giovedì , 29 giugno , 2017 4:07
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DISCO DELLA SETTIMANA: BRUNORI SAS

brunori sas

A 3 anni di distanza da “Vol.3 – Il cammino di Santiago in taxi”, che lo ha fatto notare come uno dei migliori narratori della sua generazione, Brunori Sas torna con il quarto album di inediti dal titolo: “A casa tutto bene”. Alle 12:00 di lunedì 23 Dario Brunori sarà negli studi di Controradio, anche in diretta Facebook, con Giustina Terenzi e Mario Bufano.

brunoriIl disco ( pubblicato dalla sua Picicca Dischi, registrato nella casa padronale di una vecchia masseria del 1100 e prodotto artisticamente da Taketo Gohara e ) è musicalmente più complesso e stratificato, e si muove metaforicamente sulla tratta aerea Lamezia-Milano, quella che Brunori ha percorso spesso durante la stesura dei brani. Il mood risente così dell’influsso più ancestrale e sanguigno dei ritmi della Calabria, così come dei suoni più freddi e sintetici della metropoli. Largo quindi alla mandole del ‘700 mischiate ai sintetizzatori, e alle tessiture orchestrali che si fondono con i loop e le drum machine.  Il risultato è un quadro sonoro di grande coralità, in costante equilibrio tra due mondi apparentemente vicini ma molto lontani.
“Scrivere eleganti ballate sentimentali o ironici ritratti popolari, in questo momento storico, mi sembrava troppo comodo e forse poco onesto.”

Il racconto, rispetto al passato, attenua il piglio ironico e i filtri poetici e si fa più sobrio e diretto. Le narrazioni sono spesso in forma di dialogo o composte da espressioni prese in prestito dalla rabbia dei social, dai locali dei Navigli o dai pub della provincia, dai tassisti romani, dalle vecchiette in sala d’attesa o dalle discussioni alle cene coi parenti. I temi ricorrenti sono quelli dello spaesamento della generazione di mezzo, cresciuta con i grandi valori dei nonni e destinata a cercare una sua dimensione in assenza di riferimenti.  Canzoni che hanno a che fare con la necessità di affrontare le paure quotidiane e con la naturale e pericolosa tendenza dell’uomo contemporaneo a cercare riparo nella comfort zone casalinga, che spesso gli fa ignorare quello che accade fuori.  Un disco con poche risposte e tante domande.

 

E lo stesso Dario Brunori a raccontarci tutto di sè e del disco:

Come tutte le formule di cortesia, “a casa tutto bene” possiede un’ironica amarezza. Si tratta
di una mezza verità, che un po’ ci tranquilizza e un po’ ci inquieta. Come il tappeto sul
pavimento sporco, o il quadretto sulla macchia di umidità, come la torta di compleanno
quando da tempo non sei più un bambino.E poi: ok, a casa tutto bene, ma intanto fuori che succede?

Vivo stabilmente a San Fili, che è un piccolo paesino in provincia di Cosenza. Lontano dalle
città, lontano dal giro degli artisti, lontano “dall’ambiente”. Il mio manager ha provato a
rivendersi la cosa come scelta radical chic sulla riscoperta dei valori della provincia
contadina. Fesserie. È vero, sì, che sto in collina, che dalla mia finestra posso ammirare un
panorama strepitoso, che non ho problemi di parcheggio e ansie metropolitane, ma di certo
non faccio l’orto, non gioco a carte con i vecchietti del paese, non produco vino e non faccio
lunghe passeggiate fra gli alberi di castagno. Semplicemente sto a casa e ci sto bene.
Tolti i soggiorni a Milano e i giretti che faccio per mestiere, meno una vita normale e anche
un po’ noiosa. Monto le mensole a casa di mia madre, cullo i miei nipoti, controllo i social,
mi drogo di Netflix, passo nottate a giocare a Risiko. Cose così.
C’è di buono, in questa quiete domestica, che ho tanto tempo per riflettere e cercare le
risposte. C’è di male che spesso guardo il mondo da dietro una finestra. Una vita poco
vissuta, più che altro una vita pensata.
La casa di cui parlo, ovviamente, non è solo quella in cui vivo. La casa di cui parlo è la mia
comfort zone, il mondo che conosco e in cui mi riconosco. La casa di cui parlo è tutto ciò che
mi fa star bene perché non mi mette in discussione. La casa di cui parlo è quella che mi
tiene al riparo da quel che accade fuori.

