarrista Noodle ed il batterista Russel Hobbs. Creati da Damon Albarn e Jamie Hewlett, il loro acclamato omonimo album di debutto uscì nel 2001. Gli abum seguenti della band vincitrice di BRIT e Grammy Awards sono Demon Days (2005), Plastic Beach (2010) e The Fall (2011). I  Gorillaz, vero e proprio fenomeno globale, sono stati in testa alle classifiche di tutto il mondo e hanno suonato ovunque, da San Diego alla Siria,  raccogliendo consensi unanimi e vendendo milioni di album e ammassando centinaia di milioni di stream. I Gorillaz hanno raggiunto il successo in un modo completamente innovativo, vincendo numerosi award tra cui il tanto ambito Jim Henson Creativity Honor e sono stati inseriti nel The Guinness Book Of World Records come il gruppo virtuale di maggior successo al mondo.

Per i feticisti HUMANZ è disponibile anche in Super Deluxe Vinyl Box Set composto da 14 vinili singoli da 12” tutti di colore diverso, impacchettati individualmente con copertine diverse. Ogni vinile comprende un brano dell’album, accoppiato ad una versione alternativa esclusiva.
Il box  comprende anche un libro di 54 pagine rilegato in stoffa, laminato a caldo, con copertina rigida con un esclusivo artwork dei Gorillaz firmato da Jamie Hewlett. Inoltre contiene una download card, tutto racchiuso in un box per vinili 12” fatto su misura.

Queste alcune reazioni della critica italica,

da Ondarock:

Stare dietro alla vena artistica di Damon Albarn è un’impresa difficilissima; in oltre 25 anni di carriera, iniziata “ufficialmente” nel 1991 con i Blur e l’album d’esordio “Leisure”, le sue creature hanno influenzato in maniera cruciale almeno due decenni di musica pop. Una di queste, e forse quella più eclettica in assoluto, sono proprio i Gorillaz, la cartoon band più famosa del pianeta, partita quasi per gioco nel 1998, quando Albarn risiedeva in un appartamento di Notting Hill assieme a Jamie Hewlett, fumettista e grafico. Immediatamente Albarn intuì il successo di una collaborazione tra i due, in cui lui realizzava le musiche, gli arrangiamenti e le produzioni, mentre Jamie si occupava della grafica, delle animazioni e della caratterizzazione dei personaggi. Quando nel 2001 uscì l’omonimo album d’esordio, il fenomeno Gorillaz esplose come una supernova.
Ma dopo dieci anni di successo planetario, Albarn decise di mettere una pietra sopra al progetto – dopo l’uscita di “The Fall”, infatti, il duo inglese decise di prendersi una pausa, dal momento che Damon non riusciva a stare dietro a ogni sua smania: dai Rocket Juice and The Moon al ritorno degli stessi Blur con “The Magic Whip” e all’esordio solista di “Everyday Robots”, oltre alla cura dell’etichetta londinese Honest Jon’s Records, la poliedria di Albarn è sempre stata un suo punto di forza e di debolezza, capace di distaccarlo dai suoi colleghi di lavoro.

La storia di “Humanz”, quindi, risulta estremamente travagliata e ha seguito un percorso lunghissimo, spinto soprattutto dai fan più accaniti che hanno sempre incentivato un ritorno della cartoon band come chiusura finale di un lascito che aveva lasciato un po’ l’amaro in bocca. Un ritorno che passa anche dalla gigantesca opera di hype montata per oltre due anni da Hewlett, attraverso pagine di Facebook, account di Instagram, interviste segrete, video in realtà aumentata e chi più ne ha più ne metta.
Diciamo subito che “Humanz” si propone come un album distruggi-classifiche mondiali, il firmamento di nomi che hanno lavorato e contribuito alla sua realizzazione è letteralmente spaventoso: dentro possiamo trovare delle star internazionali del soul come Peven Everett, Anthony Hamilton, Mavin Staples, Benjamin Clementine e persino il leggendario Jamie Principle, pezzi da novanta dell’r’n’b come D.R.A.M (già in collaborazione con SBTRKT), e Kelela, e la solita schiera di artisti rap/hip-hop che da sempre contribuiscono alla riuscita del progetto Gorillaz, dai De La Soul a Popcaan, Vince Staples e Danny Brown, ci sono tutti.
Ma “Humanz” è anche il disco in cui Damon Albarn rimane dietro le quinte più che mai, operando come un direttore d’orchestra e prestando la voce a 2D, suo alter egocartoonesco, in pochissime fasi dell’opera. È quello più elettronico in assoluto della band, indice di un’apertura musicale a 360° e di una maturità artistica dell’autore sconfinata, ma soprattutto è il disco tributo alla black music che da svariati anni sta prendendo il sopravvento nell’immaginario mainstream planetario: dalla scena losangelina guidata da Flying Lotus, Thundercat e Kendrick Lamar, all’ascesa verticale di nuove leve di un certo soul-pop ricercatissimo come Solange, Frank Ocean e Sampha. Sarà una critica per le recenti dichiarazioni di Donald Trump? Molto probabile. In un’invervista a Pusha T, rilasciata nel 2014, il rapper racconta di come Damon convinse la maggior parte degli artisti a collaborare nel progetto stimolandoli all’idea di un concept album raffigurante un futuro distopico che anticipava la fine del mondo attraverso una grandiosa festa pre-Apocalisse.

