DISCO DELLA SETTIMANA: FATHER JOHN MISTY

father john misty

Josh Tillman aka Father John Misty, dopo essere stato il batterista dei Fleet Foxes, ha da tempo intrapreso una brillante carriera da solista. Come il precedente questo secondo lavoro è stato prodotto assieme a Jonathan Wilson.

Successore di “I love you, honeybear” il nuovo lavoro del cantautore americano si intitola “Pure comedy” è stato pubblicato il trascorso 7 aprile. Il disco contiene 13 nuove canzoni scritte da Joshua Michael Tillman (vero nome del musicista che di recente ha collaborato nell’ultimo album di Lady Gaga), nel corso del 2015 e registrate a Los Angeles a marzo del 2016. Visionario, ironico, riflessivo e apocalittico nel concept, per quanto riguarda l’aspetto musicale impossibile non sentire l’eco sonoro del miglior Elton John.

Ciò che è stato sarà
e ciò che si è fatto si rifarà;
non c’è niente di nuovo sotto il sole.
C’è forse qualcosa di cui si possa dire:
«Guarda, questa è una novità»?
Proprio questa è già stata nei secoli
che ci hanno preceduto.
Non resta più ricordo degli antichi,
ma neppure di coloro che saranno
si conserverà memoria
presso coloro che verranno in seguito.

Con queste parole dal Libro dell’Ecclesiaste Josh Tillman introduce il lavoro.
“È la storia di una specie nata con un cervello formato a metà – ha spiegato –. La sua sola speranza di sopravvivenza, trovandosi su una crudele e imprevedibile roccia, circondata da altre specie che sembrano molto più adattate all’intera situazione (e che la trovano squisita), è la dipendenza dagli altri, un pò più vecchi, cervelli formati a metà. Questa dipendenza si esprime con nomi differenti nel corso della storia, come ‘amore’, ‘famiglia’, ‘cultura’ etc.” Il racconto prosegue tracciando un legame tra i testi dell’Lp e lo sviluppo del genere umano”.  

Così se ne parla su Sentireascoltare:

È stato detto molte volte dell’auto-referenzialità (alcuni leggeranno “antipatia”) di Josh Tillman, in arte Father John Misty. L’ex Fleet Foxes / J. Tillman, infatti, è riuscito a ritagliarsi un ruolo di rilievo fra gli haters, ma anche, proporzionalmente, un posto al sole nella scena cantautorale internazionale. Misty, nell’era di Donald Trump, ne ha per tutti. Da bravo censore atipico, osserva il mondo e quasi mai ne rimane compiaciuto. Se questa attitudine era solo un gioco da destinare alle apparizioni pubbliche (celebre il concerto con solo due brani in setlist, appena dopo un discorso di Trump a una convention repubblicana), alle interviste o a qualche brano (Bored In The USA su tutti), Pure Comedy, terzo album solista, sdogana completamente l’occhio di falco sui mali e le derive della società contemporanea.

Il titolo, innanzitutto. Pure Comedy sarebbe potuto essere tranquillamente Divine Comedy, perché proprio l’opera del sommo poeta italiano rappresenta forse il riferimento principale. Alla stregua di Dante, Tillman fa un viaggio fra i cieli e la terra ed è mosso da un senso di spaesamento che parte, prima di tutto, da se stesso (la selva oscura…). Misty non si sente rappresentato da questa realtà e non si capacita di come nessuno alzi un dito al riguardo, ma, anzi, pare che tutti si adattino perfettamente alla società dell’entertainment e delle snapchat stories. Malgrado questo, la comedy del titolo, così come era per Fun Fear, è decisamente ossimorica: la vita non è una simpatica commedia degli errori, ma una tragedia talmente drammatica che ci si può solo ridere su.

Date le premesse, è anche bene precisare che, malgrado l’alto dosaggio contenutistico e l’ambizione spropositata, musicalmente Pure Comedy è un viaggio leggerissimo e soave, sebbene mai banale. La struttura complessa delle lyrics prende il sopravvento sulle architetture degli arrangiamenti: rispetto a I Love You, Honeybear, per esempio è molto più scarno, diretto. Un po’ di piano, la chitarra acustica e un’ombreggiatura effettistica che lo fa galleggiare fra il folk alla Dylan / Young, il jazz alla Mitchell / Holiday e, soprattutto, lo swing / musical dell’age d’or di Broadway. Ascoltare l’opening track per credere. Pure Comedy è a tutti gli effetti il compendio perfetto dell’opera. Una consegna semplice: descrivi quello che vedi intorno a te; uno svolgimento da studente provetto: l’umanità aveva in mano una possibile utopia e, di tutta risposta, ne ha sprecato ogni possibilità con piramidi gerarchiche, credenze superstiziose, guerre, violenza, ecc. Difficile non concordare.

Su questa falsariga nel gospel When The God Of Love Returns There’ll Be Hell To Pay For (titolo self-explanatory), Tillman fa il Virgilio della situazione e porta Dio in un tour del Creato. Commento finale: «Try something less ambicious next time you get bored». Non solo massimi sistemi, però, stando a Total Entertainment Forever che, nell’unica nota ritmata dell’album, cita, centellinando ironia pungente, la possibilità di portare a letto Taylor Swift con la realtà virtuale, ma anche un mondo perfetto senza dei, droghe, miti o amore. Ma Pure Comedy può essere ancora più particolareggiato di così. In The Memos, in pieno stile John Grant, l’entertainment è il grande nemico di questa società e le nostre scelte di gradimento sono tutte pilotate in qualche ambiziosa e malvagia sala riunioni. O ancora: la futilità del bipolarismo politico americano in Two Different Perspectives e il nostro abbandonarci alle soluzioni facili e convenienti per uscire da situazioni difficili in Things It Would Have Been Helpful to Know Before the Revolution.