“A casa tutto bene” nasce così dall’attrito fra la necessità di uscire di casa e la naturale
tendenza al rifugio domestico.
Nell’affrontare la stesura del disco ho avvertito la necessità di abbandonare l’isoletta felice
delle mie vicende private, raccontate nel mio solito stile (la mia casa appunto) e di
occuparmi di qualcosa che riguardasse maggiormente il mondo fuori.
Volevo fare un disco maturo, un disco forte, che si occupasse del presente, delle brutture,
vere o immaginarie, che ci vengono propinate ogni giorno. Volevo farlo con un piglio serio e
sobrio, ma senza risultare reazionario o moralista. Volevo sforzarmi di comprenderla, questa
realtà spaventosa, senza cadere nella tentazione di alzare nuovi muri, di delimitare ancor di
più il confine fra me e ciò che vedo come altro da me.
Ho pensato molto all’azione, al fatto che dobbiamo prenderci le nostre responsabilità. Ho
quasi quarant’anni, sono cresciuto con i valori dei miei nonni e mi ritrovo a gestire gli
hashtag su instagram.
A dirla tutta ero anche un po’ stanco di adagiarmi sulla ballata elegante e romantica, sulla
storia d’amore privata e soprattutto di buttarla sempre a ridere, di adagiarmi sul tono
brillante, sull’invettiva all’acqua di rose. Volevo che queste fossero canzoni di cuore e non di
testa, se mi passate la metafora scontata.
Anche per questo motivo nella scrittura ho giocato poco con le parole, cercando di adottare
un linguaggio più diretto e spiccio, talvolta volutamente colorito, cercando di tradurre in
canzone le sollecitazioni che mi arrivavano dal mondo esterno, rubacchiando e imitando i
discorsi fra signore nella sala d’attesa di un medico, i comizi fascisti di un tassista romano, la
rabbia sprezzante di un ragazzino ubriaco in un club di provincia, i commenti populisti,
razzisti e omofobi che ogni giorno appaiono sui social, ma che spesso trapelano anche dalle
discussioni con familiari e vecchi amici. Ho voluto e dovuto necessariamente calarmi nei
panni di un’umanità che istintivamente tendo a etichettare come “altro da me”.
Il risultato interessante, in questa sorta di inchiesta in forma canzone, è che mi sono invece
trovato spesso a sorprendermi di come quel linguaggio mi fosse familiare, di come quei
pensieri venissero fuori in modo così spontaneo, rapido, veloce.
Di come, insomma, fosse più importante parlare “del mostro in me, più che del mostro in sé”.
Ci sono riuscito? A dire il vero non so. Però sono felice del risultato finale.
È un disco con poche risposte e tante domande, e in questo mi riconosco.
Sono canzoni per lo più scritte sotto forma di dialogo, in un’eterna altalena tra ciò che credo
di essere e ciò che sono. Tra ciò che sono e ciò che vorrei essere. Un disco in bilico, senza
la pretesa di dare messaggi collettivi.
Tra la provincia ferma agli anni ‘80 e la metropoli che ancora incanta. Tra il mondo di pietra
dei miei nonni e quello di vento dei figli che un giorno avrò. Fra la Calabria e Milano. Fra Don
Abbondio e Don Chisciotte.
Sono canzoni nate in casa ma destinate ad aprire finalmente la porta, a scardinare le
finestre, a farsi largo fra le tegole del tetto. Sono canzoni sincere, a tratti disilluse, ma non
ciniche, o almeno lo spero.
Canzoni domestiche di un uomo adulto che desidera affrontare il mondo fuori, anche se tutto
questo lo spaventa ancora come un bambino.