Per semplicità dividiamo l’album in due grossi filoni: da “Ascension” fino ad “Andromeda”, “Humanz” gira alla perfezione, sono i Gorillaz che piacciono, con una lista di singoli bomba; in questa metà troviamo “Saturnz Barz”, con il featuring di Popcaan che suona ultraterreno con quei synth incredibilmente creepy e la voce spezzata di 2D. “Momentz”, la traccia più elettronica del lotto, mostra un fragoroso incidere techno in sottofondo, alternato alle corde dei sempreverdi De La Soul. La frenesia acustica di “Submission”, guidata da Kelela e Danny Brown, si perpetua con “Charger” e si esaurisce nella deliziosa “Andromeda”, la voce preziosa di D.R.A.M. chiude un cerchio che passa da hip-hop muscolare, tappeti di house, beat coinvolgenti e nostalgiche derive soul.
Da qui in poi “Humanz” soffre una carenza di idee davvero allarmante, non gira più con la fluidità dell’inizio: “Hallelujah Money” con Benjamin Clementine e “Busted And Blue” risultano mestamente piatte, quelle che sarebbero dovute essere le ballate del disco non reggono minimamente il confronto con “El Manana” o “Feel Good Inc.”. “Let Me Out” non ha il mordente di “Ascension”, “Carnival” e “She’s My Collar” suonano davvero troppo anonime e pure come singoli non incitano più di tanto, “Sex Murder Party”, invece, con le voci sensuali di Jamie Principle e Zebra Katz, regala ancora qualche sprazzo di piacere assoluto, prima del tripudio black “We Got The Power”.

Il disco più “umano” dei Gorillaz, seguito da un vero e proprio restyling grafico dei personaggi, che vengono pensati molto più umani nelle fattezze e meno stilizzati rispetto al passato, suona tale per il parco di nomi che vi hanno collaborato. Damon ha deciso di defilarsi dal palcoscenico e lasciar parlare le migliori voci nere del mondo, operando una de-personalizzazione dell’opera quantomeno eccessiva, che fa storcere il naso più volte – chi si aspettava un ritorno in grande stile del cantato di 2D rimarrà cocentemente deluso. Ma nonostante questa presa di posizione, “Humanz” è un disco tutt’altro che mediocre, estremamente eclettico e con almeno mezza dozzina di singoli riuscitissimi, a dimostrazione di come Damon Albarn e Jamie Hewlett abbiano ancora tantissimo da dare alla musica pop contemporanea.

Così su Sentireascoltare:

Paradossale come i Gorillaz stiano cercando risposte logiche alla preoccupante evoluzione dell’umanità, proprio loro che hanno fatto di questo ibrido tra esseri umani e cartoni animati la loro ragione d’essere. Non è dato sapere se quel famoso pomeriggio passato a guardare MTV, Albarn e Hewlett avrebbero mai immaginato di trovarsi, più di vent’anni dopo, nel pieno di questo delicato periodo storico socio-politico segnato da Brexit e Donald Trump, due eventi che non possono che ridisegnare gli assetti politici, e non solo, del pianeta (nel bene o nel male, lo sapremo più avanti). Sta di fatto che questo Humanz sente la necessità di raccontare un mondo in cui è stato possibile mandare alla Casa Bianca un personaggio come l’attuale Presidente Usa. Quella che era una remota possibilità si è quindi trasformata in una realtà da analizzare. L’album, tuttavia, non vuole essere una manifesto politico contro Donald, tant’è che lo stesso Albarn ha precisato di aver cancellato ogni riferimento a lui all’interno del disco. Le istruzioni date da Damon alla lunga lista di collaboratori è stata una, semplice e diretta: immaginate il party della fine del mondo.

Le prospettive per indagare il significato di questo disco sono numerose e troppo spesso si intrecciano tra loro. Partiamo dalla copertina, che rivela Murdoc, 2D, Noodle e Russel mai in vesti così reali e, appunto, “umane” (Noodle e Murdoc non assomigliano un po’ troppo a Björk e Noel Gallagher?). Controbilancia invece una miratissima – a tratti asfissiante – campagna di marketing crossmediale che ha fatto dell’utilizzo dei sistemi tecnologici il mezzo cardine: video per realtà aumentata (e ogni record di visualizzazioni spazzato via), ben due applicazioni per Ios e Android, visual story che raccontano le vicende parallele dei cartoon, spirit house in giro per il pianeta, sponsorizzazioni con tanto di cortometraggi, ma anche divertenti interviste, una con Murdoc che dice di preferire gli Oasis ai Blur, e la recente – prima – videointervista dei Gorillaz, sempre con quel guascone di Murdoc e il povero, maltrattato 2D.

