DISCO DELLA SETTIMANA: GOLDFRAPP

goldfrapp silver eye

Silver Eye è l’album dei Goldfrapp (Alison Goldfrapp e Will Gregory) che segue a quattro anni di distanza il precedente Tales of Us. Il disco è stato registrato tra Dallas e Londra e mixato da David Wrench (The XX, Fka Twigs, Caribou), con la partecipazione del collaboratore di Brian Eno, Leo Abrahams, per le texture chitarristiche.

«Non ci piace ripeterci, alle volte prendiamo le distanze dalle cose che abbiamo già fatto. Ci piace la spontaneità che ci è data dal non sapere. È soltanto nel mezzo del processo che cominciamo a capire con cosa abbiamo a che fare» ha dichiarato la Goldfrapp nella nota stampa.

Ad anticipare l’album, il singol Anymore da cui è stato tratto anche un videoclip diretto dalla stessa Alison Goldfrapp presentato sul sito ufficiale della band.

Queste le parole di Ondarock sull’album:

Sono passati quasi quindici anni dal primo, brusco cambio di rotta del duo londinese e non ci si dovrebbe più stupire, quindi, dell’ormai conclamata schizofrenia stilistica dei Goldfrapp. Che il nuovo album potesse segnare un ritorno alle sonorità abrasive ed electro-clash proprie di quel controverso “Black Cherry” (che divise i loro primi ammiratori) lo si era in fondo intuito sin dall’ascolto del non troppo appariscente singolo “Anymore”. Eppure affascina e suscita persino ammirazione il modo in cui i due impediscono al loro pubblico di crogiolarsi con una proposta sempre sicura e confortevole, pungolandolo a ogni nuova pubblicazione, incuranti del riscontro e delle immancabili delusioni.

Perdete ogni speranza, o voi che cercate ariosi panorami montani, bucoliche poesie acustiche o suggestioni morriconiane. Provate al massimo a trovare rifugio nell’algida malia della notevole “Moon In Your Mouth” e nella spettrale “Faux Suede Drifter” o a farvi rapire dal tenue tribalismo di “Tigerman” e “Beast That Never Was”. Perché il cuore di “Silver Eye” è claustrofobico e debordante di stratificazioni industrial, complice anche il contributo di The Haxan Cloack (alla seconda collaborazione prestigiosa dopo quella con Bjork) in brani come la tetra “Zodiac Black” e la passivo-aggressiva “Ocean”, tra i loro pezzi migliori.
Anche stavolta Alison Goldfrapp riduce al minimo i cristallini vocalizzi per indugiare su un registro sussurrato (e filtrato) alle prese con melodie talvolta fin troppo impalpabili, spesso affogate dalla roboante produzione in maniera non dissimile dagli ultimi Depeche Mode. Per la prima volta nella loro carriera sembra quasi che Will Gregory abbia voluto porre freno all’ingombrante collega e non puntare sulla di lei vocalità ed esuberanza quali elementi principali della nuova proposta.

Soltanto in una manciata di episodi i due cercano di alleggerire i toni e di ritrovare quella vena pop che accompagnava i loro lavori più elettronici. Ci riescono vagamente, senza però intaccare la cupezza di fondo o scadere nel kitsch di “Head First”, con una non irrinunciabile “Become The One” e, soprattutto, con la spedita “Everything Is Never Enough”. Soltanto “Systemagic” però, con le sue fascinazioni anni 80 à-la “Pop Muzik”, sembra possedere il giusto appeal per solleticare davvero la fantasia di pubblicitari e stilisti.
In passato Goldfrapp e Gregory sono stati spesso accusati di covare mire commerciali ogniqualvolta si addentravano in territori più electro, ma l’austerità con cui hanno permeato questo “Silver Eye” (in maniera non troppo distante da “Tales Of Us”, che ne diventa quasi l’acustica controparte) è una secca smentita. Stavolta hanno solo avuto voglia di aggiungere nuovi, oscuri colori al loro sempre mutevole affresco.

Così su Sentireascoltare:

Prima o poi, quando canti pop elettronico, il confronto con Madonna viene naturale. Molte eroine del genere sono riuscite a svicolarsi dalla sfida con la regina prendendo altri sentieri: il post-glam per Lady Gaga, la ricerca per Björk, lo struscio per Lana Del Rey. Alison Goldfrapp ha tentato per molto tempo di proporre un misto fra dance pop e sonorità più chic, ad esempio con il disco del 2013 Tales Of Us, ma quando si avvicinava troppo alla Ciccone perdeva per troppo protagonismo, e nelle ultime prove non ci era piaciuta proprio per questo motivo.

Una delle possibili tattiche vincenti è quella di cambiare vestito rispetto alle mode passate e quindi, in termini musicali, puntare su sonorità e produzioni più “contemporanee”. In particolare in questo nuovo disco il gruppo inglese dà carta bianca a John Congleton – ex frontman dei The Paper Chase e collaboratore di decine e decine di musicisti e gruppi (fra gli altri Laurie Anderson, Antony and the Johnsons, Franz Ferdinand) – e al londinese Haxan Cloak (produttore anche dell’ultimo Björk), facendo mixare il tutto a David Wrench (The XX, Fka Twigs, Caribou), e aggiungendo pure le chitarre del collaboratore di Brian Eno, Leo Abrahams.

Il risultato non è male, anzi, sembra quasi che Allison abbia trovato una rinnovata voglia di cantare (in certi punti assomiglia nientemeno che ad Annie Lennox) e di imitare meno chi viaggia su binari paralleli. Il suono dei Goldfrapp acquista nuova vita nell’electropop squadrata dell’opener Anymore, si sporca un po’ con dei filtri 2000 e delle casse à la Simian Mobile Disco in Systemagic, viaggia su pomposità al caramello in Become The One, sogna paesaggi lunari in Zodiac Black e sforna pure una egregia bombetta con i bassi dritti ma caldi di The Ocean, un brano che ricorda la malinconia dei Röyksopp.

Un’inaspettata rentrée che, rispetto ai lavori precedenti, si fa ascoltare di buon grado e senza troppo impegno. Bentornato electro-pop.

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