LA PRODUZIONE
Per quanto riguarda l’aspetto musicale, ho lavorato agli arrangiamenti con la mia solita band,
ma stavolta con un approccio diverso. Mi sono preso il tempo giusto e ho lavorato con
ciascun musicista singolarmente, in modo da rompere lo schema della band in sala prove
ed entrare da subito in un’ottica da studio album. Il risultato, anche in questo caso, mostra
un volto duplice: molto più che in passato ci sono suoni contemporanei, elettronici, e un
utilizzo del computer come strumento creativo e non solo come banco di registrazione,
affiancati però a sonorità ancestrali, all’uso di strumenti antichissimi come le mandole, i
mandolini, le chitarre degli anni’ 30, i fiati e le percussioni della nostra tradizione. Ci sono i
pezzi strutturati come stratificazioni di loop e le suonate live da sala prove. E questa
coesistenza di mondi agli antipodi, ha creato un quadro sonoro in cui i tratti ben delineati
delle ritmiche e della voce, si mescolano ai colori indefiniti dei fiati, degli archi e dei
sintetizzatori. Taketo Gohara, che ha coprodotto artisticamente il disco insieme a me, ha
avuto la grande capacità di creare un suono che definirei tridimensionale, profondo, arioso,
poco schiacciato e compresso. Una produzione che definirei a fecondità ripetuta, a lento
rilascio, in cui ad ogni ascolto si scopre un colore nuovo, un suono nascosto, una sfumatura
differente. Da sempre ho desiderato che nei miei dischi la componente musicale avesse un
ruolo di primo piano, alla stregua delle parole e mi sento di dire, senza timore, che questa
volta ci siamo riusciti davvero.

 

Ed è lo stesso Dario Brunori a guidarci,  track by track, attraverso “A casa tutto bene” :

Questa è solo una piccola guida all’ascolto del disco. Poche righe, affinché la mia visione non risulti troppo ingombrante. Sono della scuola per cui le canzoni, come le barzellette, se le devi spiegare allora vuol dire che non funzionano. A ciò si aggiunga che spesso ho il timore fondato che la mia spiegazione possa paradossalmente banalizzarle e renderle meno interessanti. Ad ogni modo, sono convinto che queste stringate note possano aiutare l’ascoltatore nel cammino, fornirgli una piccola mappa di ciò che mi ha ispirato, senza svelargli troppo, con la speranza che possa impossessarsi di queste canzoni e arricchirle con la propria personale visione. Grazie e buon ascolto. Dario

La verità
L’ultimo brano scritto per il disco èdiventatoil primodel lottoenonèuncaso. Si trattadi un brano emblematico per un disco che si pone l’ambizione di affrontare sia le mie paure personali che quelle collettive. Qui il tema centrale è quello della paura per antonomasia: la paura della fine, della morte, la caducità della condizione umana. Non è un brano di disillusione, ma di presa di coscienza, di risveglio. Uninvito, senzatanti fronzoli, aguardarsi allo specchio, a mettere in discussione le proprie piccole e grandi certezze, adabbandonare il porto sicuro, a uscire di casa. Una canzone che ho scritto per chi, come me, spesso non riesce ad accettare che niente è per sempre e che bisogna far cadere il velo delle proprie illusioni se non si vuole vivere una vita “comoda, ma come dire poca soddisfazione”.