Sarebbe più opportuno (e semplice) affermare che questo nuovo album non cerca risposte e soluzioni ai tempi odierni, soffermandosi invece alla pura descrizione con l’occhio più cinico possibile. Purtroppo per i Gorillaz, non sono i primi, e certamente non saranno neanche gli ultimi. Humanz non alza l’asticella della discussione, né a livello di contenuti né a livello musicale. Non è certo una novità che Damon Albarn sia una volpe come pochi, e tutta questa astuzia – a ben vedere – la trasferisce sapientemente nel più fortunato dei suoi infiniti side-project. Il suo è un modello ancora troppo avanti per la discografia odierna, impossibile da replicare, per cui ogni episodio della cartoon band avrà un seguito e un’attesa difficilmente riscontrabili altrove, ogni disco avrà il suo fascino (anche gli schizzetti elettronici, a tratti imbarazzanti, di The Fall), e quindi, comunque vada, sarà un successo. Ed è un vero peccato, perché la loro perfezione i Gorillaz ancora devono trovarla. Ci erano andati vicini con Plastic Beach, e ora se ne allontanano nuovamente. La palette creativa messa sul piatto dalla band, anche oggi, è la stessa di sempre: iper-produzioni curatissime sponda hip hop a stelle e strisce (Momentz, Let Me Out), la maggior parte delle quali composte con l’Ipad, dub visitato nelle sue svariate forme – che sia evoluto in dance hall spettrale (Saturn Barz) o rivitalizzato jungle (Ascension), episodi non sempre riusciti di pop malinconico (apprezzabile Busted And Blue, ma Empire Ants è di un altro pianeta), e qualche affondo dance (la sterile pop-house di Andromeda) per dare il giusto groove (Strobelite). Questione ancor più importante: mai nei dischi precedenti era stato presentato un dream-team di tali dimensioni (De La Soul, Pusha T, Danny Brown, Vince Staples, Kelela, Grace Jones, Mavis Staples, Jehnny Beth, per citarne alcuni): con questo cast di all-star, che a quanto pare il buon Damon avrebbe messo in piedi per farsi bello con la figlia 17enne Missy, non era certo facile tirare fuori il meglio da ogni act e bilanciare ogni singolo episodio, e purtroppo in più di un’occasione l’ospite di turno è nulla più di un’interessante riempitivo per richiamare l’attenzione. Se da qualcuno ci si aspettava francamente di più (Pusha T, Danny Brown), ci si mette spesso anche Albarn – sempre più defilato – a complicare la faccenda, arrivando ad essere d’intralcio con la trama dei brani (Let Me Out).

Se i testi di Plastic Beach trasudavano una coltre di malinconia, Humanz rivela un certo disagio sentito dai protagonisti, coerente con il messaggio generale del disco di ansia e insicurezza: razzismo («The roof is on fire/ She wet like Barbra Streisand / Police everywhere, It’s like a nigga killed a white man»), violenza della polizia («Tell me that I won’t die at the hands of the police»), liberalizzazione delle armi e dipendenze («I’m just playing, baby, this the land of the free / Where you can get a Glock and a gram for the cheap»), il rapporto dell’uomo con la tecnologia («The wires that connect to us / Weightless and fall on your body»), in sintesi una visione cruda e disarmante della realtà. Manca la super hit del caso e si sente l’assenza delle Clint Eastwood, Feel Good Inc.On Melancholy Hill del caso, tuttavia spunta un brano che potrebbe aprire una via interessante: Hallelujah Money, con il suo beat drogato, felpato e dal piglio psych che accompagna – in maniera quasi disarmonica – lo spoken messianico di un Benjamin Clementine che, quasi fosse sbucato fuori da Essi Vivono, disegna parabole astratte fatte di «tender fruits» e «walls like unicorn». E qui sì che c’entra Donald Trump.

Tante sono le critiche che abbiamo mosso, eppure è difficile non constatare per l’ennesima volta il successo di un disco fresco e rotondo, godibile e assolutamente degno del particolare interesse che si trascina inesorabilmente dietro, ma dai Gorillaz è lecito pretendere di più, soprattutto nel momento in cui Damon si è scrollato di dosso, nel giro di pochi anni, due impegni importanti come l’esordio solista e la reunion dei Blur. La Phase 4 dei Gorillaz è tutt’altro che chiara e la narrativa non si è ancora ben delineata: dopo il ritorno a Londra successivo alla folle avventura di Plastic Beach e la conseguente notifica di sfratto dall’appartamento, non è facile intravedere il futuro di 2D e dell’allegra combriccola. Allo stesso modo, sembra impossibile scorgere le sorti della nostra umanità (destinata probabilmente al simpatico interlude The Non-Conformist Oath) e capire davvero «what the fuck is wrong with us?», ma Damon Albarn sceglie di lasciarci con il messaggio di piena speranza (We Got The Power). Certamente la speranza è sempre l’ultima a morire, si sa, ma prima o poi toccherà anche a lei.

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