Menzione diversificata va fatta per Leaving LA, che rappresenta il vero e proprio cuore dell’opera. In uno stile che fa collidere Red House Painters e Mazzy Star, ma che soprattutto richiama Romance In Durango di Dylan, questa ballad di 13 minuti copre l’argomento più delicato di Pure Comedy, ovvero in che misura l’artista stesso sia coinvolto nel decadimento di questa società. Ne viene fuori un Tillman severo con se stesso così come lo è con la società intorno a lui, un Tillman che dice di averci messo anni a imparare a fare il Sol, e che, in fin dei conti, ciò che l’ha mandato avanti è stato fare il lavapiatti e suonare la batteria nelle band. È il genere d’autocritica capace di dare quel tocco di onestà in più di cui l’album aveva bisogno per diventare essential. Misty definisce il brano così: «Some 10 verse chorus-less diatribe/Plays as they all jump ship, I used to like this guy/This new shit really kinda makes me want to die», raggiungendo un livello di apertura artistica forse non notato prima nella sua carriera.

Basterebbe questo stretching di onestà per dare un’immagine rotonda del nuovo album di Father John Misty. Ma il musicista di Washington D.C. ha fatto di più: ha creato un album di dubbi. O meglio una lettera d’amore al mondo… piena di dubbi. Nel suo sentenziare perenne, negli stati allucinatori e depressivi, Tillman è alla ricerca di una risposta primordiale, come tutti noi. Che Dio abbia creato l’uomo o di esso ne sia una creazione, come sia riuscito a rovinare tutto, come riesca ad adattarsi alla decadenza, e soprattutto, come si possa, in tutto questo, trovare la luce nel buio, il calore nel gelo.

https://youtu.be/jiGLxt7d9E4

così su Ondarock, cui l’album non è piaciuto granché:

È arduo trovare un po’ di poesia nei testi di una canzone. All’incirca la stessa probabilità che ha un miope di scorgere un quadrifoglio in mezzo a un prato. Un lavoro che punti sui testi quindi – come l’ultimo di Father John Misty – dovrebbe armarsi di versi importanti per poter sopravvivere alla diabolica morte di ogni forma d’arte: la noia, sua tomba e putrefazione.
Quest’album, complessivamente, non lo fa. Per scelta o per necessità – non è dato saperlo – Tillman si tiene alla larga da intuizioni melodiche degne di nota, che invece caratterizzavano svariati episodi del precedente “I Love You, Honeybear”. “Pure Comedy” è una nenia che dura più di un’ora e che in calce riporta la firma di un artista che si contraddistingue per tre motivi: 1) possedere una voce riconoscibile; 2) avere una certa dose d’indiscutibile talento; 3) credere che questo talento sia molto più di quello che realmente è.

Bello e un po’ bohémien, Father John Misty è il tipo che come te al liceo ascoltava gli Alice in Chains, solo che lui, da dannato vero, li capiva e tu no; è uno che canta frasi ad effetto come “scoparsi Taylor Swift ogni notte, con la realtà virtuale”, salvo poi rilasciare dovute puntualizzazioni; è uno di quelli che alla domanda “hai una tua spiritualità?” risponde: “Creo significati da me stesso…”; insomma, uno che potrebbe dire “faccio cose, vedo gente” in un film di Nanni Moretti.
In un qualche universo parallelo, Elton John è nato vicino a Chesapeake Bay, prende per il culo la religione di tutti e scrive sulla commedia dell’uomo moderno, quello che non si ferma nemmeno di fronte a un bambino che si sta per strozzare con l’anguria, episodio accaduto in un negozio e palesemente autobiografico. “La musica dei Fleetwood Mac continuava ad andare come se nulla fosse. Quella fu la prima volta in cui capii che la commedia non si sarebbe fermata dinnanzi a nulla”, canta Tillman in “Leaving LA”.

Pur con le stesse rare divagazioni elettroniche, “Pure Comedy” è meno sfarzoso del predecessore e molto più lungo, con due suite da più di dieci minuti l’una. Se l’idea di un ibrido fra Don McLean e Mark Kozelek dovesse generarvi fremiti di piacere, questo può essere l’album che fa al caso vostro, altrimenti ascoltarlo da capo a fondo potrebbe rivelarsi lo sforzo più grande della vostra vita, secondo soltanto a quello di farvelo piacere, per non dover contraddire l’ossequiosa e celebrativa critica di settore.
Il meglio arriva quando una batteria jazzy si spappola tra glitch elettronici e quando Tillman è più onirico e meno ironico, più introspettivo e meno politico, perché quando elugubra sulla miserabile condizione umana, produce retorica dozzinale e si veste di una spocchiosità che – oltre al danno, la beffa – compensa con una ridondante autoironia.

“Two Wildly Different Perspectives” e “So I’m Growing Old On Magic Mountain”, nella coda di un interminabile sermone, sono il Father John Misty che vorremmo ascoltare, ma è troppo poco. Sono il pacchetto profumato di figurine che tuo padre ti dava dopo aver fatto i compiti, solo che le scuole sono finite da un pezzo.

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