Uomo nero
Forse il mio pezzo più politico in assoluto. Ho avuto difficoltà ad affrontarlo perché era facile cadere nella retorica del cantautorato militante, in un’invettiva scontata verso il dilagare di nuove forme di intolleranza, contro le piccole e grandi derive xenofobe degli ultimi anni. Ma non mi interessava parlare del fenomeno in sé, quanto del fenomeno in me, come diceva qualcuno. Il fuoco del pezzo sta tutto nell’ultimo verso: “​Io che sorseggio l’ennesimo amaro / seduto a un tavolo sui Navigli / pensando in fondo va tutto bene / mi basta solo non fare figli…e invece no.” Come in altri pezzi dell’album, traccio la condizione di un uomo che si chiedecosa è giusto fare di fronte ad un’apparente involuzione dell’essere umano, al ritorno di fiamma di visioni ideologiche e morali che ci piacerebbe pensare morte e sepolte. C’è una buona dose di amarezza, ma anche la denuncia di quell’approccio ignavo che troppo spesso tende a non occuparsi concretamente di ciò che accade fuori dal proprio cortile, a ignorare certi fenomeni, a ridicolizzarli o a non dargli eccessivo peso. Si tratta di un terreno scivoloso, ne sono consapevole, ma spero di esser rimasto in piedi.

Canzone contro la paura
Una canzone sulle canzoni, su ciò che significano per me, ma anche una canzone per stuzzicare la coscienza di chi, come me, le canzoni le scrive. ”Che importanza ha oggi una canzone? Può una canzone cambiaredavveroil mondo?” Me lo hanno chiesto mille volte in questi ultimi anni. La mia risposta sta tutta qui: tre strofe, tre ritornelli e una manciata di “tuttù- tururù”.

Lamezia Milano
Questo disco l’ho scritto fra la Calabria e Milano e penso che la cosa abbia influenzato non poco il tono, le tematiche e l’approccio alla stesura dei brani. In questa canzone in particolare, volevo usare metaforicamente la tratta aerea Lamezia – Milano per tracciare lo spaesamento di chi, come me, è cresciuto in un piccolo paese di provincia (provincia che conserva ancora oggi aspetti del mondo che fu) e che al contempo vive l’esperienza e il fascino della metropoli, nella quale già si scorge nettamente il mondo che sarà. Ma è anche un brano sulla tendenza contemporanea a ficcare la testa sotto la sabbia, a evitare ciò che ci spaventa, a rifuggire dalle situazioni dolorose, a celare la paura di una guerra santa sotto il tappeto di una settimana bianca.

Colpo di pistola
Una classica murder ballad. Ispirata a vicende tristemente note di cronaca, cerca di raccontare una storia inquietante dal punto di vista distorto del “mostro”. Non sono un esperto di sociologia e non posso esprimermi in modo analitico su un fenomeno così complesso. Non so neanche dire se si tratta di fenomeni da sempre esistiti e spesso taciuti, o se si tratti di una peculiarità della nostra epoca. Mi interessava però che non fosse una canzone moralista, non volevo cadere nel manicheismo che spesso accompagna testi di questotipo. Mi sono rifatto alla modalità anglosassone di descrivere situazioni cruente senza troppo sentimentalismo, in modo realistico. Volevo che fosse un pezzo alla “Fargo”, in cui sotto la superficie di un’apparente tranquillità si muovono storie ambigue e inquietanti.

La vita liquida
Titolo e concetto di base si rifanno all’opera del sociologo polacco Zygmunt Bauman. Si tratta del pezzo in cui ho provato a sperimentare nuovi percorsi rispetto alla mia solita scrittura, sia dal punto di vista musicale che sul fronte testuale. Come in Lamezia Milano, traccio la mia condizione di uomo diviso framondi diversi, figliodi unmondodi pietra, padre di un mondo d’aria e che si trova costretto a diventare liquido per adattarsi a contesti in continua mutazione. Il ritornello è una diapositiva di Roghudi, un paese fantasma nel cuore dell’Aspromonte, un luogo a cui devo molto nel concepimento di questo disco.

