Bambini in rosa: dialogo famiglie-esperti per superare stigma

convegno bambini in rosa

“Lo stigma attribuito dal mondo esterno, crescere in un ambiente transfobico,  sentirsi parte di una minoranza discriminata che non rientra negli stereotipi di genere: tutto ciò rappresenta la principale fonte dei problemi psicologici che deve affrontare un individuo, compreso il minore dall’identità sessuale fluida”. 

Lo ha spiegato la dottoressa Jisk Ristori, psicologa del consultorio aperto recentemente presso il Dipartimento di Medicina della Sessualità e Andrologia dell’ospedale universitario Careggi, nel corso del convegno Bambini in rosa  organizzato da Sì-Toscana a Sinistra in Consiglio regionale a Firenze.

L’evento ha visto un’alta partecipazione di pubblico, tanto che la sala inizialmente concessa, quella dei Gigli a Palazzo del Pegaso, non è stata sufficiente e si sono dovute aprire le porte della Sala del Gonfalone.

Lo scopo dell’incontro è stato quello di mettere in dialogo le famiglie che affrontano questo tipo di situazioni con gli esperti. In particolare proprio le dottoresse Jiska Ristori e Alessandra Fisher hanno illustrato le principali funzioni del consultorio.

Nella prima parte della mattinata, sono state raccontate testimonianze, in prima persona, di padri o madri che hanno attualmente minori che non si riconoscono, o iniziano a riconoscersi nella propria appartenenza di genere. Sono state lette anche lettere inviate da adulti transessuali che hanno riassunto la propria, toccante esperienza. Come quella di una transessuale mai accettata in famiglia: “Io ho dovuto combattere ogni santo giorno contro le occhiatacce, le accuse. Quelle che fanno più male sono quelle di chi ti ha messo al mondo e vuole piegarti ad ogni costo per costringerti ad essere quello che la società vuole che tu sia. Io oggi ho 35 anni ma non c’è giorno, non c’è istante in cui io non paghi ancora tutto quello che ho dovuto passare da bambino. Tuo figlio questo non dovrà mai provarlo. Io non sono mai stato felice perché mi manca quello sguardo benevolo, quell’appoggio di chi amavo e che avrebbe dovuto amarmi e difendermi”.

Completamente diversa la storia raccontata da Loredana De Pasquale, madre di un “bambino in rosa”: “la sicurezza e la forza che gli stiamo dando accettandolo al 100% gli serviranno nel futuro. Questo è quello che noi cerchiamo di trasmettergli: che è amato, e che non si deve vergognare, e che va benissimo così com’è. Niente del nostro percorso è stato fatto a cuor leggero, ogni passo è difficile e spesso doloroso, come quando abbiamo deciso di permettergli di indossare veri e propri abiti chiaramente femminili.

Sono state quindi illustrate le attività del consultorio aperto recentemente a Careggi, e che al momento conta sei famiglie con bambini sotto i 12 anni e una ventina di famiglie complessivamente, proveniente da tutta Italia. 

“Le famiglie con minori fino a 12 anni -ha spiegato Ristori- sono 6 famiglie con bambini che hanno uno sviluppo atipico dell’identità di genere. Sono famiglie che vengono da tutta Italia. Non c’è un tratto comune. Ogni bambino ha caratteristiche diverse anche perché l’identità di genere nell’infanzia è comunque caratterizzata da diverse sfumature. Quindi il punto della presa in carico dell’infanzia a livello psicologico è proprio quello di fornire uno spazio di ascolto per fare chiarezza, accogliere le famiglie e aiutarle nello svolgimento di una serie di compiti su cui non sono pronte. Le famiglie che sono in difficoltà riportano che hanno bisogno di supporto e di guida per capire come aiutare i loro figli o le loro figlie. Per quanto riguarda l’infanzia, c’è una difficoltà di tolleranza dell’incertezza degli esiti. I bambini stanno più o meno bene, psicologicamente, a seconda che siano o meno in un contesto accogliente e comprensivo. 

La definizione di fluidità di genere è quando si ha un’incongruenza tra l’identità di genere di una persona e le sue caratteristiche biologiche che possono esprimersi con comportamenti non conformi rispetto al genere, ma possono avere infinite sfumature. Non è una forma patologica, non c’è niente di patologico in tutto questo”.

Alessandra Fisher, endocrinologa, rispondendo a margine del convegno ai giornaisti, ha puntualizzato che non “è vero” che vi siano pressioni per indurre i minori verso il cambiamento di sesso: “assolutamente no, non c’è alcun intento, né alcuna proposta di intervenire per modificare il corpo di un minore. Ogni intervento atto a modificare un corpo, se avviene, avviene nell’età maggiore”.

Al convegno avrebbe dovuto parlare anche Alessio, male to famale di 14 anni, ma Paolo Sarti ha spiegato perché non è intervenuto neanche in video: “noi avevamo invitato Alessio, d’accordo con sua madre, a raccontarci la sua esperienza. C’è stato un clamore sopra le righe. Noi ovviamente essendo un minore lo avevamo tutelato, con tutte le forme del caso, ma Alessio non si è fidato, non se l’è sentita. Questo è un esempio di come non si deve fare, perché queste persone soffrono e questa ulteriore sofferenza, Alessio non se la meritava. Mi spiace perché in qualche modo Alessio è stato frenato dal poter raccontare. 

Noi dobbiamo continuare non a polemizzare, ma a fare cultura. Abbiamo sentito delle testimonianze piene di sofferenze dubbi. Sono percorsi lunghi, difficili, personalizzati. Io chiedo che queste testimonianze facciano appello a chi deve istituire i servizi. Dobbiamo creare una rete territoriale che assista queste famiglie. Dobbiamo cominciare anche a parlarne sempre di più. Dobbiamo lottare contro l’incultura che genera l’arroganza, la prevaricazione e l’aggressione”.

“La strada è ancora lunga ma stiamo lavorando tutti con lo stesso obiettivo  grado di accettazione sociale gioca un ruolo fondamentale”, ha concluso Sarti.

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