Diego e io
Scritta a quattro mani con Antonio Di Martino, che ultimamente ha rielaborato e cantato in italiano i testi della storica cantante messicana Chavela Vargas (che fu tra l’altro amante di Frida Kahlo), la canzone è una sorta di missiva amorosa di Frida all’indirizzo del pittore Diego Rivera, suo compagno di vita e personaggio di spicco dell’intellighenzia di sinistra messicana. Una ballata romantica, piano e archi, che è come un intervallo fiabesco fra il primo e il secondo tempo del disco.

Sabato bestiale
Davanti ad uno specchio, nel cesso di un locale, con tasso alcolemico usuraio, un uomo può parlare con se stesso e far emergere la bestia senza inibizioni, quasi con arroganza, a brutto muso. La voce dell’animale che ci portiamo dentro, che spesso reprimiamo, che giudichiamo male quando lo vediamo negli altri, ma che ogni tanto urla così forte da non poter non essere ascoltato. La rabbia di una generazione disillusa, il cinismo dell’abbandono alla parte istintiva, al materialismo, la delusione di chi ci ha creduto davvero e che ora davvero non ci crede più.

Don Abbondio
“Don Abbondio sono io affacciato alla finestra, a guardare le macerie a contare quel che resta”. Per me la canzone sta tutta in questa frase. Volevo scrivere delle brutture del mondo che bito, ma non volevo farlo dal piedistallo, non volevo farlo col dito puntato, non avrebbe avuto senso. Si tratta di argomenti di attualità che conoscono tutti, e non avrebbe avuto importanza parlarne se non per dire: “ci siamo tutti, riconosciamolo”. Volevo delineare la condizione di una maggioranza silente a cui appartengo, che pur sapendo da che parte stare, rimane immobile, non solo per paura e codardia, ma perché forse non ha più parole, idee, energia e forse, in fondo, non crede più nella possibilità del cambiamento.

Il costume da torero
Forse il pezzo in cui mi sento più rappresentato. Questo eterno altalenare tra la disillusione sempre dietro l’angolo e la necessità di credere nella possibiltà di un cambiamento. Una risposta al pezzo che la precede in scaletta e un suggerimento alla canzone che segue. “Non sarò mai abbastanza cinico da smettere di credere che il mondo possa essere migliore di com’è!”.
​Una lotta in filastrocca fral’uomo adulto e il fanciullino. Per questo volevo ci fosse un coro di bambini, per questo volevo che cantassero tutti insieme: ​“La realtà è una merda, ma non finisce qua”.

Secondo me
In chiusura del disco volevo che emergesse la mia parte moderata, che ci fosse, fra le tante, anche quella voce che da sempre mi aiuta ad accettare le storture del mondo. La saggezza e la compassione, lo sguardo di chi conosce le dinamiche umane e riesce a scorgere nell’uomo sia ciò che lo rende misero, che ciò che lo rende divino. Il punto di vista di chi riesce a scorgere il lato ironico e non solo quello tragico della vita. Ma anche le conseguenze nefaste di un atteggiamento troppo accomodante e acritico: la rassegnazione al mercato, la contraddizione fra le parole e i fatti, il mito della vita eterna e la rimozione del dolore, il ruolo del cantautore oggi, le scelte obbligate come il matrimonio, il lavoro, la sistemazione. E, in fondo a tutto, la necessità di mettere costantemente in discussione la propria visione del mondo, in un tempo in cui ognuno si sente indiritto di esprimersi su tutto e su tutti.

La vita pensata
L’ennesimo dialogo in canzone dell’album, un ultimo botta e risposta fra le due voci che si sono incontrate, scontrate e rincorse in quasi tutto il disco. Stavolta il tono è sereno, affettuoso, familiare. C’è il desiderio di uscire di casa e la necessità di farvi ritorno. C’è la ricerca di significato e la consapevolezza a che non c’è risposta che si possa dare solo con la testa.

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